Questa sezione del sito, interamente riservata alla musica classica, è a cura di Gian Piero Silvestro

ALCUNE RECENSIONI ...
 


Al ritorno delle vacanze, dopo un’assenza di quasi un mese, nella cassetta della posta abbiamo trovato due cd della Naxos: i Preludi di Scriabin suonati da Evgeny Zarafiants. Su disco era molto che non li si vedeva in giro e la Ducale nella persona di Giona Saporiti, flautista (è uscito quasi un anno fa un suo bellissimo disco dedicato alla musica per flauto di Mortari) e sensibile dispensatore di delizie discografiche me li ha fatti trovare. Nulla di meglio: la Naxos, si sa, alterna, oscilla nella scelta degli interpreti: vi sono dischi mediocri, piatti per esecuzione e dischi carichi di cuore e di bellissima musica; è questo il nostro caso. Come nel caso delle sonate per pianoforte, anche i preludi accompagnarono tutta la vita del compositore russo. In tutt’e due i casi le influenze preponderanti sono quelle di Chopin. Poi egli seguì una strada di progressivo allontanamento dalla tonalità, pur non abbandonandola del tutto, ma le opere diventarono più difficili da tradurre per un comune intenditore di musica. I dischi che qui recensiamo contengono tutti i preludi composti da Scriabin, fino al 1914 ma, se possiamo suggerirvi una via che delizi più il cuore che l’intelletto vi consigliamo il volume 1: il cd che contiene i Preludi op. 11. E’ musica che respira, in cui la tecnica è al servizio della pura armonia e del piacere acustico. Oltretutto il pianoforte e la tecnica del pianista è ottima. Il pianoforte non è metallico, anzi perfetto nel rendere sospese le pagine di grandissima poesia di quest’opera, quelle più tenere e lisergiche come anche quelle più appassionate e rabbiose. Insomma due dischi stupendi, dall’ottima acustica e registrazione. Più difficile, pensiamo, modestamente il secondo cd. Il primo da tenere assolutamente nella propria discoteca.

 




Sony Vivarte
L’Archibudelli:
Vera Beths, Violin
Lucy Van Dael, Violin
Jürgen Kussmaul, Viola
Guus Jeukendrup, Viola
Anner Bylsma, violoncello
Total Time 59’55

Hanno sempre primeggiato, nel cuore degli appassionati i quartetti di Haydn, poi quelli di Mozart, infine quelli di Beethoven. Il genio tedesco, per quanto riguarda la musica da camera, con l’opera 18, affabile, discorsiva si avvicinò al modello di Haydn, in particolare all’opera 33. Se ne discostò in seguito per un cammino di continua e coerente originalità, fino a giungere ai supremi esiti delle opere 127, 130, 131, 132, 135. Mozart anche guardò al grande maestro degli Esterhazi ed arrivò a dedicargli diversi quartetti, oggi comunemente detti quartetti di Haydn. Si impone, perciò dinanzi ai nostri occhi questa nuova registrazione, mirabile, dei soli due quintetti per archi di Mendelssohn: quelli dell’opera 18 in la maggiore e dell’opera 87 in si bemolle maggiore. Furono scritti a distanza di venti anni l’uno dall’altro ma mantengono, nell’arco della cifra stilistica di Mendelssohn, tutti un eguale brio e freschezza. Qual è la rappresentazione che, per parole, ne possiamo dare? A chi si accosti per la prima volta alla musica classica possiamo indicare, come fosse un dipinto, il sensoondoso, ma calmo del mare. Si tratta, infatti, di opere del cosiddetto romanticismo che aprono il mondo della musica cameristica verso nuove conquiste chesaranno appieno padroneggiate da Brahms. Ed al tedesco, infatti, i quintetti si avvicinano per il senso motorio inarrestabile che che  è la loro cifra stilistica. I temi sono esposti poi superati con altri temi di ineffabile leggiadria. Il quintetto Archibudelli interprete delle opere che abbiamo preso in esame, per il fatto di usare nella registrazione strumenti d'epoca ne fornisce un'esecuzione esemplare dove il senso di leggerezza della partitura è condiviso dalla leggiadria degli strumenti; gli stessi poi, dal suono libero e solare esaltano il senso motorio, ineffabilmente romantico, senza patemi proprio delle opere. Un cd bellissimo dunque. Il quintetto guidato da uno dei più grandi violoncellisti moderni, Anner Bylsma, ne offre un’interpretazione metafisica che, sebbene supportata da strumenti antichi n’esalta la novità storica e pone il giusto accento sull’importanza innovativa della musica del grande, nostro compositore.


