di Filippo Messina
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La notte del 16 agosto 1987, alla
vigilia del suo settantacinquesimo compleanno, Ambrogio Grattenna, rizzatosi
improvvisamente a sedere sul materasso, gridò con quanto fiato aveva
in gola che le locuste avrebbero invaso il paese.
Purtroppo, era solo l'inizio di
una febbre che avrebbe continuato ad ardere per più di un anno prima
di ridurre definitivamente in cenere quella che era stata la mente più
brillante del villaggio. Lo sconcerto dei paesani fu grande, giacché
Ambrogio era considerato una quercia saggia e spesso i giovani lo additavano
quale esempio di vigore e lucidità. Le cose, ahimè, stavano
cambiando per sempre. Quell'intelletto sopraffino era tragicamente cagliato
e al posto del vecchio maestro restava uno stolido energumeno che presto
sarebbe sceso nella fossa.
In un breve elogio, scritto dal
notaio Antonio B in occasione dei funerali, il maestro Grattenna fu definito
con toni lirici: "Arca spaziosa traboccante dottrina e sagacia, nella quale
erudizione e bontà d'animo vivevano concordi a dispetto degli anni
grami e dell'ambiente arido in cui vennero a sbocciare."
Parole sincere, che molti vecchi
allievi del compianto Ambrogio sottoscrissero con una mano sul cuore. Oggi,
nella scuola di Villaggio dei Giusti, tra la carta dell'Europa e l'ingresso
allo schedario, un ritratto ingiallito rammenta a tutti il volto austero
del maestro. E ogni mattina, al cospetto di quelle basette venerande, scoprono
il capo insegnanti e bidelli, tributando un istante di silenzio alla memoria
dell'illustre fondatore.
«Io fui il primo dei suoi
allievi» dice lo spazzino Ugo P torcendosi un tantino imbarazzato
nella tuta sudicia. «Credeteci o no, è con me che iniziò
il suo lavoro d'insegnante. In paese incontrerete una caterva di bugiardi
che dicono d'essere stati il suo primo scolaro. Sfido! C'è da leccarsi
le dita nel poterlo raccontare. Ma io conservo ancora una vecchia prova
di scrittura corretta da Ambrogio, con tanto di data e la sua firma. E
quella, porcocane, è vera come il Vangelo!
Alla fine della guerra, Ambrogio
tornò in paese senza neppure un graffio e si rimboccò subito
le maniche. Una sera, rientrai in casa passando per l'orticello e sentii
i miei parlare con un estraneo nella cucina. Non riconoscevo la voce, ma
mia mamma lo chiamava per nome. Ambrogio. L'uomo stava dicendo di avere
studiato lettere, di avere molte idee e di voler provare a trasmettere
qualcosa. Diceva anche che i tempi stavano cambiando e che era il momento
di ricostruire Villaggio dei Giusti a partire dai paesani. Allora non capivo
bene, ma i miei genitori sembravano molto interessati alle sue chiacchiere.
Papà non aveva mai imparato a leggere e mia mamma sapeva fare appena
qualche conto elementare. Ambrogio era molto persuasivo. Le bombe avevano
ridotto il nostro paese uno straccio, diceva, ma ci saremmo rimessi in
piedi. E il primo mattone dovevano essere i ragazzi. Alla fine, la mamma
baciò Ambrogio su una guancia e papà tirò fuori la
bottiglia di vino che teneva nascosta nella stalla. Brindarono. Non so
a che cosa, ma lo posso immaginare. Fui affidato alle cure di Ambrogio
già l'indomani. Per gli adulti la guerra era finita, ma per me,
piccolo somaro, stava per iniziarne un'altra.
Ambrogio mi aspettava ogni giorno
alle quattro del pomeriggio. Io avevo sette anni ed ero un cinghialetto
ribelle. Me ne sbattevo di leggere, di scrivere, del più, del meno,
della storia e di quella lavagna color merda di capra. Quindi me la davo
a gambe ogni volta che potevo, ma Ambrogio… Caspita! Era un vero cagnaccio.
