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Storie di frontiera di Franco Cavalleri |
foto1- cippo di confine nei pressi del Passo del Biscagno
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Il contrabbando Il contrabbando nasce come reazione alla volontà di un potere di imporre limiti, o addirittura divieti, al passaggio di merci e persone da una parte all’altra di un territorio. La parola contrabbando significa proprio “andare contro” (cioè, contra) il bando, il decreto emesso dall’autorità governativa, dal potere costituito. In tutto il mondo, ed in tutte le epoche, ci sono sempre stati poteri che si ritenevano in diritto di imporre bandi di questo tipo, e contrabbandieri che contravvenivano a quanto stabilito. Nelle nostre zone padane, l’area del contrabbando per eccellenza è quella di confine tra Como ed il Canton Ticino, e più in particolare la Valle Intelvi e le valli dell’Alto Lago, caratterizzate dalla presenza di forre e canaloni, con pendii ripidi e scoscesi che permettevano ai contrabbandieri di sfuggire alle ricerche delle guardi di finanza italiane. Tutti i poteri che si sono succeduti lungo i secoli, dagli Spagnoli ai Francesi, dagli Austriaci agli Italiani, hanno sempre dovuto fare i conti con gli spalloni del Lario. Questo perché, dall’altra parte del confine c’erano gli Svizzeri, i quali, mancando di quasi tutte le materie prime, avevano bisogno di ottenerle all’estero, e per assicurarsele erano decisi a qualunque azione. Anche a sostenere – o perlomeno a tollerare – attività considerate illegali nei paesi confinanti. Nel tempo, le merci contrabbandate sono cambiate, adattandosi alle condizioni del mercato. Il Ducato di Milano, per esempio, lottò strenuamente contro l’esportazione di granaglie e biade lombarde nei territori elvetici, allora nemici dello stato meneghino, al quale contendevano il controllo su Ticino, Valtellina e Valchiavenna. L’imposizione, il 31 dicembre del 1803, di monopoli su sali, tabacchi e polveri da sparo da parte della Repubblica Italiana costituita da Napoleone Bonaparte dopo la sua prima spedizione nella penisola diede il via all’epoca romantica del contrabbando lariano: è allora che prende il via quell’incessante flusso di merci di monopolio da una parte all’altra del confine. Alle merci si aggiunsero, durante gli anni del Risorgimento, le persone: i patrioti italiani, per sfuggire ai poliziotti austriaci, ricorsero spesso all’aiuto degli spalloni, ed alla loro conoscenza dei sentieri che attraversavano la frontiera montana. Gli svizzeri non adottarono mai sanzioni contro il contrabbando: al contrario, ne trassero grande profitto. Nel 1848, a Brissago, nella parte elvetica di Lago Maggiore, venne impiantata una fabbrica di sigari. Finanziata dai fuoriusciti italiani, produsse sigari del tutto uguali a quelli della fabbrica di Venezia, autorizzata e di controllo imperiale. Il danno per l’erario asburgico fu enorme, come testimonia la violenza della repressione attuata nei confronti delle popolazioni delle valli lariane. L’atteggiamento più che permissivista dell’amministrazione confederata si ripropose molto più avanti, negli anni Cinquanta del Novecento, quando avrebbe ribattezzato il contrabbando di sigarette e affini Esportazione 2, di fatto classificandolo tra i commerci leciti per legge. Tra la fine dell’Ottocento ed i primi del Novecento, il Regno d’Italia costruì la rete di confine, intesa ad isolare i territori montani delle due parti del confine e porre fine ai commerci di frodo. Il risultato fu, invece, un aumento della solidarietà tra le popolazioni lariane e ticinesi tanto che, si può, dire, il contrabbando finì per coinvolgere anche coloro che, fino a quel momento, ne erano rimasti alla larga, trasformandosi nella maggiore - ed in qualche caso, unica – industria di quelle zone. Neppure il Fascismo e la seconda guerra mondiale, con tutti i suoi problemi di approvvigionamenti derivanti dai blocchi del