 


C’è un alone di silenzio, luterano, privo d’immagini di santi e madonne, Gesù e crocifissi: un allontanamento dalla partitura, pur nell’esecuzione, nel  Beethoven di Backhaus. Non ci sono figure cui paragonarsi, l’uomo è solo e la musica corre verso il silenzio: l’annientamento di se stesso sebbene sia sempre musica. Parliamo dell’uscita per la Decca dell’integrale delle sonate di Beethoven che oggi troviamo allo sbalorditivo prezzo di 79.000 £. Abbiamo sempre considerato quest’opera, in otto cd, come un punto di riferimento. Lo è perché Backhaus nato musicalmente nella Germania dello Jugendstil adottò, come cifra dell’esecuzione, la sottrazione del compiacimento; perché, a differenza dei pianisti della sua epoca, come Beethoven stesso disse, egli ebbe come modello soltanto se stesso. Il nucleo centrale dell’opera pianistica di Beethoven parte dall’opera 31. N° 1 fino ad arrivare alla 111 n° 32. Prima, nonostante “il chiaro di luna” ed altre opere che Gould si meravigliava godessero del favore del grande pubblico la musica per pianoforte del tedesco era influenzata da Mozart, poi prese anche una via personale ma è soltanto da quella sonata che Beethoven cambiò. A differenza di tutte le integrali per pianoforte quella backhausiana è l’unica, a nostra modesta opinione che abbia una propria coerenza, nel senso che si configura come un corpus unicum dell’interpretazione. Al di fuori delle interpretazioni del pianista dovremmo orientarci a naso, con grande difficoltà, pure. Kempff, Brendel, Pollini, Schnabel, Yudina, Gieseking, Fischer e via dicendo. Ognuno ha consegnato al disco una o più versioni delle opere per pianoforte di Beethoven, e non li abbiamo citati nemmeno tutti! Sempre caro abbiamo tenuto nella nostra discoteca quest’opera come punto di riferimento; proprio come la versione del 1963 delle sinfonie di Beethoven incise da Karajan. Non se ne può fare a meno: nonostante nell’”arietta” della 111 sembri correre un po’ troppo (Ah Pietro Scarpini!). Ma le delizie scabre, l’oggettività di questo grande maestro è irrepetibile nella storia della registrazione. Lo giuriamo. La tentazione fu troppa allora: quella di spendere le 200.000 £ per questo grande. Poi comprammo l’integrale di Arrau e restammo delusi. Ora, a questa cifra, non ve lo lasciate sfuggire: si tratta della più grande opera per pianoforte concepita da uomo, dopo le opere per tastiera di Bach. Noi non scriviamo perché schiavi di qualcuno o di qualcosa. Ma per segnalarvi qualità. Chiunque sia alla ricerca di un’opera fondamentale nella discografia moderna non se lo lasci dunque scappare. Poi, fateci sapere.

 


 


Segnaliamo l’uscita per la Deutsche Grammophone dell’integrale dell’opera di Anton Webern diretta da Boulez. Il cofanetto, in sei cd contiene materiale inedito rispetto alla prima integrale weberniana realizzata da Boulez per la Sony. Sebbene l’ascolto della sua musica sia direttamente proporzionale alla personale capacità di metabolizzare l’angoscia o la paura che tale musica suscita, dobbiamo ricordare che tra gli allievi di Schönberg, fu proprio Webern che all’interno della “Seconda Scuola di Vienna” radicalizzò il messaggio dodecafonico, creando uno stile personalissimo. L’atonalità di Webern, nel totale della sua produzione che prevede soltanto 31 opere ufficiali, richiede una necessità all’ascolto superiore, un livello, un differente punto di vista. La mente gioca un ruolo molto importante al primo ascolto: non si deve far impressionare innanzi tutto. Per quanto riguarda, poi, le opere cantate è consigliabile l’ascolto col testo davanti gli occhi. La seduzione dell’aforisma è un dovere, una necessità per il compositore austriaco. Schönberg disse: “Immaginate quale sforzo,quale volontà per esprimere in così poco tempo il senso della musica”. Ci troviamo di fronte, quindi, all’epigono dell’intellettualismo, della critica, della filosofia della musica; nonostante non sia stato quello che lui voleva. 