Potevo correre fin sul lago, accovacciarmi nell'erba alta della campagna
o nascondermi tra le fascine nel capanno di mio zio. Giungeva sempre ad
acciuffarmi per un orecchio. Si spostava su un calessino in legno d'abete,
veloce come il vento e puntuale come il raffreddore. Le lezioni le teneva
in casa sua. La stessa vecchia, grande casa che oggi è la scuola
dei nostri figli. Si può dire che Ambrogio mi ficcò in testa
l'ABC a viva forza, riempendomi di concetti e pizzicotti. Intanto prendeva
al laccio altri marmocchi. Giovannino, il figlio del fornaio, mio cugino
Melchiorre, Silvestro il pidocchioso. Le lezioni di Ambrogio non duravano
meno di quattro ore. Poi ci conduceva nel giardinetto attiguo per farci
fare un po' di moto. Per un'altra ora d'inferno ci imponeva una serie di
esercizi, flessioni e roba del genere. Sul finire della mattina, ci dava
una palla mezza sgonfia e si allontanava un tantino per lasciarci giocare…»
Il maestro è ricordato altrettanto
bene dal notaio Antonio B, autore del suo elogio funebre. Il notaio è
al centro di un episodio pittoresco. In paese si racconta che Ambrogio,
per prima cosa, gli insegnò a riconoscere le stelle. Nel sentirlo
ricordare, Antonio ride di gusto. Poi commenta:
«L'astronomia? Che sciocchezza!
Ancora gira quella vecchia storia? Beh, il paese è pieno di contafrottole.
Ne sentirete raccontare tante, ma fui io il primo fanciullo che imparò
a scrivere per merito di Ambrogio. Il maestro Grattenna aveva creato un
personalissimo abbecedario. Non si fidava a sufficienza dei testi didattici
reperibili in città. Né col senno di oggi potrei dire che
si sbagliava. Soleva dare inizio ai propri corsi esortando innanzi tutto
l'allievo a disegnare. Ma in verità, pochissimo era lasciato alla
fantasia dei bambini. Ogni animale che ci ordinava di ritrarre doveva riprodurre
un modello ben preciso che egli stesso disegnava su una lavagnetta. L'orso
aveva una grande testa tonda come la O con la quale iniziava il suo nome.
La mosca due larghe ali che ricordavano una M, e via su questa traccia
con grande inventiva. In questo modo, lettere dell'alfabeto e immagini
rimanevano facilmente impresse nella mente dello scolaro e la memoria non
faticava ad associare le une alle altre. Diverse contorsioni di una serpe
messe in successione davano origine alle lettere della parola S-C-U-O-L-A.
Fu la prima parola che imparai a scrivere mediante il sistema dell'alfabeto
figurativo ideato da Ambrogio. Quell'uomo aveva l'insegnamento nel sangue.
Conobbi Ambrogio a capodanno. Il
nostro incontro fu indimenticabile. Rammento che nel varcare la soglia
del suo studio, tremante al fianco di mio padre, non riuscii subito a distinguerne
le fattezze. Sedeva a braccia conserte su una modesta poltrona, dando le
spalle a un'ampia finestra con le tendine scostate. Sul momento, la luce
che inondava la stanza mi abbacinò e pertanto di Ambrogio potei
vedere solo la sagoma imponente. Da quell'ombra, ancora senza volto, proveniva
la voce che ci invitava a entrare. Restai sorpreso nell'accorgermi che
sul suo scrittoio non si trovava neppure un libro o un qualsiasi manuale
di grammatica. Solo qualche foglio scarabocchiato, una tabacchiera e una
grossa ampolla di scolorina che, per quanto ne so, non fu mai usata. Ambrogio
scambiò un rapido saluto con mio padre. Quindi mi fece cenno di
avvicinarmi. Nel sentire per la prima volta la sua voce ebbi la sensazione
di stare ascoltando il rimbombo di un gigantesco gong. Un vocione che a
ritmo quasi regolare si strozzava in una serie di piccoli colpi di tosse
secca, tipica di un fumatore incallito. Anche in quel momento, Ambrogio
teneva la pipa tra i denti, ma non l'accese mai in presenza dei suoi allievi.