commercio, riuscirono a vincere il contrabbando tra Como e Canton Ticino. Anzi, negli ultimi anni del conflitto uno dei prodotti più contrabbandati fu il riso, di cui i ticinesi – lombardi per lingua e cultura – erano particolarmente ghiotti. Pur di sottrarlo alle requisizioni tedesche, i contadini padani preferivano sfidare le guardie di confine, ma vendere il loro riso a Lugano e Bellinzona. Il boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta segnò la fine dell’epoca romantica del contrabbando e dello spallone, soppiantati dalla tecnologia e da sistemi di commercio illegale meno romantici, che non lasciano spazio ad una figura nata dal bisogno e dalla fame. Non più zucchero, tabacco, orologi, ma droga, uranio, soldi, immigrati clandestini, come dimostrato dal triste fenomeno dei passatori. Le organizzazioni che lo curano non hanno nulla a che fare con le vecchie combriccole di paesani. Semplicemente schiacciando un tasto di invio di un computer, si possono contrabbandare più soldi che durante l’intero periodo d’oro del contrabbando lariano. Il progresso economico e sociale delle popolazioni ticinesi e dell’Alto Lago, poi, ha fatto il resto, eliminando quelle sacche di povertà che fino al dopoguerra servivano da serbatoio per le organizzazioni di contrabbandieri. La gente si è imborghesita: chi mai, oggi, se la sentirebbe di arrampicarsi sui sentieri ripidi che costeggiano il Sasso Gordona, portando sulla schiena trenta o quaranta chili di zucchero, sigarette, orologi e sfidando i proiettili e le trappole delle guardi di finanza? Rimane l’eredità culturale di un’epoca che è durata secoli e che ha costituito l’asse portante di una popolazione e del suo tentativo di affrancarsi dalla schivitù della povertà.
foto2 - i
vecchi cippi di confine tra lo stato Milanese e la Confederazione
Elvetica, ai tempi degli Sforza e Visconti, nei pressi della attuale
Gandria, in Svizzera, sul Lago di Lugano
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Poveri contro poveri Se gli abitanti delle valli del Lario erano spinti al contrabbando dalla fame e dalla mancanza di lavoro, non meno dura era la vita di chi lo Stato mandava a sorvegliare passi e valichi. Si trattava, spesso, di giovani meridionali con alle spalle condizioni di miseria e di fame del tutto simili, se non ancora peggiori, a quelle di chi avevano l’incarico di sorvegliare. Per questi ragazzi, provenienti dalle aree più economicamente disastrate del sud d’Italia, l’unica via d’uscita era il servizio militare: un posto di lavoro sicuro, in cambio di uno stipendio e di condizioni di vita non proprio da favola. Lo Stato italiano, Regno o Repubblica che fosse, non trattava certo bene questi suoi servitori. I turni di servizio, lungo la linea di confine, erano massacranti: potevano raggiungere le 72 ore filate, con appostamenti, notti passate all’addiaccio in attesa del passaggio della comitiva, marce al buio su sentieri impervi, in condizioni atmosferiche spesso proibitive per la neve o la pioggia. A tutto questo si aggiungeva il divieto – almeno fino alla fine dell’Ottocento – di sposarsi e di farsi una famiglia, perché lo Stato non voleva sobbarcarsi l’onere economico di mantenere mogli e figli di finanzieri. Men che meno, di pagargli la pensione in caso di morte del militare. I rapporti di questi giovani con i locali, poi, non erano e non potevano essere molto buoni. Non sorprende, quindi, se la corruzione era molto forte tra i militari che dovevano difendere le frontiere. Mangiavano, come si diceva all’epoca. I più, però, hanno svolto il loro lavoro con onestà e dedizione: forse anche oltre i meriti oggettivi dello Stato italiano, visto che non pochi, tra i finanzieri ed i poliziotti, hanno pagato con la vita, a causa di scontri a fuoco o per cause accidentali dovute alle asperità del terreno, alle frane ed alle valanghe che hanno sempre caratterizzato il territorio della Valle Intelvi e della Val Cavargna.