 


 


Perché dovrebbe essere strano che dopo quindici anni Maisky registri ancora le Suites per violoncello solo di Bach? Abbiamo accolto,anzi,quest’uscita con trepidazione. La Deutsche Grammophone,per il duecentocinquantenario dalla morte del gran tedesco ha proposto al grande violoncellista russo una riedizione-Tanti rischi: uno fra tutti quello della inevitabile comparazione della magistrale registrazione del 1985, considerata, assieme a quella di Anner Bylsma un caposaldo, un punto di riferimento per tutti i giovani violoncellisti. Dopo il 1985 il business ha investito l’interprete russo; tante, forse troppe registrazioni: questo è un male dei nostri giorni, non risparmia nessuno o quasi. L’ideologia sottostante è quella, simile, delle case automobilistiche: immettere nel mercato più prodotti sembra invogli alla spesa; offrire tante cose frastorna e chi più dell’appassionato adora questo frastorno? Ci viene in mente S. Francesco: lasciò tutto e si fece frate. Nella totale mancanza di beni materiali ebbe però sé stesso. Scrisse poesie, trasformò la propria vita in capolavoro. Così egli fu anche artista: dal mistero della propria anima dedicò il suo canto divino al mondo, nel “Cantico delle creature”. Verità è che raggiungere l’anima di un creatore, anzi, di un artista è cosa difficilissima; occorre scienza ed estrema sensibilità. In Bach la musica, di natura così oggettiva non ambisce ad altro che alla più alta forma di rispetto e timore; di conseguenza come di fronte a Dio l’interpretazione dovrebbe essere una preghiera un grande atto di fede. Come Dio di fronte a Giobbe affermò l’impossibilità dell’uomo a capire Dio ed i suoi disegni, così non può esistere interpretazione bachiana che non sia necessariamente soggettiva. E’ perché siamo uomini e nostra non è la perfezione. A partire da Casals, Starker, Schiff, essi stessi, pur nell’eccellenza delle interpretazioni, hanno potuto lasciare una testimonianza di ciò che per loro era vero ma che non può essere tale per tutti. Così Maisky, ebbene sì, anche lui. Dopo quindici anni abbiamo l’impressione che nessuno come lui abbia percepito il senso scultoreo, magistrale, michelangiolesco dell’opera di cui in questione. Egli è un grande e lo sa. Si permette quindi di iniziare il cd con una spregiudicata interpretazione del Preludio della 1007, veloce, tirata giù come se fosse un preludio di Chopin. Ma in questo (è nostra umilissima opinione) sbaglia. Si “sente” l’assenza di un pensiero organizzativo che precede l’interpretazione. Maisky non è umile e non sembra importaglierne molto. Nelle stesse note di copertina sembra contento del fatto che i suoi fans esprimano il concetto di “romanticismo” riguardo alla interpretazione delle Suites per violoncello. Ecco perciò che lo strumento sembra straziato, nei momenti di più grave pathos. La lezione di Casals si sente: la “Sarabande” della V Suite dura addirittura 11 minuti (contro gli otto di Bylsma ed i quattro della registrazione Mercury di Starker). Ciò che quindi colpisce è la sua audacia tecnica (ed ha i suoi pro ed i suoi contro, credeteci), la distensione e gli abbagli di pace che riesce ad infonderci è stupefacente nella misura in cui la Courante della IV è intrisa di compiacenza. In fondo quello che lui dice è vero: “Ogni giorno è il giorno di Bach” e ciò che ascoltiamo sembra il risultato stupefacente della leggerezza. Sono160 minuti di musica eccelsa ma, ci vien da pensare: come suona Maisky Bach quando è solo?

 


 

Volodos, l’angelo del pianoforte.

