| Era un susseguirsi di giorni dove la
tentazione di chiudere porte e battenti vinceva sulle “possibilità”
della vita. Davanti al cavalletto guardò dalla finestra. Non sapeva
quanto tempo Francesca fosse lì, in un’ora che prediligeva molto
e la conduceva quasi inavvertitamente in quell’angolo di paradiso. Dal
vetro, dischiuso filtrava aria: né calda né fredda. Statica.
Come ogni cosa intorno. La stanza non aveva un ordine preciso, allo stesso
modo di chi la abitava con tanta confusione interiore. Tutto lì
era abbandonato a se stesso, sciolto da ogni restrizione. Tele accatastate
ma con cura, un cassettone dall’epoca indefinibile, una sedia a dondolo
spezzavano la linearità, fino a quella familiare finestra che dal
parquet si spingeva all’esterno. A darle animosità, c’era dipinto
uno strato erboso con qualche solitario albero e qualche macchia. Non era
mai stata brava a distinguere la vegetazione, eppure amava dipingerla.
Lo sgabello dove in bilico stava con una gamba stesa e l’altra piegata
era scomodo ma ideale per ogni movimento creativo. Si voltò fuori
ed in ogni stagione si ritrovava spettatrice di mutamenti incredibili e
tutto non per merito dell’uomo… Benché avesse le capacità
intellettive, non sarebbe mai riuscito a creare qualcosa di talmente straordinario.
Ecco perché lei dipingeva e soprattutto quel genere di cose. Rapiva
eventi in continuo mutamento, fermandoli in attimi che sarebbero restati
indelebili. Il castagno degli occhi quel giorno calzava perfettamente con
le pennellate che c’erano fuori e che con scioltezza stava per trasferire
sulla tela. Su un tavolino di legno trascurato, ma che nella trascuratezza
sprigionava la vera identità, c’era la tavolozza dove risaltavano
acquerelli caldi e riposanti. Assomigliavano incredibilmente alle sensazioni,
trasportate qua e là da un’anima che in quell’ultimo periodo era
più veloce degli stessi attimi che cambiavano. Le dita cercavano
quasi con fatica di trovare il punto esatto dove prendere il pennello.
I polpastrelli, toccavano e si distaccavano per poi toccare di nuovo finché
la morbidezza del polso immolò una prima vita alla tela. Inspirò,
come accadeva ogni volta che imprimeva la prima pennellata… Ogni tensione
trattenuta in profondità si scioglieva e secondo il lento movimento,
si liberava in alto, sempre più su fino a che il petto respirava.
La stessa emozione che trasferita sul corpo emanava calore. Non uno qualunque
ma quello umano percepito o fuggevolmente quanto la durata di quella prima
pennellata o più a lungo quanto l’intera opera. In entrambi, ogni
emozione, ogni sentimento era racchiuso lì, libero di risuscitare
in chi lo aveva provato, la propria intensità. Lì dentro
non gli succedeva niente, perfettamente capace di parlare alle persone
che lo avvertivano in quell’inesauribile mescolarsi di colori. Sarebbe
sempre esistito, seppure gesto di un corpo spazzato via dal tempo ma anima
delle emozioni provocate.