foto 4 - resti di un tratto della rete di confine
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foto 3 - resti di un tratto della rete di confine
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Donne e spie La guerra tra contrabbandieri e guardie di finanza si combatteva anche sfruttando tattiche tipiche dello spionaggio: spie, informatori, infiltrati, dall’una e dall’altra parte. Con il termine bidonisti – od anche ribelli – venivano indicati i militari che si infiltravano nelle combriccole dei contrabbandieri e che, approfittando della fiducia che si guadagnavano, tiravano (appunto) dei bidoni, facendo arrestare i componenti della squadra. Da parte loro, i contrabbandieri utilizzavano le donne – alle quali, nel tessuto sociale delle valli lariane e ticinesi, era riservato un ruolo importante - per informarsi sui movimenti e sulle operazioni delle forze dell’ordine. Le ragazze giovani ed in età da marito, infatti, avevano l’incarico di civettare con i poliziotti ed i finanzieri per ottenere tutte quelle informazioni utili alla preparazione del gruppo di turisti. Se poi, oltre a civettare, si spingessero anche oltre, non è dato sapere. Alle donne erano riservati anche altri compiti, tra cui quello di offrire ospitalità allo spallone costretto a lasciare il suo villaggio perché l’aria era troppo calda, in altre parole quando le forze dell’ordine erano sulle sue tracce. Era, questo, il momento in cui più forte era la fratellanza tra le genti delle due parti del confine.
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foto 5 - resti di una mulattiera in sasso costruita dalle guardie di confine italiane per facilitatare i movimenti delle pattuglie di controllo del confine
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Gli strumenti dello sfroosador La bricolla era un contenitore di iuta e tela cerata, una specie di zaino, rigido ma assolutamente impermeabile alla pioggia ed all’umido: caratteristica vitale, visto che gli spalloni trasportavano, in genere, articoli facilmente deperibili come sigarette, zucchero e foglie di tabacco. Il carico totale poteva raggiungere i trenta chili, a volte i quaranta e perfino i cinquanta. Due spalline di tela e di corda consentivano allo spallone di caricarselo sulle spalle, mentre la resistenza al peso ed ai movimenti era garantita da polloni di nocciolo attorcigliati. Questo è un arbusto dal legno elastico e, allo stesso tempo, molto resistente, particolarmente diffuso nelle zone prealpine, dove cresce spontaneamente. Con il legno del nocciolo si fabbricavano anche i bastoni che gli sfroosador utilizzavano nelle notti senza luna per tastare il terreno davanti a loro. Una curiosità: pare che, nei boschi più battuti dalle comitive di turisti, non si riuscisse più a trovare un ramo di nocciolo sufficientemente diritto da poter servire come bastone. I peduli erano dei soprascarpe, fatti anche loro di iuta e tenute insieme con lo spago. La cucitura era fatta sotto il piede, in modo da formare un battistrada che permettesse di affrontare qualunque terreno in condizioni di sicurezza. Il falcin era una roncola dalla lama affilata utilizzata per costruire i bastoni dai rami di nocciolo e per tagliare le corde di iuta che tenevano legate le bricolle, per liberare il contrabbandiere del loro peso in caso di fuga.