Terza e bellissima uscita questa della Sony con il terzo concerto di Rachmaninov. Levine dirige al top della sua altezza un’orchestra in questo concerto misteriosa, intima e anche romantica. Ma è Volodos che ancora una volta stupisce per la bellezza del suono, la leggerezza di tocco sul pianoforte, la sapienza  interpretativa. Questo concerto, a differenza di tutti gli altri di Rachmaninov è l’unico ad avere una riduzione per piccola orchestra, opera dello stesso autore, ma che non godette di mai grande successo. Cosa dirvi di lui? Fu considerato un epigono di ?ajkovskij, Rimskij Korsakov, ma i suoi concerti sono quelli che tra il grande pubblico ha da sempre più amato, mentre la sua opera per pianoforte solo merita ancora un’attenta riscoperta. Il disco è semplicemente imperdibile allora, perché alla bellezza voluttuosa dell’orchestra, perfetta in ogni passaggio, coinvolgente e commovente c’è un meraviglioso pianoforte, assolutamente adeguato, anzi perfetto. Il romanticismo ancora è qui tra noi quando ci sono ancora queste interpretazioni. Da cinque stelle.

 


 


La musicologia italiana, negli anni '80 perse uno dei suoi più grandi autori e pensatori: Massimo Mila. Oggigiorno quasi tutti gli scritti del nostro sono stati pubblicati: a partire da quelli su Verdi, autore che fu, oltretutto, "oggetto" della sua tesi di laurea, fino a quelli su Bartók e Maderna apparsi recentemente per Einaudi. Niente d'ufficiale invece, fino a adesso sulla molteplicità delle sfaccettature della personalità di Mila. Ci ha pensato però la casa Editrice Olschki di Firenze che proprio in questi giorni pubblica un "Profilo di Massimo Mila" dai preziosi contenuti e testimonianze: innanzi tutto Bobbio, poi Cases, poi Gustavo Zagrebelsky, solo per citare le "chicche" finali del libro. Tuttavia, da parte d'altri autori e musicologi l'attività e la vita del nostro è stata scandagliata in quella giornata di studio (Torino, 4 dicembre 1998) che è poi rappresentata dal libro stesso. Parlavamo di sfaccettature e d'attività. Chi ha mai parlato del rapporto di Mila con i comunisti italiani? Della sua attività d'alpinista? Della sua equilibrato ed illuministico pensiero? Ecco, proprio l'origine, gli sbocchi vitali, il modo d'intendere la vita sono l'oggetto dell'interessantissimo primo contributo firmato da Pier Giorgio Zunino e dal titolo "Il lessico intellettuale di un petit maître". Qui troviamo il tesoro, l'origine intellettuale del suo pensiero, integrato da preziosi esempi. Il saggio, che ripercorre tutto il suo mondo, il senso dell'arte e della vita è di rilevanza grande e frutto di uno studio "saggio" dei testi del nostro. Si tratta insomma di un gran libro cui la musicologia italiana dovrebbe dedicare più tempo ed attenzione. Ma non solo qui dobbiamo trattenerci. Giorgio Pestelli firma un "Mila storico e critico della musica" illuminante; soprattutto perché, finalmente, inquadra il campo degli studi in cui nacque il pensiero di Mila, dal punto di vista storico, "natale", fino ad arrivare alle estreme propaggini dei suoi ultimi studi. Angelo D'Orsi scrive su Mila politico, anzi, meglio dire su Mila e la politica, Paolo Soddu ci parla di "Mila in carcere". Gli altri interventi, come accennavamo in apertura riguardano il "Mila alpinista e scrittore di montagna" (Roberto Aruga). Concludono il libro i ricordi e le testimonianze di Norberto Bobbio, Cesare Cases e Zagrebelsky, come già si era detto. Un grande ed illuminante libro.

 




