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massimilianobadiali@hotmail.com |
Quello che ho soprannominato nuvole è il momento
di prova, nient’altro che il colloquio di un io col buio o un soliloquio
disegnato nel buio, dove confuse idee diventano parole e dentro le parole
mi sono mosso, mentre esse correvano via.
La memoria mi ha comunicato ricordi ed immagini disperse
nel vuoto e il mio sangue…ed ho sentito di vederlo con occhi interiori.
Ecco di nuovo tra il buio il mondo dai contorni vaghi
ed indefiniti…tra crepuscoli scuri una dimensione osservata da occhi interni.
Ed ecco che mi sento nuvola, i cui sogni non sono che lanterne invisibili
e nascoste.
Una luce rilassata e calda illumina disegni, quadri e
pellicole ingiallite…ho scoperto la mia storia tra il sipario immaginario
nel buio. Si chiudevano porte ed altre s’aprivano fra mille luci e dal
palcoscenico ecco delle maschere dallo stesso volto e dannate, stessi occhi
e stesso sorriso….età diversa del medesimo autore della commedia.
Palcoscenico in penombra, scricchiola, dietro finestre
socchiuse, tende leggere, mosse dalla brezza estiva…raggi di sole e giochi
d’ombra…e una sedia a dondolo sulla destra si muove sotto la spinta di
mani invisibili…un carillon si apre e si chiude…un mappamondo gira da solo
…tasti d’avorio intonano laënder dolci e soavi…di là porte
chiuse, un filo di luce all’interno, altre porte piccole: dentro
la luce mobile delle candele.
Di fronte la realtà è sparita…sento un
profumo d’incenso e bosco. Il bosco rievoca il passato e me stesso nel
buio. La mia storia è di vecchie immagini. Ed esse non sono che
le briciole luminose dei miei ricordi che corrono davanti ad un cespuglio
disordinato d’idee.
Ed inizio a camminare su quel passato. Sento una
chitarra che suona. La musica s’attenua…è un lieve richiamo, materializzazione
di un’immagine.
Vedo un ponte. Mi separano da là ventisei anni
e più. Ricordo…nuvole malinconiche e grida dalla finestra.
Ricordo il gioco al fiume con altri ragazzi, tra il leggero
scorrere dell’acqua nella trasparenza…affogo il presente e scendo in quell’acqua,
aggrappandomi alle pietre, al muschio ed alle radici delle vecchie querce.
Gioco tra l’acqua del torrente, salto col cuore il cielo cavo, vicino alla
collina…gocce pesanti sulla fronte, capelli bagnati.
Piove. Corro verso una casa circondata di rosa. Ma scompare.
Adesso ho tra le mani campanule di latte e neve bagnata
di sole, pupazzi soffici e balocchi…ma odo l’odore di sangue incolore.
Le nuvole sono ridenti. Con gli occhi chiusi vedo il
cielo di mezzogiorno. Sento una voce che parla di fiori e d’inverni passati,
di scuole di legno e di angeli buoni.
Discendo al centro di un monte infuocato…sento vibrare
i colpi del piccone di ferro che batte e martella, scardinando le rocce
e rimbalzando nel mio sangue. Odo vicino a castagni d’ombra una cascata.
Una strada.
Ballo tra onde di pace e respiro lamiere di cielo grigio.
Gli alberi muti al subitaneo vento prendono voce: il vento fresco entra
dalla finestra, come un’ombra nel cuore.
E sotto aghi di pino smorti. Di nuovo piove. Sento l’erba
che mi scivola sulle ginocchia verde rapace di sangue…ed addosso il profumo
selvaggio dei campi svegliati dalla notte di luna. Cado nel verde…ho
in bocca sapore di resina e terra, aghi di pino sul mento e sulle guance
c’è nebbia…la voce del mare in una conchiglia dentata d’avorio.
Le campane suonano, i gabbiani volano via. Hanno paura!
Hanno paura. Restano sul molo se sono felici. Muoiono i più.
E tra coperte di neve sferzati corpi tra le nuvole…e
in quel teatro di luce ombre d’uccello, calvario di pace.
E scendo verso il basso, sospeso sul ciglio del baratro…sento
il mondo entrare nel mio buio. Sogni e montagne non hanno lo stesso peso.
Abito forse un intervallo di nuvole?
Ad ognuno la propria chimera… Uomini: arance verdi sospese
in vuoti d’aria.
Adesso vedo me stesso come uno spettatore inerme seduto
sulla penombra di un teatro solo per pazzi, ormai perversamente compiaciuto
dello spettacolo.
Corrono davanti alle proprie ombre lapidi e lune di fuoco,
campane martellanti e treni su ponti di pietra…è un azzurro che
sprofonda nel nulla. Volti sogghignano, mentre tu gemi!
