| Non sapeva che ore fossero, quando il
sonno divenne sempre meno pesante ed i primi rumori del giorno le si insinuarono
nelle orecchie. La sera prima si era coricata abbastanza tardi ed altrettanto
tardi era riuscita ad assopirsi. Era stato un sonno agitato, fatto di sagome
indistinte che a tratti prendevano vita attraverso volti sfocati. Solo
la percezione che avessero ognuno una propria richiesta, fluttuava chiara
nella mente, ancora non del tutto vigile. Collocate dentro a realtà
conosciute, vorticavano, imponendole, ignara, comportamenti troppo avanzati
per ciò che a volte provava. Non poteva sapere con certezza il numero,
però le scorgeva intorno a sé. Alcune molto vicine, le chiedevano
precisi comportamenti a seguito di date circostanze, altre più lontane
ma che una volta non erano state tali. E lei, cosa pensava? E da chi provenivano
queste quasi imposizioni che, messe una ad una di fronte a sé, sfilavano
fino a quando consumavano tutto il suo essere?
Si rigirò più di una volta nel letto. Combattuta tra il continuare quel sonno che insisteva nel darle sensazioni confuse e il risveglio che l'avrebbe catapultata in una realtà dolorosa. Quale delle due opportunità scegliere, non lo sapeva ma non le fu concesso nemmeno quella facoltà, perché in quel caso erano strettamente collegate e poi... Da lontano, i suoni delle auto cominciavano ad avvicinarsi più nitidi, reclamando i propri spazi mattutini mentre il sole spingeva con violenza contro le fessure delle imposte, rigando parte della camera. Aprì gli occhi. Con gesti insonnoliti, si tirò seduta poi, alzatasi si recò a sciacquarsi la faccia. Lo specchio, pochi istanti dopo, le restituì la propria identità, perduta tra i vincoli misteriosi dell'inconscio che ogni notte si svegliava. Scosse la testa e riccioli ribelli le si riversarono davanti. Deformazione professionale, quella di analizzare sempre tutto. Si riguardò allo specchio. I capelli ora raccolti in una precaria crocchia in punta della testa, permisero a quei due occhi scuri più della notte di incontrarsi. Avevano un'aria scrutatrice e piena di quell'autorevolezza che l'aveva sempre protetta dagli attacchi della vita. O quasi. Il naso, all'insù, sminuiva la cupezza che talvolta aleggiava intorno alle espressioni, mentre la bocca propensa al sorriso, troncava aloni di tristezza. Che in quel giorno dominava. Accontentò il richiamo del sole che, aperte le imposte, scivolò per tutta la stanza. Non molto grande, era di una sobrietà assoluta. La mobilia verteva sui colori del deserto delineati solo da una toilette, un cassettone ed un armadio. Il tutto, poggiava su un delicato parquet. Con sveltezza ma non disinvolta allargò le ante e, se era vero che ad ogni occasione sapeva sempre cosa abbinare, beh, quel mattino non lo sapeva. Infine optò per un paio di jeans non ancora rinnovati ed una camicia bianca. In cerca delle scarpe pensò a quanto quella situazione fosse... In casa, ancora non sapevano niente e se pensava a quanto quella realtà fosse stata accolta positivamente ancor prima di averla conosciuta, il cuore le si contorceva in una morsa. Averla nella vita non era stata poi così male. In un anno, i periodi belli come quelli più difficoltosi da superare c'erano stati ma ne era valsa la pena. Sempre. Per continuare... E lei aveva continuato, sostenuta dal tempo, sorretta dalla forza della volontà che l'aveva condotta in precedenza ad essere scrupolosa nel lavoro sbagliando a credere che fosse lo stesso anche con i sentimenti. Scosse la testa, spazzando con le dita lacrime furtive mentre l'auto si divincolava tra le affollate vie della città. L'appuntamento era stato fissato da lì a pochi minuti, nel parco principale. Attraverso il vetro di fronte, il chiarore del mattino la invase di primavera. Gli alberi che costeggiavano, spumeggiavano di colori vivaci ed ognuno esalava un particolare profumo. Le foglie, piccole o grandi, a seconda della specie formavano un lungo arco verde sopra di sé. Era arrivata. E, da lontano intravide la macchina. Dentro, rimpicciolita, la gioia della sua vita. Minuziosamente scortata. Si appoggiò allo schienale e abbandonò la testa all'indietro. Ancora pochi istanti, ancora un altro po’... un altro po’. Scese. Chissà cosa gli avevano detto, chissà come glielo avevano imposto di recarsi lì. Sì, perché lo aveva imparato a conoscere e sapeva quanto fosse restio per le situazioni misteriose. A differenza di molti altri che, di fronte alle sorprese, erano tutto un brillio di felicità. Ma in quel giorno non c'era nessuna gioia. Con l'avvicinarsi della piccola figura, poté notare i pantaloni rossi e la maglietta bianca. Scosse la testa: a lui non piaceva il rosso. Ma il blu. Come un piccolo marinaio. Ci aveva pensato a lungo prima di imboccare la strada per il parco ma da tempo ormai dentro di sé era tutto di una chiarezza brutale. Anche se al telefono erano stati loquaci, non furono necessari molti ragionamenti per capire cosa sarebbe potuto accadere. E d'altronde era stata avvertita. In maniera accurata e durante gli incontri, ripetuto. E lei aveva accettato tutti i rischi. Come sempre. Si era aggrappata alla quantità del tempo da vivere, senza pensare che potesse aver fine. Malgrado tra loro ci fosse amore, affetto, fiducia... nemmeno questo era importante. Era importante solo che un'altra persona rivendicasse come un'arma il proprio ruolo, rifiutato per l'incapacità di farlo. E perché, ora lo avrebbe saputo fare? Cosa ne sapeva lei, anche se era quel che era, se a lui piaceva il tacchino invece del pollo o la pastasciutta anziché la minestra. Diceva che era per i malati. Ed aveva perfettamente ragione! E lei? A cosa sarebbe andata incontro? Le era insostenibile anche il solo sospettarlo e... Erano l'uno di fronte all'altra. E la scorta si allontanò. Come se tutto fosse già stato detto e ascoltato ma con la ridicola paura di sfiorarsi, in silenzio s'incamminarono lungo uno dei sentieri del parco. Iniziarono così a parlare tra loro come accadeva sempre con facilità. Prima del sole, delle api sui fiori, dei frutti sugli alberi poi, con la delicatezza di sempre le sue parole dirottarono su pensieri avuti durante le loro brevi separazioni, in attesa della definitiva. Con spavalderia innocente, le raccontò che lui non era come tutti perché, perché gli avevano detto di averne non una, ma... due che avrebbero voluto stare con lui. Una finta e una vera. Solo una, però, poteva e doveva essere quella vera. Che non era lei. Ma era a lei che voleva bene e con cui voler vivere. Il suo turno a parlare fu molto povero a parole, rispetto alla durezza che incombeva sul cuore. Ma lo fece, come aveva sempre fatto su ogni cosa con lui, con una semplicità sincera. Durante tutto l'affido e dimenticando assai stupidamente che sarebbe potuto finire, le aveva permesso di amare quel bambino di soli tre anni come se fosse il suo. |
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