I giardini pubblici di Genova sono quasi inesistenti. I pochi esistenti,
quattro in tutto, sono residui dei grandi parchi di antiche Ville Patrizie
la maggior parte dei quali sono stati distrutti. Dalla periferia di ponente
al centro, quattordici chilometri attraversando le delegazioni di Sestri,
Cornigliano, Sampierdarena (che furono comuni autonomi quindi cittadine
a se non quartieri) si trova soltanto quel cesso di Villa Scassi,
un fazzoletto sovrastante l’arteria principale, tre gradoni asfaltati con
aiuole in salita fino all’Ospedale. L’antico parco contornava il grande
palazzo Imperiale degli Scassi che si stendeva fino al mare ed, ai quei
tempi, era soprannominato la bellezza tanto era stupendo coi suoi viali,
statue, grotte, fontanelle, palme e lecci, che facevano da cornice alla
grande vasca centrale. Sventrato dai moderni in omaggio alle ‘infrastrutture’
urbane, come dicono gli amministratori per nascondere i loro scempi, dell’antica
magnificenza non resta più nulla. Solo quel quadrato di verde e
asfalto; piccola isola di alberi e palme che essendo la sola si popola
quotidianamente di bambini che giocano sotto gli occhi attenti delle mamme.
‘La bellezza’ il meraviglioso parco d’una volta i ragazzi oggi lo chiamano
con sufficienza ‘i giardinetti’.
Da piccola Valentina veniva portata
lì ogni pomeriggio e giorno di festa dalla Nonna. I genitori lavoravano
entrambi e Angela, la mamma della moglie, la riceveva ogni mattino come
un pacco, l’accudiva fino all’ora dell’aria aperta, dove babbo e mamma
passavano a ritirarla. Quando frequentò le medie, gia’ grandicella,
ella continuò ad andarci da sola. Tra tutte le ragazzine Valentina
aveva fatto comunella con Cinzia, amica inseparabile con la quale faceva
coppia fissa da sole o all’interno del loro gruppo. Finita l’età
dei ‘giardinetti’, verso i venti anni dopo il liceo Cinzia e Valentina
presero due diversi indirizzi universitari e così smisero di frequentarsi.
La separazione avvenne gradualmente e nessuna delle due se ne dolse. Nei
nuovi ambienti conobbero altri ragazzi e formarono altre compagnie. Valentina
alla facoltà di giurisprudenza trovò dei giovani per
bene, studiosi ed educati, con i quali formò un gruppo affiatato.
Cinzia, alla facoltà di architettura invece si unì ad una
compagnia di gasati con atteggiamenti da geni in pectore, che mimetizzavano
sotto le fumisterie di grandi artisti la vera essenza di balordi in giro
di giorno, nei pub alla sera. Valentina nei primi tempi aveva spesso cercato
Cinzia. L’aveva anche incontrata ma con lei ed il suo gruppo non si sentiva
a suo agio. Ella si atteggiava a giovane emancipata, donna libera e disinibita,
truccandosi e vestendosi più come le baldracche che le ragazze così
dette ‘di famiglia’ d’altronde come loro erano state per tutto il liceo.
“Hai il fidanzato?’ le aveva domandato candidamente Valentina sentendosi
rispondere: ‘Fidanzato? Puà! Ho l’uomo non il fidanzato’ dilungandosi
a chiarire che l’amore vero è quello totale, completo, senza convenzioni.
“Nulla a che vedere con gli insulsi filarini dei ragazzini scemi”
concluse Cinzia quasi orgoglioso della sua prosopopea contrapposta alla
semplicità dell’amica: “Il tempo dei giochi ai giardinetti è
finito, sono cresciuta cara Valentina!”
Dopo quella volta telefonate e
incontri si spensero del tutto. Talvolta passando davanti ai ‘giardinetti’
Valentina saliva i gradini che separano la strada dal primo vialetto e
vagava gonfia di nostalgia tra le aiuole. In uno di questi ‘passi delle
rimembranze’ come lei amava chiamarli, il pomeriggio di alcuni anni dopo
notò una ragazza accasciata su una panchina nell’angolo della piazzola.
Per mitigare il contatto freddo del ferro sulle gambe stava seduta su un
cartone da imballaggio e teneva le braccia lungo lo schienale e la testa
reclinata su di esse. I capelli lunghi, sciolti, le nascondevano il viso.