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I trucchi Quella tra contrabbandieri e forze dell’ordine è stata una guerra combattuta a colpi di ingegno e di trucchi. I sistemi più fantasiosi sono stati usati per far passare la merce da una parte all’altra del confine. l’aneddoto più famoso riguarda, senza ombra di dubbio, il sottomarino che, nel 1948, in tre mesi di “onorato” servizio – con una media di tre viaggi al giorno - consentì alle combriccole di contrabbandieri il trasporto di almeno 250 tonnellate di merci varie da una sponda all’altra del Ceresio: prodotti alimentari dall’Italia alla Svizzera, orologi e sigarette lungo il percorso inverso. Il natante - scoperto, tra lo stupore dei finanzieri, l’11 novembre di quell’anno - era il risultato della cooperazione tra combriccole italiane e ticinesi, molto attive anche nella preparazione di doppifondi per automobili, sedili e valigie. Altri esempi di soluzioni ideate per sfuggire ai controlli delle guadie di confine erano gli zoccoli e stivali con i tacchi vuoti, in modo da consentire di riporvi articoli piccoli e di poco peso, come orologi, accendini, gioielli. Molto utilizzati erano i cani. Venivano allevati in Italia e trasportati nel Canton Ticino solo pochi giorni prima della spedizione. Rinchiusi e tenuti a digiuno per alcuni giorni, venivano poi caricati di una speciale bricolla – la bastina – e liberati. La fame li spingeva a cercare la strada per tornare a casa, superando i crinali tra Ticino e Valle Intelvi. I pericoli che dovevano superare erano le trappole e le tagliole che i doganieri seminavano lungo i sentieri. L’utilizzo dei cani come spalloni finì quando vennero installate reti di protezione del confine munite di campanelli.
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La canzone dello spallone Eravamo in cinque fratelli tutti quanti lo stesso mestiere, su e giù per i sentieri, e la bricolla noi vogliam portare. Il primo passo che noi abbiamo fatto abbiam salito il Sasso Gordona e la finanza gridava alt e molla e la bricolla noi abbiam lasciato. E la bricolla che noi abbiam lasciato avrà il valore di cento mila lire e alla finanza noi manderemo a dire che le altre quattro noi le abbiam salvate!
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foto 6 - uno dei sentieri usati dai contrabbandieri, oggi
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Il gergo del contrabbando |
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Ogni
gruppo sociale chiuso è caratterizzato dall’utilizzo di un gergo
particolare, che consente ai membri del gruppo di scambiarsi
informazioni senza che nulla trapeli all’esterno. Nel caso dei
contrabbandieri lariani, v’era anche l’esigenza di impedire alle
forze dell’ordine italiane di intercettare – e, soprattutto,
comprendere – i messaggi che si scambiavano. Fare contrabbando si
diceva andàa de sfroos,
ovvero andare di frodo, senza permessi o autorizzazioni. Da qui, il
termine di sfroosador per
indicare il contrabbandiere. La combriccola
era la banda di contrabbandieri, altresì detti spalloni
perché trasportavano le pesanti bricolle – trenta chili l’una –
sulle loro spalle. Quando discutevano dell’organizzazione di una
spedizione, invece, gli spalloni parlavano di se stessi come di un gruppo
di turisti. Mutuando i nomi dal mondo del lavoro, per così dire,
normale, - in modo da rendere difficile alle fiamme gialle distinguere
una normale conversazione di lavoro tra muratori, falegnami o pastori da
quella tra contrabbandieri, li guidava un capo,
mentre la spedizione era finanziata da un padrone.
La preparazione della spedizione era accurata, e il giro
turistico poteva essere sospeso anche all’ultimo momento, se non
c’erano condizioni di tempo
buono, cioè se c’erano poliziotti o finanzieri in vista. Questi
ultimi erano chiamati canarini,
perché il simbolo della Guardia di Finanza è, appunto, una fiamma
gialla. Esisteva anche un altro nomignolo, decisamente meno cortese: burlandot,
termine spregiativo che deriva dalla parola dialettale burlanda,
ciò che viene scartato – perché inutile – dopo la distillazione.
Le merci che trasportavano potevano essere degli innocui conigli
bianchi (che non era il piatto forte di un pranzo o la lista della
spesa della moglie al marito, ma la semplice saccarina), oppure delle foglie
di Lugano, termine che non indicava una particolare specie vegetale
infestante da eliminare da un giardino, ma le foglie del tabacco da
utilizzare nella produzione clandestina di sigari e sigarette. Queste
ultime si chiamavano bionde
– termine entrato nel linguaggio comune -
mentre le ossa di morto
erano lo zucchero
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