Mosse gli occhi sull’albero più vicino. Era una quercia che, con quasi spenti i colori del sole, mandava ancora più malinconia… Il rosso delle foglie sembrava essere bruciato proprio da quella luce durata poche ore. Obliqua aveva per poco schiarito l’erba dando un po’ di nitidezza al terreno incolto. Tra non molto quella penombra si sarebbe scurita di più fino a ridare alla donna l’aspetto. Allora, da altre parti, distanti da lì, una ad una le luci della sera avrebbero punteggiato le stanze delle case affollandole di voci affini. Momenti in cui generare quel tipo di pennellate sarebbe stato come trovarsi in un rassicurante abbraccio. Sciolti dalla frenesia del giorno, ogni genere di affetto avrebbe preso vita. Strinse il maglione a sé e, pur avvertendo il calore della lana, nessun'emozione tornò a trapassarle il petto. Riluttante scivolò dallo sgabello e, cauta, coprì la tela con un lenzuolo ingrigito. Come ogni sera chiudeva solo il vetro della finestra così da trovare subito al mattino la luce. Ogni momento era singolare e sarebbe entrato in lei ed aspettare paziente il proprio turno per non essere stato vano. Come per quelli della vita: anch’essi avevano lo stesso diritto che lei riservava alla pittura. Continuò a tenersi il maglione avvinghiato come se da qualche angolo spuntasse qualcosa o qualcuno a toglierle chissà cosa. Una sensazione che provava spesso e che sottraeva dai dipinti una pur minima manifestazione intima, anche la più sottile. Tramutava il tutto in alberi, in cieli mossi dalle figure delle nuvole, da prati scoscesi o montagne dirompenti o laghi silenziosi. O da un unico fiore. In verità, non ci provava nemmeno a creare gli istanti che le persone scelgono di vivere o scorgerli passare davanti. Per paura, per il terrore che tutto svanisca si tolgono così anche la possibilità di afferrare qualcosa di importante. Sapeva quante ce ne fossero ma a chi si rivolgeva era a se stessa, mentre lo slancio delle gambe scendeva i pochi gradini che portavano alla cucina. I faretti qua e là, la illuminarono e i colori bianchi e gialli riempirono uno sguardo alla ricerca di un’azione alla quale avvinghiarsi. Non quanto lo studio ma quella stanza le era sempre piaciuta con ogni suo pensile, il lungo ripiano che faceva da tavolo. Anche lì, quante pennellate potevano dar concretezza ad un quadro… animato da episodi vissuti e sopraffatti dai sentimenti. Alcuni manifestati con parole, altri con gesti, altri ancora con lunghi silenzi. E se questi traducevano che qualcosa non andava, lei allora si rifugiava laggiù in quell’angolo di paradiso dove con rabbia tutto urlava da dentro. Raggiunse la finestra e si sostenne al vetro come se questo potesse aiutarla a sopportare i pensieri che ingombravano la mente. Ognuno a modo suo le stava vicino avvertendo sempre di più la sensazione che quella persona così sensibile e al tempo stesso forte, crollasse. Continuava a mantenere gli impegni quotidiani, cardini che tenevano in piedi la sua esistenza. Farsi viva al capannone dove condivideva la passione della pittura o percorrere strade ed assicurarsi che ogni cosa si muoveva. Sarebbe bastato così poco per allungare una mano. Ma non ce la faceva. Con gli anni era divenuto sempre più difficile mostrare le debolezze, chissà forse non se lo poteva permettere, come non avrebbe dovuto concedersi d'amare tanto. Un lusso troppo costoso! Sarebbe stato molto meglio non sentire niente, vivere senza tutto quel gran provare. Invece lei oh, sì, aveva provato, gioito e sofferto… Sentimenti che tanto la gente temeva ma al tempo stesso ci si tuffava con l’illusione di restare ai margini. Per difesa. Ripensò alle tele di là e si chiese come avrebbe potuto dipingerle se sarebbe rimasta sempre ai bordi della vita. Almeno le fuggevoli gioie inserite in tanta solitudine e dolore erano servite a qualcosa anche se continuavano a restare là, accatastate. Mosse il polso in quell’inconfondibile movimento e le si riempirono gli occhi di nuovo, pur sorridendo. Allungò un braccio, mostrando il palmo della mano ma… si perse nel vuoto. Quella mano che non riusciva a trattenere le cose che trovava o le ponevano con sicurezza. Le acchiappava, imparando un po’ con timore, un po’ con trasporto, a conoscerle. Come il pennello, le toccava e ritoccava: ora con gli occhi, ora con la mente fino a sentirsele dentro… Poi scivolavano via, sospinte da una corrente più forte, lasciando a lei solo una traccia di quello che erano state. Non era da molto che abitava in quella piccola casa di tre stanze, sacrificando la sala con lo studio. Le era venuto d’istinto senza immaginarla neppure per un attimo, con poltrone che non ci si sarebbe mai abbandonata… E poi il minuscolo appartamento l’aveva preso proprio per quella stanza e quella finestra. Al piano di sopra, con un’altra