Mi strinse la mano in modo energico. Poi mi chiese di scandire per esteso
il mio nome e cognome. Rimasi muto per la soggezione. Quando capì
che non gli avrei risposto mi pizzicò la guancia talmente forte
che vidi le stelle in pieno giorno. Quella sera raccontai l'avventura ad
altri bimbi e così ebbe inizio la leggenda sulla lezione di astronomia.
Ambrogio riteneva fondamentale che i suoi allievi imparassero a pronunziare
correttamente ogni sillaba. Gli accenti tonici segnati in rosso sui quaderni
dal suo implacabile pennino non si potevano contare. Fu sempre intransigente
a questo proposito. Presto, inserì nella sua didattica anche qualche
parola in inglese. Ambrogio affermava che le distanze si stavano accorciando
e che un'infarinatura di quella lingua ci sarebbe servita tantissimo. Si
era appena usciti dall'ostracismo fascista dei vocaboli stranieri, così
per qualche tempo certi vegliardi in paese brontolarono dicendo che Ambrogio
ci insegnava le parolacce. Inutile dire che si sbagliavano di grosso.
Ambrogio era un giovane possente,
con il naso ingombrante e schiacciato come quello di un pugile. Già
allora sfoggiava le sue leggendarie basette rosse. Non poteva dirsi una
bellezza, e non è neppure vero che fosse tanto dolce con i suoi
alunni. Era assai rigido, invece. Sprizzava da ogni poro l'entusiasmo di
insegnare e accarezzava il progetto di trasformare la propria casa in una
vera scuola per il nostro piccolo paese. In quel tempo a Villaggio dei
Giusti non esisteva niente del genere. I pochi ragazzi che avevano la fortuna
di studiare, affrontavano ogni mattina un viaggio in treno fino alla più
vicina scuola elementare, alla periferia di Bambera. A sera, tornavano
esausti e raramente proseguivano gli studi. Considerando la diffusa indolenza,
penso che il nostro paese non avrebbe mai avuto una scuola tutta sua senza
l'impegno di quell'omone rude e manesco. Correva il 1946 e Ambrogio aveva
trentaquattro anni. Il padre gli aveva lasciato in eredità una dimora
spaziosa, a due piani, con un cortile adiacente. Era l'abitazione più
grande del paese, un po' trascurata, ma sontuosa a confronto delle nostre
catapecchie. La casa era miracolosamente scampata alle incursioni delle
fortezze volanti, segno che il progetto di Ambrogio era gradito al buon
Dio. La scuola sarebbe stata riconosciuta e aperta a tutti un paio di calendari
più tardi, lo stesso anno in cui Ambrogio si sposò. La casa
era molto grande, quindi non gli fu difficile rinunziare a qualche stanza
per adibirle ad aula, biblioteca e dormitorio. Ambrogio e la signora Clara
vivevano al piano superiore, dove oggi si trova la direzione. All'inizio,
i bambini delle prime classi trascorsero in casa loro dei mesi, quasi fosse
stato un vero e proprio collegio. Ambrogio rispettava le norme disciplinari
che imponeva ai ragazzi e a se stesso con spaventevole solerzia e non senza
un pizzico di compiacimento. Di frequente, agli albori della giornata,
ordinava ai ragazzi di seguirlo nel boschetto, e lì si intratteneva
con loro affrontando più temi d'interesse. Dalla botanica generale
alle modalità d'uso di specifiche erbe mediche, ottime per curare
cefalee e costipazione. Una volta aperta la scuola, Ambrogio portò
le lezioni da quattro ore a sei. La signora Clara, infaticabile massaia,
cucinava per tutti. Il suo apporto venne meno solo brevemente, quando nacque
la piccola Monica. Amici cari, credetemi… Ancora oggi, a pensarci, mi commuovo.
