LValle  della  Luna
di Edda Daidone Alitta
edda.daidone@ntlworld.com

 Diego, parlava spesso di una vallata sperduta, nella Sierra di Còrdoba, (Argentina)chiamata la valle della Luna.  Eravamo sempre curiosi di scoprire luoghi nuovi, così, una domenica, partimmo per la famosa vallata che era ancora notte. L'alba ci colse a metà cammino, il sole all'orizzonte, con larghe strisce infuocate, annunciava una bella e calda giornata estiva.  Eravamo tutti un po' assonnati, e per animare e svegliare la comitiva, Carlo ed io cominciammo a cantare canti di montagna, ricordi delle nostre escursioni giovanili sulle belle Alpi Piemontesi.   Le vecchie, familiari canzoni, erano cantate a squarciagola, il piccolo abitacolo dell'auto n’era saturo; il nostro amico deliziato da questi canti, cercava di seguirne il ritmo a bassa voce, anche se non capiva le parole, rimproverando continuamente Juanita, che secondo lui, disturbava il bel concerto canoro, poiché parlava con Enrico animatamente.
Verso le nove del mattino, iniziammo a penetrare nella valle della Luna. Il paesaggio si presentava particolarmente singolare, con una vegetazione strana, mai vista prima.   Poi, anche questa scomparve; sembrava veramente di viaggiare in un paesaggio lunare, quando anche la tenue pista finì, fu un’ardua impresa avanzare su quel terreno impervio, pieno di buche e sassi.

 Con difficoltà riuscimmo a raggiungere una specie d’oasi che si profilò dinanzi a noi: alberi striminziti d’eucalipti e rovi schermavano alcune basse costruzioni, fatte di fango cotto al sole, con il tetto di lamiera. Eravamo giunti al centro della proprietà, chiamata "Casco de Estancia".  Ci fermammo davanti ad una chiesetta fornita di campanile, in classico stile coloniale; la costruzione appariva però in disuso ed abbandonata. Dopo essere scesi dall’auto, come prima operazione, raccogliemmo legna, che abbondava nei dintorni, col fine di poter accendere un capace fuoco, per cucinare un ottimo “Asado” (Carne alla brace).  Juanita, Enrico ed io, assolta tale incombenza, iniziammo ad esplorare i dintorni.
Il luogo, a prima vista giudicato desertico, diede delle sorprese gradevoli e interessanti.  A poca distanza scoprimmo uno scintillante e gorgogliante ruscello; la vista dell'acqua era breve, poiché appariva da un gruppo di sassi per sparire, dopo un breve tratto, in un rado cespuglio perdendosi nelle viscere della terra per forse apparire chissà dove.

 La vita elargisce questi momenti magici, fatti di piccole cose semplici e naturali. Quel giorno era perfetto.  Gioimmo bevendo alla limpida sorgente d'acqua, per poi sguazzarci allegramente a piedi nudi, ridendo e giocando con i ciottoli. Il sole cominciava a dardeggiare caldissimo sulle nostre teste quando Carlo, con la sua potente voce, ci annunciò il pranzo.  La giornata era splendidamente calda, secca e ventilata, il tavolo e le sedie da campeggio furono sistemate sotto le fronde enormi di un vecchio Ombù; grande abbastanza da proteggerci con la sua ombra dai dardi del sole, ormai a picco sulle nostre teste.  La gustosa carne, ben cucinata, accompagnata da una fresca insalata, fu divorata da cinque affamati.  Enrico, Juanita e Diego, bevvero Pepsi Cola, Carlo ed io gustammo il buon "tinto" (Vino rosso) messo al fresco nel ruscello.  La mia torta casalinga, meritò l'approvazione di Diego, il quale era assai goloso di dolci.
Dopo il buon pranzetto, continuammo nell'impresa esplorativa. Juanita, fu attratta dal fatiscente campanile che si ergeva al fianco della piccola chiesa, spingendo porta tarlata e sgangherata, vide una scala in legno, non in migliori condizioni, che invitava alla salita. La mia amica ridendo, trascinò Enrico su in cima. Un attimo dopo la vallata, silenziosa e deserta, risuonò di un allegro, se non proprio professionale, squillo di campane. L'improvvisato e vivace concerto continuò, animato a turno dai due nuovi campanari. Juanita poi, si appendeva, lasciandosi trasportare dalla corda, divertendosi pazzamente.  Il piacevole svago fu interrotto dalla voce di Diego, che urlava rimproveri a Juanita, ma ormai lei era scatenata e, continuò ancora, aiutata diligentemente da Enrico. Scendendo, oltre al viso corrucciato di Diego, vedemmo una signora di mezza età, sbucata da chissà dove, ma certamente attirata dal fracasso insolito.  Era la custode di quei luoghi.
Eravamo molto mortificate, e ci aspettavamo dei rimproveri, ma la signora fu gentile e, dopo molte inquisitorie domande, convinta che eravamo persone per bene, nonostante la marachella campanaria, c’invitò a visitare la cripta sotto la piccola chiesa.

