Il varco nella roccia
di Nicola Vassallo
amguad@tin.it

Era un'apertura quadrangolare di circa due metri di altezza per uno di larghezza, scavata nella roccia calcarea dall'incessante scorrere delle acque.
Lo spuntone di roccia rientrava, contorcendosi su se stesso, formando in questo modo un anfratto sul lato di una collinetta che s'affacciava sul golfo.
Come stordito mi domandai perché avessero murato quel varco.
Il muro di mattoni ruvidi e ancora sporchi di cemento non mi piaceva, anche se in quel periodo non riuscivo a capirne razionalmente il perché.
Avevo diciassette anni ed ero inconsciamente alla ricerca di un equilibrio, di un ordine interiore che a quell'età tanto disarmonica è difficile, se non impossibile, trovare.
Così ogni giorno dal varco contemplavo il mare, e questo riusciva a tranquillizzare per un po' le mie angosce. In verità più che il mare il mio sguardo si incollava all'orizzonte.
Quella linea lievemente arcuata, immobile - apparentemente insignificante - riusciva ad ancorare i miei umori per tutto il periodo che restavo lì.
Il pensiero si arrestava, ogni ansia spariva e riuscivo facilmente a far trascorrere il tempo così lento delle giornate estive.. In quella località marina, fra luglio e agosto, c'era gente ovunque, per cui non era possibile restare soli neppure un istante senza trovarsi fra i piedi turisti vocianti o contadini infastiditi. E come per ogni località adibita a raccogliere gente in vacanza, era fatto obbligo a tutti i ragazzi dai quindici anni in su di restare in comitive schiamazzanti che si spostavano rumorosamente sulle spiagge o nei dintorni.
Io invece, e mi ritenevo un fortunato - quasi un eletto - avevo scoperto casualmente in una proprietà di mio padre quel varco nella roccia, e lì preferivo trascorrere le assolate mattine e i lunghi pomeriggi seduto su un tronco all'ombra di un antico ciliegio selvatico.
Dovevo scavalcare due recinti e un muretto per arrivare alla meta in una zona che a quel tempo mi sembrava impervia, ma la fatica era ampiamente ricompensata dal senso di tranquilla assenza d emozioni che quel varco mi regalava.
Il solo pensiero che oggi riesco a ricordare ditali giornate trascorse in solitudine, è sul colore dell'orizzonte: fra mare e cielo, là dove s'incontravano, si stabiliva un patto: il cielo sempre un po' più chiaro del mare. Ed io mi divertivo ad immaginare se fossi riuscito a distinguere l'uno dall'altro ponendomi a testa in giù.
A quel tempo non amavo la natura, anzi la detestavo. Mi sembrava sporca, maleodorante e scomoda. Io, giovane cittadino - già assuefatto ai ritmi affumicati e sincopati della città - la campagna, il mare e tutto ciò che non fosse strade palazzi o sale giochi mi annoiava mortalmente. Eppoi non sopportavo la compagnia dei miei coetanei estivi così somiglianti a me e ad ogni altro adolescente, sia nel fisico scoordinato, sia nei comportamenti stereotipati che, in gare prevedibili, ci si copiava a vicenda.
E io avevo bisogno dell'originale di me stesso: dentro avevo già tutti i miei duplicati. In definitiva cercavo quel me stesso che mi costringeva a essere tante persone contemporaneamente senza essere nessuno fino in fondo.
Era senza dubbio un compito arduo cercare un po' di armonia in tutto quel caos.
E il varco nella roccia riusciva a ingorgare i miei malumori, le mie ipocrisie, ogni pensiero vago e inconcludente in un vortice di assenza, di totale liberazione dalle emozioni.
Oggi a dieci anni di distanza è fin troppo facile per me interpretare i perché di quelle sensazioni.
Oggi, che quel muro è ancora là - e ne so anche il perché - poco è cambiato nei miei stati d'animo: mi rimane sempre quell'inquietudine che da ormonale però è diventata esistenziale.
Solo una cosa riconosco di avere in più; la consapevolezza di essere.
Ma la dolce assenza non sono più riuscito a raggiungerla.
Il muro fa costruito abusivamente, forse in una chiara notte di plenilunio, fatto sta che mi ritrovai di punto in bianco orfano del varco sull'orizzonte. Per diversi minuti, forse addirittura ore, non riuscii a realizzare cosa fosse successo, la paralisi che mi colse fu tale che rimasi a bocca aperta, quasi in trance, a fissare il muro come se da un momento all'altro dovesse necessariamente svanire.
Tornai a casa stanchissimo. Quasi senza mangiare andai a letto e dormii per oltre dieci ore un sonno vuoto e nero come la morte.
Il giorno dopo il muro era ancora là. Lo sfiorai con una mano, poi con due e mi allontanai. Sedetti sul tronco che mi faceva da sgabello e cominciai a tirarvi contro dei sassolini. Inevitabilmente il mio pensiero cercò di ricordare l'arco di orizzonte oramai irrimediabilmente nascosto, ma l'assenza non mi fu compagna. In sua vece un senso di malessere gastrico, lontano ma incipiente mi costrinse ad alzarmi ed andare via.
Non riuscivo ad accettare d'essere stato abbandonato, quell'assenza di emozioni che mi era tanto familiare si era trasformata in una assenza concreta, vera e definitiva. Di questo mi resi conto quando iniziai la ricerca di un nuovo orizzonte. Trovai altri due posti da dove potevo scorgere il mare e l'orizzonte, ma nessuno era il mio orizzonte, il mio mare.
Anche quell'estate finì e appena tornato in città immediatamente dimenticai l'orizzonte e il varco nella roccia.
Fui subito assorbito dal disordine e dal caos, cose che combattevo, ma di cui non potevo fare a meno. Volli dimenticare l'orizzonte non perché mi era indispensabile, ma perché solo dimenticandolo potevo tenerlo dentro me impedendogli di evaporare in una realtà che non accettavo.
Solamente dopo la morte di mio padre il muro rientrò a fare parte della mia vita. Occupandomi delle proprietà ereditate venni a conoscenza del motivo della costruzione di quel muro. E la ragione era tanto banale quanto si addice ad un elemento che deve rimanere impresso nella memoria di una persona come perturbante.
Il mitico varco era confinante con un terreno, il cui proprietario venne a quel tempo ai ferri corti con mio padre. Quest'ultimo per impedirgli di usare il varco come scorciatoia fece costruire il muro nottetempo.
Ora, come proprietario, a mia volta avrei potuto fare abbattere il muro
- e le mie prime intenzioni erano proprio queste - ma non appena tornai sul posto mi resi conto di quanto fosse giusto che il muro restasse lì. Faticai a ritrovano, ed oggi è completamente ricoperto dalla vegetazione.
Ma la mia più grande sorpresa fu di constatare che su quel muro prolificava meravigliosamente una rara felce che fino a poco tempo fa si riteneva estinta in quella zona. Questa scoperta mi ha riempito di gioia e di commozione, una cosa così è difficile che possa capitare ad un professore di scienze naturali di un affumicato e nebbioso liceo cittadino.
Pochi giorni addietro vi ho portato come in pellegrinaggio i miei studenti, e dopo le spiegazioni di tipo naturalistico ho voluto raccontare questa breve storia di quando avevo la loro età.
Oggi tutta la zona è protetta da una nota associazione ecologica.


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Ultimo aggiornamento: marzo 2001
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