Una voce

di  Chiara Baldini
b.chiara@tin.it

La pioggia scendeva lenta e monotona fin dal mattino e ritardava l'imminente aria di primavera, dove colori e profumi avrebbero invaso la vita e le cose. Il cielo, attraverso la finestra, filtrava una luce grigia che scoloriva i fiori degli alberi che intanto, già da qualche giorno, avevano tentato di dipingere i cigli delle strade e i parchi. Così, anche nella stanza ogni oggetto ed esistenza sembrava rincantucciato in attesa che un tiepido raggio giungesse a ridare sfumature e speranza per la venuta di una nuova stagione.
Alessia si alzò dalla poltrona e raggiunse la finestra. Il mare era lontano ma non quel tanto da non scorgerlo e in quel momento era impossibile segnare la linea dell'orizzonte dall'identicità del suo colore con il cielo. Solo fuggevolmente si scorgevano delle increspature sull'acqua che sembravano tante vele bianche, intente a mantenere la rotta, invece che piccolissime onde che si incontravano con il vento e la fine pioggia.
Il posto, dove viveva da sempre, era una cittadina e si trovava tra il mare e la catena delle montagne che scendeva lungo tutta la nazione intersecandosi con pianure e colline. Una cittadina scolpita a tratti nella roccia e per gran parte distesa nella pianura che incontrava il mare e dove in quei giorni era difficile immaginare il grigiore che avvolgeva il cielo, dove la pioggia scendeva raramente anche se quel periodo, a cavallo di una stagione all’altra, ancora non aveva l'energia per definirsi e donare la propria identità. Sentì avanzare le stesse sensazioni nell'anima, rimanendo stupita di come a volte anche la natura si adattava agli stati d'animo delle persone o... erano gli stati d'animo che trovavano specchio nelle manifestazioni di essa?
Scosse le spalle, coperte da un golf bianco a collo alto, senza il bisogno di una risposta che sempre la sua logica chiedeva ma trovando solo conforto in quella natura che si ammorbidiva con la sua profonda tristezza. Si abbracciò, sentendo le mani arrivarle sulla schiena e le braccia che le coprivano i seni e, tornando alla poltrona vi si rifugiò in un angolo, proprio come quella vetrina era tra le due pareti. All'ufficio redazionale di una rivista, aveva salutato le colleghe come ogni venerdì, avendo ancora dentro tutto il forte supporto che le dava lavorare e che, in momenti difficili, diveniva la sua salvezza.
Teneva una rubrica dove rispondeva a lettere di ogni genere... dall'attualità, del perché scatta quella disarmante molla che fa uccidere un genitore, alla clonazione dell'uomo, ad inquietudini dell'anima radicate in essa attraverso anni e anni di maschere e facciate per sembrare "normali". Spesso, lontana dal chiasso della redazione, si portava le lettere più complesse a casa e seduta nel letto buttava giù, nel portatile quelle risposte, non scritte tanto per rispondere, ma perché degne di questo. E non sempre era così divenendo il lavoro anche monotono. Come era naturale.
La penombra che scendeva la scosse dal torpore di quegli ultimi eventi mentre qualcosa nella mente rifiutava di affacciarsi alla natura del proprio stato d’animo.
Le lacrime risposero. Gocciolando per le guance, battevano sul bracciolo del divano come fossero perle, raccogliendola ancor di più in un angolo e sfiorare con le ginocchia i seni ma, benché di spazio ne prendesse assai poco, si sentiva sempre troppo esposta. Forse non era tanto il fatto di esserlo fisicamente quanto la sensazione che, se ridotto, si illudeva che l'anima sarebbe divenuta sempre più piccola e inconsistente, così da sentire meno quello stato d’animo. Quel vuoto incontenibile che prima di divenire dolore era stata una fuggevole carezza di gioia che le aveva fatto sentire troppo di tutto e dover attendere poi solo quella molla che, anche se, pareva averla abbandonata, la sentiva fievole chiamarla. Lei scuoteva la testa, perché era stanca, perché non ce la faceva ad ascoltarla e impedirle di allungare il desiderio e raggiungere quello l’aveva stretta in un abbraccio…
Forse quella voce sopraggiungeva nei momenti più sofferenti, proprio per non fare sentire chi soffre abbandonato anche se in fondo faceva sempre parte di lei.
 - So che ci sei.
 - Te ne accorgi solo quando sei disperata ma non hai voglia di me.
 - É vero. Scusami.
 - Non scusarti.
 - Perché, perché continui ad esserci? Lasciami in pace!
 - Quasi non credi a me?
Silenzio.
 - Così mi fai essere orribile, è solo che...
 - É naturale che quando si sente l'anima sorridere non si ricerca la forza, perché ci si sente già forti, nello stare bene, senza sete di conforto.
 - E tu sei qui per questo?
 - Sì.
 - E non ti stanchi di asciugare i dolori degli altri?
 - Non degli altri. Ogni forza ha una sola persona affidata e comunque non asciugo i dolori.
 - Ah, che bella persona che ti sei scelta. Raggomitolata al buio.
 - Dimentichi che stai soffrendo.
 - É tuo compito anche ricordarlo? Come asciugare il dolore? Ah, giusto non li asciughi.
 - Non lo ricordo, sei tu a sentirlo vivo e non asciugo i dolori ma non abbandono chi li prova e posso sorreggere un'anima che soffre ma...
 - Non da sola.
 - Giusto.
 - E come?
 - Non pensare che il dolore ti tolga quello che sei e, quanto forte esso sia, viverlo fino all'ultima lacrima che scivola dai tuoi occhi feriti fino a che li sentirai sempre meno piangere.
 - É talmente doloroso.
 - Lo so.
 - E tu, in tutto questo, dove sei?
 - Io non tolgo il dolore, come ti ho detto ma se ti affidi a me non ti abbandono e come ogni cosa che costa, sarà faticoso però passerà, senza dimenticare e poco a poco sentire che quel male ora vivo in te, si tramuterà solo in un segno nell'anima.
 - Sembra così difficile che accada.
 - Non ora e nemmeno tanto presto ma accadrà, se non ti lascerai vincere e con me decidi di non farti risucchiare dalla sofferenza e credere che nessuna di queste sarà mai degna e tanto forte da distruggere un'anima.
 - E per questo, hai bisogno di me?
 - Ed io di te.
 - E se sono tanto stanca di essere forte?
 - Continuerò a parlarti.
 - Grazie.
La sera era calata e ricoperto il cielo dal suo abbraccio che vigilò silenzioso su quello che provava l'anima di Alessia che intanto aveva chinato la testa su quella forza, sicura che non l'avrebbe mai abbandonata se le avesse concesso, come in quella sera, di esprimere anche le proprie debolezze.