Per noi paesani, quello scricciolo di bimba diventò il simbolo dell'ardore
di Ambrogio e della rinascita che tutti auspicavamo. Il maestro poteva
già contare molti figli ideali, ma questa era la prima a non essere
nata mentre intorno scoppiavano le bombe.»
«Quando il babbo mi disse che avrei dovuto passare un intero mese nella casa di quell'uomo, piansi tutta la notte» riprende lo spazzino Ugo. «Ambrogio (venni a sapere dopo) aveva affrontato lunghe imprese legali perché il suo sogno scolastico si realizzasse. Sogno del quale noi piccoli paesani occupavamo una parte importante. Come ho già detto, pretendeva di tenere sotto controllo anche la nostra forma fisica. Di polvere, in quel dannato cortile, ne dovemmo digerire a quintali. I pasti cotti dalla moglie, poi, erano un vero supplizio. Ambrogio era rigorosamente vegetariano e la brava donna faceva del suo meglio per non contrariarlo. Nell'assecondare i gusti del marito, però, finiva spesso col perdere di vista le esigenze alimentari di noi ragazzi. Tanto che anche i nostri sogni erano popolati da legumi, freschi e secchi. La colazione consisteva in un misto di verdure crude e latte freddo. Pasto che Ambrogio ingoiava con vera delizia. A pranzo ci toccava insalata di carciofi e per cena barbe in brodo o cavolfiore bollito. Naturalmente nessuno di noi osava protestare per il vitto. Troppo era il timore che Ambrogio ci incuteva. Questo per non dire che se era irritato menava. E forte! Capitava, alle volte, che la signora Clara decidesse di proporci una bistecca, un cappone o del pesce, ma se non sbaglio questo si verificava soltanto la domenica, giornata che Ambrogio era solito trascorrere nei boschi alla ricerca di uccelli da spiare...»
Le testimonianze in merito non si
esaurirebbero mai. Voluminosi libri potrebbero essere riempiti con le rimembranze
degli anni in cui Ambrogio trasse alla vita intellettuale dozzine di giovinetti.
Frattanto il tempo passava. Lento,
ma inesorabile.
Nel 1979, ormai vedovo e decisamente
stanco, Ambrogio si sarebbe visto costretto all'inevitabile resa. Cedute
le briglie dell'insegnamento a mani più giovani, abbandonò
definitivamente la scuola per trasferirsi in casa della figlia Monica.
Il maestro del villaggio adesso si sarebbe riposato. Tuttavia non fu così
che la leggenda ebbe termine.
«Mi chiese di diventare sua
moglie circa tre mesi dopo la morte della signora Clara» rivela Maddalena
G, una simpatica vecchietta che conserva graziosi vezzi da fanciulla. «Capite?
Stavo tornando da una commissione e lo vidi ritto davanti la porta di casa,
tirato a lucido e impettito come un tacchino. Fino a quel pomeriggio c'eravamo
parlati solo poche volte. Di solito, lo incontravo alla messa della Domenica
o in casa di certi conoscenti. Non potevo dire di conoscerlo veramente.
Quindi fu una grossa sorpresa, per me, la sua improvvisa proposta di matrimonio.
Non mi era mai piaciuto. Fisicamente,
intendo. Ma confesserò che quel giorno mi parve ancora più
brutto. Solitamente vestiva in maniera sciatta. Non prestava molta cura
alla propria immagine. Per diversi anni l'avevo visto portare sempre la
medesima giacca di tela, e sentivo dire che odiava i cappelli come un gatto
odia l'acqua. Per questo quando lo vidi sotto casa ad aspettarmi, impalato
in quel vestito color sabbia, capii immediatamente che qualcosa bolliva
in pentola...»