Non si ritorna sulla stessa musica senza un buon motivo. L'edizione della delle suites per cello solo di Bach per la casa discografica inglese Metronome, distribuita in Italia dalla Jupiter è senz'altro un avvenimento. L'esecutrice, Susan Sheppard, violoncello dell'orchestra "Age of Enlightment" ci ha letteralmente sbalordito: era dall'epoca dell'uscita della seconda edizione della stessa opera ad opera del violoncellista Anner Bylsma che non avevamo più ritrovato lo spirito, quello vero, metafisico, motorio e raffigurativo come un dipinto immortale, michelangiolesco diremmo, di Bach. Non regge nulla al confronto di questa bellissima edizione, suonata con un violoncello d'epoca. Maiscky inorridirebbe. Come inorridiamo ora di fronte alla sue interpretazioni che non vogliono e non sanno d'umano e trascendentale insieme. Ma torniamo sull'interpretazione. L'uso di un violoncello d'epoca potrebbe far pensare che l'ascolto, il suono possa essere flebile, fragile: niente di più sbagliato. L'interpretazione della Sheppard unisce in questi due cd, insieme, qualità inseparabili. Forza soprattutto ma anche cura del dettaglio. La sapienza dell'esecutrice è, poi, quella della compenetrazione, nella musica, dell'umana gioia, della sofferenza e dell'anelito a Dio. La presa sonora, ancora, si distingue per grande sapienza di registrazione; questa, sebbene non sia di per se stessa un'arte è, in questo caso una delle migliori che si possano ascoltare nell'infinita serie di pubblicazioni su cd di quest'opera d'arte. Favoriamo vivamente l'acquisto di questi cd, dunque. Abbiamo fornito, all'interno dell'articolo tutte le informazioni che servono per un ordine nel vostro negozio di fiducia. Qualora ne voleste sapere ancora di più scrivetemi o andate sul sito della Metronome (www.metronome.co.uk ). E non vi perdete la possibilità di ascoltare una delle più belle interpretazioni di questo decennio (ma potremmo osare ancora di più). E' questa la musica assoluta.

 



Pneuma: Le radici della musica spagnola

Le dispute e gli studi musicologici sembrano essere relegati al ristretto mondo della musica europea. Chi scrive, però, è un topo da biblioteca, fors'anche un po' nevrotico nelle sue ricerche. Riesce in ogni modo sempre a trovare e sciogliere l'enigma che attanaglia la sua mente e che lui stesso vuole studiare. E' così che ci siam studiati Bach, Mozart, Beethoven, Wagner, Mahler, Schönberg. Pure la nostra vita ci ha portato lontano con la mente fino a cercare analogie, colori e sfumature che da un autore portassero ad un altro. E' così che in gioventù ci capitò di vagare in quel di Spagna. Si era allora giovani e l'animo sembrava propenso più per il flamenco "rockizzato" da discoteca che per Falla o Albéniz. Crescendo ampliammo il raggio d'azione del pensiero, dei sentimenti. Conoscemmo finalmente Falla, Albéniz ed i luoghi che con tanta passione con la musica essi dipingevano. Conoscemmo Granada, il Generalife, el Albaicín e, in uno dei momenti personali più difficili della nostra vita, per dirla con Andrés Segovia sentii in quell'aria frizzante di febbraio, camminando la notte lungo le strette strade della città andalusa la presenza di Dio e la mia presenza nel mondo. Mettiamo comunque da parte i ricordi, torniamo alla musica. La casa distributrice lucchese SoundandMusic ci ha proposto, per rimanere ed approfondire l'argomento di cui sopra, tre illuminanti cd della casa discografica madrilena Pneuma. Si tratta di cd d'importanza straordinaria per gli appassionati di musica spagnola ed araba. Non è, infatti, oggetto di libri, articoli e saggi solo moderni la ricerca musicologica sulle influenze arabe nel flamenco: certo gli studi si trovano ancora in pieno svolgimento ma, sebbene siano ancora molto discusse quelle influenze, abbiamo potuto stabilire similitudini tra il muwwál Sika (improvvisazione sopra il modo Sika) e la soleá. Tra il muwwál Sáhli e la milonga. I termini bulería, zambra, jota, siguiriya, fandango derivano da parole arabe! Inoltre in Galizia, regione del nord-est spagnolo esiste un genere musicale che si chiama alalà ed al-ála, in arabo designa proprio la musica strumentale. Ecco dunque i cd. Nùba è il genere musicale di provenienza andalusa-magrebina che appare nel primo cd; si tratta di un canto molto simile a quello delle alegrías spagnole, il risultato sonoro, tuttavia è profondamente diverso: il cd Al A'la Al-Andalusiyya presenta un "cantor" e diversi musicisti che suonano il Laùd, il Qánún (specie di citara o salterio di forma trapezoidale), il Rabab (strumento a corde, di forma ovoidale che si appoggia sulla ginocchia destra), il Violín e la Viola, il Nay (specie di flauto), la Darbuga (lo strumento a percussione più diffuso tra gli arabi). La musica è viva, volteggiante e "curvosa", ricorda le note diffuse dalla radio, in estate di notte. Meravigliosi sono i versi che nel cd in parola intonano i cantori, poesie della più dolce natura e squisitezza. Nel secondo cd, di impianto ancor più sinfonico ed innovativo, diretto dal Maestro Lúkílí e dal titolo "Escuela de Rabat" ascoltiamo quella che può essere definita la nuova musica sinfonica araba. I versi cantati questa volta provengono dal Corano e l'incedere strumentale, ad esempio, nel primo brano è di tipo solenne ed omofonico. Le registrazioni di questi cd sono assolutamente delle novità discografiche e sono d'importanza storica enorme. Si riteneva, infatti, che le registrazioni del maestro Lukílí fossero scomparse…invece sono state ritrovate e, con complessi procedimenti di registrazione e di "pulitura" ci sono stati riconsegnati in ottimo stato. Le registrazioni sono del '62, del '58 e del '59. Assolutamente prodigiose per bellezza ed afflato mistico è, infine il terzo cd dal titolo "Místícísmo", con il sottotitolo "Canti mistici della Confraternita al-Harráqíyya". Come nel cd precedente la direzione musicale appartiene al grande Omar Metíouí solo che, questa volta la luce mistica dei canti arriva a vertici di assoluta libertà e afflato religioso: cose meravigliose. Accompagnano i cantanti musicisti al laùd e alla durbaga. Cosa altro aggiungere? Solo una nota: in Italia gli studi riguardanti questa musica sono introvabili e così, anche la musica. Essa è difficile da spiegare, ce ne rendiamo conto…in questi casi non esistono edizioni comparabili. Questi cd sono degli "unicum" le sole testimonianze cui possiamo attingere per conoscere il mondo splendido e profumato dei "Mori" prima del 1492, quando ci fu la presa di Granada. Allora quella zona della Spagna aveva splendore e ricchezza. A voi quindi la musica e, leggendo le liriche inserite nei libretti l'immaginazione di quel mondo, che può divenire interiore.