Valentina capì subito la situazione: una giovane fanciulla come
lei non si annientata nel sonno a quell’ora del pomeriggio. “S’è
fatta quella deficiente” pensò domandandosi come poteva esserle
utile o se era meglio ignorarla. Credeva di essersi imbattuta in una delle
tante sciagurate dedite agli stupefacenti e ne ebbe pena. Stava davanti
a lei magnetizzata, paralizzata, ad attendere chissà cosa. Inconsciamente,
forse, di vederle il volto; parlarle, portarle un bicchiere d’acqua dalla
fontanella intuendo l’arsione che porta quello stato semi catalettico.
In quel momento la ragazza, scivolando su se stessa, cadde a terra.
Valentina si precipitò allora per aiutarla a tirarsi su, sedersi
di nuovo. Porgendole soccorso riconobbe immediatamente l’amica dei giardinetti.
Con un filo di voce rotto dall’emozione mormorò:: “Cinzia, Cinzia!...
sei tu? Non è possibile! Non è possibile!”. Le pupille di
lei, già rovesciate, tornarono normali; ma lo sguardo era opaco,
mancava della luce radiosa che animava i suoi occhi. Valentina attese che
Cinzia uscisse dal letargo accarezzandole i capelli: “Perchè, perchè?
Cosa ti è successo? Cinzia, ti voglio bene, ti aiuterò...
sono tua amica...” diceva implorante e incredula di tanta trasformazione.
Aveva lasciato un bocciolo e ora ritrovava un fiore appassito. Da adolescente
era carina, il viso tondo, le labbra carnose, capelli biondi ossigenati
lisci sul collo: uno splendido musetto civettuolo e sbarazzino. Davanti
a se vedeva una ragazza trascurata, consumata dall’eroina. Pareva impossibile
fossero la medesima persona.
Cinzia si riebbe. “Ciao... Voglio
aiutarti! Cosa devo fare?” disse pronta Valentina. “Portami dell’acqua,
ho sete...” rispose ella porgendo un bicchierino bianco di plastica. Al
ritorno aggiunse: “… I miei mi hanno messa fuori di casa.” “Ci sono
io, dormirai da me.” “I tuoi genitori cosa diranno?” “Li convincerò.
Vuoi uscirne vero?” Che Cinzia fosse tossica le pareva così evidente
da darlo per scontato. Invece l’amica si arrabbiò: ‘Che cosa dici?
L’ho fatto solo oggi presa dalla disperazione!” “Andiamo a casa. Ti metterai
in ordine così quando tornano i miei ti troveranno a posto.”
“Cosa gli racconti?” “Mah, ...” “Dì che i miei si sono
divisi e io non voglio stare ne con l’uno ne con l’altro.”
I genitori di Valentina lavoravano
nel pubblico impiego; la mamma -Elena- alle Poste, il padre -Enrico- all’Intendenza
di Finanza. Dopo le sedici sarebbero rientrati. Il primo incontro, Cinzia
era riposata e rimessa a posto, andò bene: Elena ed Enrico assecondarono
la figlia credendo di ospitare una ragazza per bene per un periodo limitato
di tempo. Come potevano rifiutare l’amica del cuore della figlia in quel
particolare momento -credevano- di grande infelicità, come traspariva
dall’aspetto emaciato e triste della ragazza. La prima settimana trascorse
veloce e senza ambascia. Cinzia e Valentina restavano sole a casa mentre
i genitori andavano al lavoro. Passavano le ore leggendo, ascoltando musica.
La serenità si infranse quando Cinzia pretese di uscire da sole.
Ritrovò i vecchi amici, e rientrò nel giro che l’aveva rovinata.
Dopodiché alcuni fatti turbarono la convivenza. Elena si accorse
che i suoi cassetti venivano rovistati. Stranamente iniziarono a mancare
soprammobili, pezzi d’argenteria. Enrico, avendo casualmente lasciato i
pantaloni col portafoglio in sala, ebbe un ammanco di banconote che, lì
per lì, attribuì ad un difetto di memoria. Ma Elena si era
insospettita. Divenuta guardinga, certa delle sottrazioni, un mattino rincasò
all’improvviso per chiarire con Cinzia la faccenda. La trovò mentre
si bucava nel bagno. Non si dissero nulla. Elena l’accompagnò alla
porta e la richiuse con l’espressione che non ammetteva repliche. Poi raccolse
il limone appena spremuto, il cucchiaino bruciato, la stagnola, siringa
usa e getta; avvolse il tutto nel fazzoletto e andò a mostrarlo
alla figlia.