La signora Sofia Z insiste per dire
la sua. E' un donnone dalla capigliatura corvina, di una bellezza selvaggia,
un po' arrogante. Vive del proprio lavoro di sarta in compagnia del figlioletto
e del marito invalido. In paese si dice sia una persona scontrosa e taciturna,
ma stavolta scalpita per parlare. Racconta senza nascondere un discreto
sprezzo.
«Era successo già
molte altre volte» afferma. «Solo una settimana prima, Ambrogio
aveva chiesto a mia madre di andare a vivere con lui. Ve lo immaginate?
Non voglio negarne i meriti, ma il vecchio Grattenna non era il santo che
si racconta in giro. Al contrario, era un uomo molto egoista. Piuttosto
ottuso, sia pure intraprendente e colto. Per di più era brutto da
far schifo. Una testa di rospo sopra un corpo da scimmione. Non che la
cosa lo frenasse. Oh, no. Infatti, si diede da fare pur durante il matrimonio
con la remissiva e stupidissima Clara, sempre pronta a compiacerlo quando
si degnava di rivolgerle una parola meno brusca del solito. Credo fosse
a caccia di un'altra donna che si dimostrasse pronta ad accudirlo. Contava
poco il suo nome, la sua età, purché questa gli facesse da
serva. Il fatto è che per tutti quegli anni Ambrogio fu attivo solo
in funzione della scuola. Non so se sia più corretto parlare di
devozione o di mania. Qualunque operazione estranea all'insegnamento, contesto
nel quale Ambrogio era avvezzo a muoversi come un re nel suo regno, lo
lasciava disorientato. A occuparsi delle faccende domestiche, a procurare
il cibo, a riordinare era stata sempre Clara. Ed egli non aveva mai mosso
un dito per aiutarla.
Una volta ottenuta la pensione,
era andato a vivere in casa della figlia. Però Monica era già
sposata. Aveva appena messo al mondo due gemelli. Vivere presso quel focolare
doveva pesargli un po'. Quindi prese a infastidire le donne nubili del
paese con le sue sciocche profferte. Gli andò sempre male, ma dovette
passare un anno prima che si rassegnasse a gravare sulla figlia.»
Maddalena continua:
«Fu molto garbato, e se il
mio rifiuto lo addolorò non me lo fece pesare. Negli anni precedenti
la pensione, aveva fatto costruire uno chalet fuori del paese dove di tanto
in tanto trascorreva il fine settimana con la figlia e il genero. L'autostrada
non c'era ancora, e vivere vicino al boschetto doveva piacergli tantissimo.
Mi chiese di sposarlo e di trasferirmi con lui là, tra gli alberi.
Fui costretta a rifiutare. Che cosa potevo fare...? Non era il mio tipo…»
Giunse il crepuscolo.
Ambrogio visse gli anni della pensione
in compagnia della figlia e dei nipotini. Visse in salute, onorando di
tanto in tanto la scuola con qualche visita e facendo frequenti e sempre
più lunghe passeggiate nella vicina campagna. Era arrivato ai settantaquattro
anni in ottima forma. Non era più tanto brutto. Gli anni avevano
sparso un po' di miele su quei lineamenti un tempo così rozzi. S'era
acchetato anche nel modo di conversare. Non tuonava più con suono
grave da trombone. Ora sussurrava gentilmente come un flauto rurale, e
se provocato manifestava la sua stizza a bassa voce, scandendo appena le
usate imprecazioni. Smise di citare Ovidio e Petrarca, e con il deteriorarsi
della sua vista anche di divorare libri. Trascorreva invece una quantità
di tempo nei boschi. Sfuggiva la compagnia degli altri anziani e dormiva
molto. Anche questo senza più russare, in perfetto silenzio.