Continuo a guardare nel buio e gli occhi della mente
corrono indietro.
Mi ritrovo a Siracusa, nel respiro di pietra bianca,
mentre il sole scende dritto sulle rovine pesanti. Erro mendico fra brandelli
di ricordo ed embrioni di reminescenze.
Lacero e ramingo il pensiero s’inebria…ed è polvere
che sento nel brulichio del grande stagno.
Ritorna l’immagine ossessiva del sangue caldo e violenta
della pelle come fonte nera e pozza acre.
Tra la nebbia una persona…è gracile, le ossa nude
sotto la lana rada. E’ piegata sulla schiena, contrattata e curva. Povera!
e rannicchiata in un’urna di vuoto, non è che lo spoglio arbusto.
Un fiore ignudo in un immemore tramonto. Immagine lenta, dagli occhi ingialliti,
che navigano intorno al marrone stanco, come gondole forate come melma
davanti alla banchisa. Ha rughe e solchi simili ai rami di un albero triste,
che ha perso la chioma sulla collina. Dalle braccia esili, rauchi prolungamenti
di forze, con le mani gonfie e nodose anela la luce di un giorno nuovo.
Lente e doloranti le ossa nascondono pugni chiusi, che non sanno più
liberarsi della notte.
Il buio avvolge l’eco di quei suoi passi fragili…le sue
gambe deambulano fra la sabbia scura, le ginocchia si piegano al gelo del
vento. E nel silenzio le mani non riescono ad immergersi in quell’Acqua,
che scende dal suo collo come il sangue tiepido di un agnello da poco immolato.
Ella si raddrizza, il busto convesso ed abnorme si deforma fino alle nuvole
come un ponte verso il cielo. Gli occhi sorridono al passato, al caldo
sole d’inverno, mentre la bocca si schiude come foglia secca.
Vedo altre sagome nel buio…passano i bipedi, i convinti
coscienziosi, ben vestiti, ben pensanti, che non vedono e non sentono,
figli e genitori di manichini strozzati.
Di là, ecco le bestie, coloro che hanno il cuore
rotto, inzuppato di spazzatura. Le bestie restano al confine del mondo!
Nei volti scavati vedo carceri, prigioni, letti marci, fango e i loro occhi
pavidi ed innocenti. Il bipede li guarda con ribrezzo, convulsamente stregato.
Mendaci le nuvole, di passaggio noi e le stelle!
Sento una benda leggera coprirmi gli occhi, odoro il
buio calore del sole nell’erba fresca appena tagliata, battuta da pugni
impotenti.
Allora mi vedo in mezzo ai bipedi ed alle bestie, avido
di spirito, assetato di vita…e ebbro dedalo dell’odissea dell’assoluta
notte. E mezzo bipede e mezza bestia, anelo, crocifisso di ali, le nuvole,
mendaci specchi e deformanti riflessi di vero! Di catene spesse è
soggiogato lo spirito affamato di dannata e vana ricerca d’assoluto. Ho
bussato di nuovo alla porta con la testa insanguinata contro il cielo cavo,
scendendo dentro la miniera sporca di carbone e bagnata di cadaveri…diamanti
e polvere bianca.
Quale teleologia nella pelle! Si, ho respirato ancora
inferno e radici di fuoco nell’ultimo rauco grido, evanescente alla vocazione
del silenzio.
Appare Firenze in una giornata di sole sotto un cielo
sereno…nonostante la chiarezza delle immagini, distante è ogni cosa…sembra
la parvenza mascherata del simbolo celato in essa, quasi deforme sotto
la grottesca luce di un folletto pazzo e spaventato, che crea e distrugge
ciò che vorrebbe amare. Padrone delle nuvole, che rade al suolo
sogni e raggi di sole…
Nel vuoto si rumina e si ingloba tutto come atomo di
sabbia…
Nel buio un teatro abbandonato, una luce forte, uno schermo
gigante e dentro allo schermo un pubblico eccitato e convulso, trasparente
come l’essenza della celluloide.
La massa è in delirio, spinge le porte dei palchi,
raggiunge quasi il palcoscenico, è affamata di risate…paga affinchè
qualcuno si maceri per farla ridere.
Dalla luce bianca scende un clown, morso da un serpente
muto….
è sceso il clown dalla luce bianca al palcoscenico…dilaniano
i pupazzi vivi storie vere camuffate dall’ebbrezza delle parole.
Ridono spesso.
Loro ridono e lui in fondo agli occhi, attraverso
gli occhi degli altri, vede la vita che va e l’indeterminatezza del mondo…
sento una superficie bianca… è mera parvenza
di farfalle senza meta… di cieche monadi circonfuse di giallo, che s’illudono….come
nuvole che filano su teste inadeguate.
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