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amguad@tin.it |
Era un'apertura quadrangolare di
circa due metri di altezza per uno di larghezza, scavata nella roccia calcarea
dall'incessante scorrere delle acque.
Lo spuntone di roccia rientrava,
contorcendosi su se stesso, formando in questo modo un anfratto sul lato
di una collinetta che s'affacciava sul golfo.
Come stordito mi domandai perché
avessero murato quel varco.
Il muro di mattoni ruvidi e ancora
sporchi di cemento non mi piaceva, anche se in quel periodo non riuscivo
a capirne razionalmente il perché.
Avevo diciassette anni ed ero inconsciamente
alla ricerca di un equilibrio, di un ordine interiore che a quell'età
tanto disarmonica è difficile, se non impossibile, trovare.
Così ogni giorno dal varco
contemplavo il mare, e questo riusciva a tranquillizzare per un po' le
mie angosce. In verità più che il mare il mio sguardo si
incollava all'orizzonte.
Quella linea lievemente arcuata,
immobile - apparentemente insignificante - riusciva ad ancorare i miei
umori per tutto il periodo che restavo lì.
Il pensiero si arrestava, ogni
ansia spariva e riuscivo facilmente a far trascorrere il tempo così
lento delle giornate estive.. In quella località marina, fra luglio
e agosto, c'era gente ovunque, per cui non era possibile restare soli neppure
un istante senza trovarsi fra i piedi turisti vocianti o contadini infastiditi.
E come per ogni località adibita a raccogliere gente in vacanza,
era fatto obbligo a tutti i ragazzi dai quindici anni in su di restare
in comitive schiamazzanti che si spostavano rumorosamente sulle spiagge
o nei dintorni.
Io invece, e mi ritenevo un fortunato
- quasi un eletto - avevo scoperto casualmente in una proprietà
di mio padre quel varco nella roccia, e lì preferivo trascorrere
le assolate mattine e i lunghi pomeriggi seduto su un tronco all'ombra
di un antico ciliegio selvatico.
Dovevo scavalcare due recinti e
un muretto per arrivare alla meta in una zona che a quel tempo mi sembrava
impervia, ma la fatica era ampiamente ricompensata dal senso di tranquilla
assenza d emozioni che quel varco mi regalava.
Il solo pensiero che oggi riesco
a ricordare ditali giornate trascorse in solitudine, è sul colore
dell'orizzonte: fra mare e cielo, là dove s'incontravano, si stabiliva
un patto: il cielo sempre un po' più chiaro del mare. Ed io mi divertivo
ad immaginare se fossi riuscito a distinguere l'uno dall'altro ponendomi
a testa in giù.
A quel tempo non amavo la natura,
anzi la detestavo. Mi sembrava sporca, maleodorante e scomoda. Io, giovane
cittadino - già assuefatto ai ritmi affumicati e sincopati della
città - la campagna, il mare e tutto ciò che non fosse strade
palazzi o sale giochi mi annoiava mortalmente. Eppoi non sopportavo la
compagnia dei miei coetanei estivi così somiglianti a me e ad ogni
altro adolescente, sia nel fisico scoordinato, sia nei comportamenti stereotipati
che, in gare prevedibili, ci si copiava a vicenda.
E io avevo bisogno dell'originale
di me stesso: dentro avevo già tutti i miei duplicati. In definitiva
cercavo quel me stesso che mi costringeva a essere tante persone contemporaneamente
senza essere nessuno fino in fondo.
Era senza dubbio un compito arduo
cercare un po' di armonia in tutto quel caos.
E il varco nella roccia riusciva
a ingorgare i miei malumori, le mie ipocrisie, ogni pensiero vago e inconcludente
in un vortice di assenza, di totale liberazione dalle emozioni.
Oggi a dieci anni di distanza è
fin troppo facile per me interpretare i perché di quelle sensazioni.
Oggi, che quel muro è ancora
là - e ne so anche il perché - poco è cambiato nei
miei stati d'animo: mi rimane sempre quell'inquietudine che da ormonale
però è diventata esistenziale.
Solo una cosa riconosco di avere
in più; la consapevolezza di essere.
Ma la dolce assenza non sono più
riuscito a raggiungerla.
Il muro fa costruito abusivamente,
forse in una chiara notte di plenilunio, fatto sta che mi ritrovai di punto
in bianco orfano del varco sull'orizzonte. Per diversi minuti, forse addirittura
ore, non riuscii a realizzare cosa fosse successo, la paralisi che mi colse
fu tale che rimasi a bocca aperta, quasi in trance, a fissare il muro come
se da un momento all'altro dovesse necessariamente svanire.
Tornai a casa stanchissimo. Quasi
senza mangiare andai a letto e dormii per oltre dieci ore un sonno vuoto
e nero come la morte.
Il giorno dopo il muro era ancora
là. Lo sfiorai con una mano, poi con due e mi allontanai. Sedetti
sul tronco che mi faceva da sgabello e cominciai a tirarvi contro dei sassolini.
Inevitabilmente il mio pensiero cercò di ricordare l'arco di orizzonte
oramai irrimediabilmente nascosto, ma l'assenza non mi fu compagna. In
sua vece un senso di malessere gastrico, lontano ma incipiente mi costrinse
ad alzarmi ed andare via.
Non riuscivo ad accettare d'essere
stato abbandonato, quell'assenza di emozioni che mi era tanto familiare
si era trasformata in una assenza concreta, vera e definitiva. Di questo
mi resi conto quando iniziai la ricerca di un nuovo orizzonte. Trovai altri
due posti da dove potevo scorgere il mare e l'orizzonte, ma nessuno era
il mio orizzonte, il mio mare.
Anche quell'estate finì
e appena tornato in città immediatamente dimenticai l'orizzonte
e il varco nella roccia.
Fui subito assorbito dal disordine
e dal caos, cose che combattevo, ma di cui non potevo fare a meno. Volli
dimenticare l'orizzonte non perché mi era indispensabile, ma perché
solo dimenticandolo potevo tenerlo dentro me impedendogli di evaporare
in una realtà che non accettavo.
Solamente dopo la morte di mio
padre il muro rientrò a fare parte della mia vita. Occupandomi delle
proprietà ereditate venni a conoscenza del motivo della costruzione
di quel muro. E la ragione era tanto banale quanto si addice ad un elemento
che deve rimanere impresso nella memoria di una persona come perturbante.
Il mitico varco era confinante
con un terreno, il cui proprietario venne a quel tempo ai ferri corti con
mio padre. Quest'ultimo per impedirgli di usare il varco come scorciatoia
fece costruire il muro nottetempo.
Ora, come proprietario, a mia volta
avrei potuto fare abbattere il muro
- e le mie prime intenzioni erano
proprio queste - ma non appena tornai sul posto mi resi conto di quanto
fosse giusto che il muro restasse lì. Faticai a ritrovano, ed oggi
è completamente ricoperto dalla vegetazione.
Ma la mia più grande sorpresa
fu di constatare che su quel muro prolificava meravigliosamente una rara
felce che fino a poco tempo fa si riteneva estinta in quella zona. Questa
scoperta mi ha riempito di gioia e di commozione, una cosa così
è difficile che possa capitare ad un professore di scienze naturali
di un affumicato e nebbioso liceo cittadino.
Pochi giorni addietro vi ho portato
come in pellegrinaggio i miei studenti, e dopo le spiegazioni di tipo naturalistico
ho voluto raccontare questa breve storia di quando avevo la loro età.
Oggi tutta la zona è protetta
da una nota associazione ecologica.
Esprimete la vostra
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