 La porta che conduceva al luogo fu aperta con una vecchia, gran chiave, infilata con altre in un grosso anello, che pendeva al fianco tramite una poderosa cinghia.  La mia immaginazione vide la donna come un'antica castellana, che ci avrebbe introdotto in una misteriosa stanza. L'interno era molto buio, puzzava di chiuso, una finestrella dall'alto mandava una fioca luce, cui pian piano i nostri occhi si abituarono e cominciarono a focalizzare il contenuto della stanza. Rabbrividii nel vedere due bare coperte da bianche lenzuola ricamate riccamente. Fiori freschi, deposti in capaci vasi di cristallo intagliato e scintillante, circondavano i due catafalchi.  La custode s'accostò alla bara più vicina e, sollevando il lenzuolo, scoprì la parte superiore: con mio orrore notai che aveva un vetro, il quale rendeva visibile il viso del defunto o, per meglio dire, quel che rimaneva di lui.  Personalmente, girai gli occhi per non vedere, lei insisteva, voleva farci conoscere i suoi defunti padroni, padre e figlio, e ripeteva: "Guardate come sono belli, sembrano addormentati".
Uscimmo, non proprio di corsa ma quasi.  La donna iniziò il racconto, veramente molto triste, e per più di un'ora parlò dei suoi padroni; la storia risaliva a dieci anni addietro.
Il ragazzo, ventenne, era morto in un incidente d'auto, il padre, mesi dopo, di dolore.  Lei, da allora, si era presa cura della cripta.
Questa storia c’intristì; poi parlammo di diverse cose, tra le quali venimmo a sapere che la custode tombale era nativa di Trieste.    Carlo, pensando di farle cosa gradita, disse: "Allora siamo compatrioti!". Queste parole scatenarono le furie nascoste della donna che, con voce stridula e rabbiosa, contestò: "Io sono austriaca". Neanche la storia contemporanea la convinse; Trieste, nel passato e al presente, era una città austriaca!  Dopo le varie, animate discussioni storiche, la donna si calmò e, subito gentile, indicò la strada migliore per uscire dalla valle. Alle cinque del pomeriggio, salutandola cordialmente e dando un ultimo sguardo al luogo strano dove avevamo passato il giorno, prendemmo la pista indicataci.

 L'auto, cominciò ad arrancare con fatica, sempre più in salita; il cammino s'inoltrava in una fitta vegetazione che impediva al sole calante di rischiarare quella gimcana fra i sassi che diventavano massi.  L'auto, dopo uno sbuffo, si fermò.  Scendemmo piuttosto preoccupati.  Diego, riconobbe nel luogo, un "obraje"(cantiere dei legnaioli che fabbricano il carbone di legna)  senza uscita.  Tornati indietro, la chiesa era solitaria come sempre. Il Sole, ridotto ad una rossa palla all'orizzonte, allungava l'ombra del campanile. L'austriaca...svanita. La sua presenza, sogghignante e soddisfatta, era da noi percepita: il suo zelante, patriottico onore era vendicato.

 La vallata, nel tramonto, aveva colori irreali, molto belli, ma che diventavano sempre più cupi man mano, che il sole scompariva all’orizzonte.  Si era fatto quasi notte e la benzina scarseggiava, ormai non cantavamo più ed eravamo molto inquieti. Poi, come nei racconti a conclusione felice, quando ormai il carburante era agli sgoccioli, apparve lontano una luce sulla strada rettilinea. Un "Sol de noche" (Lampada a kerosene) illuminava la tettoia di uno sgangherato distributore solitario, quasi sul punto di chiudere. Un uomo, magro e bruno, si pose alla pompa di vecchio stile; pompando a mano con molta calma, riempì il serbatoio con la sospirata benzina, che offriva un sicuro e felice ritorno a casa.
Riprese l'allegria e ricominciammo a cantare, Carlo, d’ottimo umore, parafrasando un ritornello dei nostri tempi, cantava a squarciagola: " Ammazza la vecchia, col flit! ", in omaggio alla machiavellica austriaca che aveva cooperato al nostro ritorno avventuroso.  La frase, tradotta in spagnolo, fece persino ridere Diego.  La serata finì con una bella cenetta a casa nostra, dove rivivemmo, ridendo, le avventure del giorno.


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Ultimo aggiornamento: marzo 2000
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