Il grigiore del giorno prima venne sostituito dalla forte luce mattutina che si insinuava tra le imposte della finestra, dove Alessia aveva la camera. Arredata da un armadio bianco a muro, un grande letto e un cassettiera gialla, mentre dalla finestra si usciva nel terrazzo, da dove poco sotto spiovevano dei tetti e dritto, lontano, il mare che in giornate limpide sembrava lì, al posto dei tetti.
La sveglia biologica la sospinse con molta lentezza a schiudere appena le palpebre per richiuderle e di nuovo riaprirle, fino a che un intorpidimento generale del corpo, raggomitolato, la mosse allungandole gambe, poi facendo uscire dal piumone un braccio, infine l’altro e con la mano sfiorarsi i capelli, che, anche se corti, sul cuscino sembravano lunghi.
Solo dopo aver fatto un giro con gli occhi della notte, avvertì un senso aggravato dentro. Allora socchiuse gli occhi. Forse sarebbe scomparso, tutto, fin dalla sera prima quando la voce della forza le aveva parlato; come forse sarebbero scomparse tante altre cose, tanti avvenimenti, tante cose credute, tante altre sbagliate.
La testa iniziò a seguire la pesantezza dell’anima e pulsarle nelle tempie, raggiunte intanto dall’indice e pollice della mano che aveva disperso i capelli sul cuscino. Ma quel pulsare non cessò, portandola a drizzarsi seduta.
No, niente era scomparso…
Sul terrazzo dal tetto spiovente c’era in un angolo, la vecchia sedia a dondolo dove suo zio capitava si sedesse e fissare ora il cielo, ora il mare dove i gabbiani arrivavano in picchiata per poi risalire su. Narrava, a lei ragazzina bramosa di scoprire il mondo, che viveva proprio lì, un gabbiano di nome Jonathan che un po’ somigliava a quella giovane snella figura che stava fiorendo con l’idea di aver già capito tutto, di non voler andare dove tutti andavano, di non voler essere come tutti erano… Ad Alessia stava simpatico quel gabbiano che da grande continuò a seguire e che l’aveva fatta scontrare con chi aveva voluto esser uguale a tutti e avere l’impressione in questo che non aveva capito niente ma al contempo sentire dentro di sé l’anima.
Rientrò in camera, non avendo ancora incontrato Jonathan che probabilmente stava chissà dove sopra il mare e con il vento a far planare le ali. Era sempre lui che rammentava a volte nelle sue risposte a lettere bramose di voglia di sentimento e libertà…
Ma l’idea di quelle lettere sfuggì dalla sua mente, come fosse un nastro di seta lasciato andare al vento che quel mattino solleticava l’atmosfera del luogo che vagabondò nel giorno fino che i colori del tramonto lo attutirono e invitarono Alessia ad uscire.
Quel momento che aveva da sempre amato e che la indugiava lungo la spiaggia fino a ritrovare un angolo dove un ammasso di scogli rimaneva appartato e si affacciava solo alla grandezza del mare. Si sentì un po’ strana a sedersi sulla roccia, posando lo zaino in mezzo ai piedi in bilico, mentre poco più giù aliti delle onde sciabordavano e prendevano dolcemente il suo sguardo fino ad immergerlo nell’infinito dell’acqua.
Il vento le accarezzò i capelli che si stagliarono contro i primi tenui colori del tramonto che avvolsero l’anima in una dolcissima malinconia mentre dita lente annasparono dentro lo zaino da dove emersero un blocco e una penna. Intanto quella lieve carezza la accompagnava in fugaci ricordi, per lo più sensazioni animate dal desiderio di abbandonarsi a quel tocco mentre il richiamo dei gabbiani si faceva sempre più vicino, tanto da scorgerli, alcuni ammucchiati sulla riva, altri che planavano rasente l’acqua.
Il blocco posato sulle cosce, lo arrestarono nel contatto con i jeans chiari e le dita tentavano di familiarizzare con la penna che si agitava tra loro come se seguisse l’irrequietezza che non riusciva a trovare pace, un appiglio per tenerla ferma finché lo stesso tocco di leggere note di un’arpa si intrecciò con i voli dei gabbiani che insieme al tramonto dipingevano il quadro di quella sera.
Chinò la testa e accompagnò ciuffi ribelli al vento dietro le orecchie mentre altri scappavano da altre parti seguendo quel lento movimento così simile ad una mano tra i capelli, mentre la voce dell’anima rilesse una pagina accompagnata da quelle corde pizzicate con dolcezza.