“Guarda cosa faceva in casa nostra
la tua amica!” le gridò Elena furiosa “Ora prendi tutta la sua roba,
riempi il suo zainetto e mettilo fuori della porta.” “Mamma, sul ballatoio?”
mormorò Valentina smarrita. “Fuori. Se torna, ammesso ritorni, lo
prenda e sparisca.” “Perchè?” “Ti sembra poco? Si droga. Non
è un affidabile. Ci ha ingannati. Ecco chi rubava le cose che sparivano
di casa!” “Ma non possiamo gettarla in mezzo alla strada... parliamone
con lei; se l’abbandoniamo anche noi è spacciata.” “No, è
inutile. Lei è già spacciata”.
Valentina passò i giorni
più brutti della sua vita. La udì il mattino seguente al
telefono: “Portami il mio zainetto ai giardinetti” “Cosa è successo?”
“Quello che doveva succedere. Riprendo la mia vita, tanto a me nessuno
mi vuole bene!” “Non parlare così. Vedrai, parlerò con mamma,
tutto si aggiusterà” “Non lo credo proprio.” “ Ti voglio bene,
Cinzia, sei la mia unica amica... ti aiuterò!”
Valentina cercò di convincere
i genitori a riprendere Cinzia in casa, ma loro si opposero fermamente.
“Quella non deve più stare qui, e tu non dovrai più nemmeno
vederla!” “Se l’abbandono anche io è perduta!” “Perduta o no, non
è problema della nostra famiglia.” “I suoi l’hanno cacciata
di casa” “E vuoi che la prendiamo noi se neppure la vogliono i suoi?
Credi che noi arriveremo dove non sono riusciti loro?” “Perchè no?”
“Lo dici tu, ma è una pia illusione. Non ci proviamo nemmeno. Una
possibilità l’aveva e se l’è già giocata.” Cinzia
si mise a piangere, delusa più dai genitori che dall’amica:
“Siete egoisti, cattivi!” Di apparire gretto agli occhi della figlia, Enrico
non ci stava: “Non ti ho mai detto nulla Cinzia, ma lo sai che sparivano
soldi dal mio portafoglio? E poi noi non siamo adeguati alla situazione;
al recupero di tossicodipendenti occorrono dei terapeuti, solo loro la
possono aiutare. Deve andare in comunità, al massimo noi possiamo
prestarci per trovargliene una. Diglielo: o accetta o niente.”
Solo a sentir Valentina parlare
di comunità Cinzia si inalberò. Quando le propose di entrare
dentro perse il controllo di se stessa accanendosi contro l’amica. Poi
ripresa la calma disse gelida: “I giorni con te sono una parentesi chiusa.
In comunità non ci vado, non mi metto in gabbia da sola.”
“Allora cosa farai?” “Ciò che ho fatto finora: gli amici,
e la libertà” “E’ squallido” “Per la gente integrata come te, forse.
Voi amate la mediocrità. Il grigiore non fa per me, voglio ben altre
emozioni…” “Pensi così di essere più felice? Lo credi sul
serio?” “Lascia perdere. In certi momenti io la vivo la felicità,
tu non sai neppure cosa sia…” .
Non si incontrarono più.
Ma l’evento Cinzia provocò in Valentina un riesame affettivo verso
i genitori. Ella avrebbe volto provare, insistere ancora una vlta e la
loro rigidità le apparve come un verdetto di condanna a morte verso
l’amica. Appena si rese economicamente indipendente, dopo laurea
e impiego, cercò casa e andò ad abitare da sola. Il momento
dell’addio con mamma e papà ritrovò accenti di dolcezza dimenticati
da quei brutti giorni. “Voglio essere indipendente” “E’ giusto alla tua,
anche se non sei sposata. Però fatti sentire, sei la sola figlia
che abbiamo” “Anche voi genitori per me” “Dimmi la verità,
pensi ancora a Cinzia?” Chiese il padre sommessamente. “Sì,
con senso di colpa. Temo che se non l’avessi abbandonata sarebbe salva”
“Ti sbagli. Hai fatto quanto potevi ed anche di più; del resto quali
obblighi avevamo?” “Questione di solidarietà non di obblighi”
“La prima solidarietà è con noi stessi e si chiama responsabilità.
Se un giorno avrai dei figli lo capirai.” “Papà, tu
ragioni a freddo. Ma Cinzia era mia amica, le volevo bene” “Lei non
voleva una amica ma una complice” tagliò corto Enrico.
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