entrata, ci abitavano una coppia di anziani, riuscendo a addolcire anche lei che non era capitato mai a nessuno. Nemmeno loro, benché ci avesse pensato, era riuscita a dipingere. Erano così innocui e al tempo stesso consapevoli di quello che avevano. Nelle ore più tiepide li scorgeva appena oltre la siepe incamminarsi lungo l’argine poco lontano da lì. Anche lei lo conosceva bene perché quando neppure il dare pennellate ad enormi tele bastava, infilava il suo walkman e… correva, correva fino a non poterne più e rilassare poi ogni tensione sotto una bollente doccia. O alle volte, quando l’aria primaverile le arruffava i capelli sfrangiati, si spingeva in lunghe camminate ed ascoltava ogni percettibile rumore o fruscio per poi darne un corpo su una tela. Tornò con il pensiero ai coniugi anziani. A volte, la sentiva arrivare per il rumore arrugginito del proprio cancello e lenta, lenta oltrepassare il viottolo in pietra fino alla vetrata dello studio. Entrata, quella, che usava spesso anche Francesca per ritrovarcisi subito e dove era più facile che stesse. Così, la signora Ester sapeva di trovarla sempre lì, con in dosso un larga camicia che un tempo era stata anche bianca. Una volta con una gentilezza da toccare corde interiori, si era offerta di immergerla per un giorno intero sulla candeggina… La giovane aveva sorriso, spiegandole che “era fatta per restare colorata” e di colori… ce n’erano a non finire. Quanti momenti, quanti ricordi stampati su quelle chiazze! Era rimasta compiaciuta di questo, anche se di arte non s'intendeva per niente. Lei, pensava, aveva altri pensieri cui rivolgere la mente, come cucinare una torta e riservarne metà alla vicina, intanto che in quello studio la luce rimaneva accesa fino a tarda notte e talvolta oltre l’alba. Erano scelte della vita. Alcune passavano accanto e succedeva di non vederle, altre con enormi prezzi divengono unico scopo per sentirsi spingere in avanti. In un modo o in un altro. Oh, no, le cose parevano nella norma. Durante tutto il giorno realizzava l’unica ragione di esistere mentre per alcune sere la settimana serviva da bere in un locale. Ed era allora che, a volte, rincasando si sentiva troppo stanca per dormire quei sonni profondi e si rifugiava in quella stanza a mescolare colori o disegnando qualunque cosa le venisse in mente. Allontanava il senso di vuoto che spesso le lasciava quel locale, pur avendo sorriso o alimentato qualche allegra conversazione. Alcuni erano amici ma che in profondità avevano la propria vita: non rientravano certo a casa con lei; mentre altri erano semplicemente comparse di ogni sera. Eccetto, forse, qualcuno… Magari dopo che il passare del tempo aveva sfocato il ricordo e stare accanto non era più così insopportabile. - Non mi aspettavo di… Guardandola fisso negli occhi, rispose con quel lieve sorriso. - Te lo avevo detto no, che un giorno… Si sedettero al ripiano, come se fossero al bar. Invece erano in casa sua, invece lui aveva suonato, invece lei aveva aperto. - Sì, me lo avevi detto.- lei abbassò la testa. - Ma poi non l’ho mai fatto. - Si dicono tante cose poi…- la rialzò. Un momento. Solo un fuggevole istante. A volte era giusto che fosse solo così, senza sciuparlo per un momento di debolezza. - Come stai? Lei si lisciò la camicia. - Colorata, come vedo.- continuò, in assenza di risposta. Aveva delle uscite… Afferrò un maglione, togliendosi la camicia fresca di colore. - Senti freddo? Scosse la testa. - Ti va qualcosa da bere? - No, grazie. Si accomodò meglio sulla sedia dallo schienale pressoché… - Stanno bene in quest’ambiente, anche se… Le strappò un sorriso. - Sì, lo so… moderne ma terribilmente scomode. Come la vita, aggiunse ma non lo disse. - Come la vita. Si sentiva così… Inspirò. Intanto le sfiorava le mani e proprio non era abituata al contatto umano. Proprio no. Si sorprese con la testa sul suo petto. Il calore umano; come non lo dipingeva non lo avrebbe dovuto nemmeno provare. Non da lui. E forse, da nessun altro. Si ritrasse. Perché niente era concreto. E allora meglio non assaporarlo neppure. - Mi dispiace.- gli sussurrò. Continuava a tenerle le mani giunte nelle proprie. - Tu non hai fatto niente, mi pareva che… Ti sbagli. Sto bene. - Non posso. Scuoteva vorticosamente la testa. - Non puoi cosa? - Non posso e basta. - Cosa? Cosa? Si divincolò e alzandosi indietreggiava sempre di più, di più, fino a sbattere contro un muro. Solido appoggio. Non ci fu nessuna risposta, a gridare c’era solo la paura sorda dentro di lei per ogni cosa. Solo dopo essersi chiusa la porta alle spalle, sapeva di essere salva da tutto e al tempo stesso imprigionata. La vita chiedeva i suoi tempi e la maggioranza delle volte per volontà, o senza, non combaciavano tutti nello stesso istante. |
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