Dolcissimo,
l’ora, è quella che sempre amavamo per immergerci nell’incontro del cielo con il mare e dare vita a quella linea, all’orizzonte che, come prendesse due diverse entità per mano, le unisse in un unico abbraccio. E in questo tardo pomeriggio, quando la sera invita al riposo dei pensieri e sentimenti, mi ritrovo seduta e lasciare che queste parole parlino per conto di quella mia fievole voce che amava sussurrarti di me. Sento lo sguardo offuscato dall’incomprensione di come quest’intimità dell’anima poi, improvvisamente, sia scomparsa dal nostro abbraccio che sentivamo avvolgente e come una lastra di ghiaccio abbia separato cielo e mare… Eppure loro che sono sempre qui, davanti alla mia malinconica dolcezza, non hanno smesso di donarmi colori di seta posati delicatamente sul mio cuore con il soave volo dei gabbiani che sospingono lento il vento e accarezzarmi i capelli, come amavi fare tu. Ti mettevi seduto di fronte e mi chinavi dolcemente la testa sulla tua spalla e poi con leggere dita giocavi con i miei capelli e facevi sentire al mio respiro che c’eri. Il cielo, intanto, che si tingeva di rosa e viola parlava per voce di quel fievole, dolce sentire che univa due diverse anime, assetate di condividere i propri riposti colori, fatti di luce e ombre ma che un allontanamento irruente, li ha come frantumati e dato vita ad un rosone di una cattedrale segmentato irregolarmente da linee nette, troppo nette per poter rivedere quei colori diluiti, come questo tramonto che accompagna il volo dei gabbiani in questa mia dolcissima malinconia. Addio...

Guardò le onde ingrigirsi mentre il sole scompariva lasciando la scia dell’esistere in sfocate striate sul cielo che vennero pian piano assorbite dall’imminente sera. Tenne stretto quel blocco come se trattenesse qualcosa ancora di non svelato e nascosto in quelle parole che rivivevano nell’anima, non accorgendosi di averle riportate sulla carta che affidò ad una stretta insenatura tra lo scoglio. Si alzò, lasciando che il vento strappasse dal viso le lacrime e sospinta dalle note dell’arpa prendere la strada di casa.


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Pagina pubblicata: marzo 2001
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