 



Qual è l'opinione, l'idea che i musicofili, gli amanti del melodramma hanno dell'uomo Verdi? In una cultura come quella nostra, l'italiana, in cui il concerto domenicale è il "pendant" della messa ed in cui i poveri giovani musicisti sono costretti a suonare gratis, lo studio condotto da Conati per questo nuovo stupendo libro della torinese EDT sembrerebbe inutile. Ma la cultura non abita nel nostro paese, è noto, ed il libro, il nostro libro, abbiamo l'impressione che rientri tra le "golosità" ed i sogni proibiti di pochi appassionati. Non c'interessa. Sinceramente. Il libro vale, pure tanto. Leggiamo, all'inizio, l'introduzione: ci riporta agli anni '80: vent'anni fa; Marzo 2000 è la nuova data che Conati appone a questa (supponiamo) riedizione. Nuovi documenti sono stati ritrovati, più profondo è il segno che il libro lascia adesso dopo che sono passati cento anni dalla sua morte. Così, vi domanderete, che tipo di libro ci troviamo davanti? Un libro completo, profondo di studi e ricerche sui ricordi che il Maestro Verdi lasciò in vita. E' il libro migliore reperibile in Italia sul carattere del nostro più grande compositore dell'ottocento, sulle sue manie (di perfezione), sulla riservatezza, sul cuore, d'oro, di un grande uomo di cultura. Le testimonianze riportate da Marcello Conati sono tante tantissime. Così anche i "reportage" di tanti giornalisti che ebbero la ventura di conoscerlo: spesso rimasero a bocca asciutta. Verdi era un solitario, un uomo crediamo ormai di grandissima sensibilità e tutta, tutta questa è la sua opera. Che ancora ci strappa una lacrima di gioia e di tristezza. Tutto lo scibile proveniente dai documenti rifluisce in questo libro per poterci fornire l'immagine più vera del musicista. Conati ci riesce, brillantemente. Il suo non deve essere stato compito facile: recuperare articoli, critiche, vecchi giornali. Ma il risultato è il migliore che si abbia sul campo. Questo è Verdi, l'uomo Verdi e ad ogni lettura ringrazio Dio del balsamo che è il libro stesso: ad ogni lettura un'emozione, un arricchimento personale. I soldi per questo libro sono davvero benedetti.

 


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