Quindi smise di parlare del tutto.
«In principio non ci feci
molto caso» ammette Monica, che non si fa mai pregare quando si tratta
di ricordare il padre. «In casa era maturata la consuetudine che
ogni mattina io entrassi nella camera per destarlo con un bicchiere di
latte tiepido e allargare le persiane. Bussavo due volte. Dunque entravo
e ci auguravamo la buona giornata. Lui sorbiva il latte e si alzava per
recarsi in bagno. Era un vecchio rito.
Sarò più precisa:
non è che mio padre parlasse puntualmente ogni volta che entravo
nella stanza. C'erano state un'infinità di circostanze in cui mi
lasciò capire d'essere desto con un breve grugnito assonnato. Ma
fu proprio da quel giorno di luglio, e non prima, che rimase immerso nel
più completo e impressionante silenzio. Da diverso tempo in casa
eravamo rassegnati a non sentirlo parlare che di rado. Per questo quando
ci sedemmo a tavola ed egli non spiccicò parola, né io né
mio marito ci preoccupammo. Solo qualche giorno dopo cominciai a notare
che in mio padre qualcosa non funzionava più. Era diventato muto
come una tomba centenaria.
Ricordo che il suono più
udibile proveniente dalla sua persona era il respiro. E anche quello era
molto leggero. Non si lamentava più per i reumatismi, non sbuffava
e neppure tossiva. Mesi prima il medico gli aveva tassativamente proibito
di fumare. Io stessa avevo provveduto a nascondere la sua pipa, ma questa
precauzione si rivelò inutile. Non la cercò mai, e il giovamento
che ricavò dall'astinenza lo portò a sfoggiare un respiro
limpido che rese il suo silenzio ancora più inquietante. Se interrogato
non rispondeva che a cenni. Diniego o assenso, e nient'altro. Capitò
un certo numero di volte che lasciasse sul tavolo del tinello un biglietto
con su scritto dove stava andando o in cui mi chiedeva di cucinare per
il pranzo questa o quella pietanza. In seguito perse anche questa abitudine
e prevedere le sue mosse diventò impossibile.
Allora feci in modo che non uscisse
più di casa senza il mio diretto controllo. Badiamo bene: si mostrava
ancora abbastanza tranquillo perché non dovessi temere per la sua
incolumità, ma a quell'innaturale silenzio aveva aggiunto una nuova,
preoccupante, stramberia.
Fissava i muri del paese per delle
ore. Da molto vicino, neppure volesse baciarli. Rubava una seggiola dal
tinello, si sedeva in strada e rimaneva lì, la faccia al muro come
un bimbo in castigo. Oggi era la parete macchiata all'ingresso del vicolo,
domani il muretto bianco della pescheria. Passava così interi pomeriggi.
Se provavo a spostarlo, si ribellava pestando i piedi. Ma anche questo
nel più completo silenzio.
Lasciai il mio impiego alla merceria
appositamente per stargli vicina il più possibile. Ma non era sempre
facile. Troppe volte, affacciandomi sulla strada, vidi che la sua sedia
era rimasta vuota.»
«Non mi liberai del vecchio
fino all'ultimo» riprende Ugo, deciso a vuotare il sacco. «La
signora Monica viveva con il marito, i bambini e il padre ad appena una
ventina di metri da casa mia, e questo faceva di me la persona alla quale
era più comodo rivolgersi nei momenti di allarme. Quasi tutti i
loro vicini erano pendolari, impegnati in città. Alberto, il marito
di Monica, aveva appena ottenuto un posto di usciere al municipio di Berzagallo
e non tornava prima di sera. Io, invece, sbrigavo il mio lavoro nella mattinata
ed ero sempre a portata di voce. Per di più ero l'unico negli immediati
dintorni ad essere fornito di un mezzo di trasporto. Insomma: Ambrogio
mi aveva proprio incastrato.
In paese eravamo già in
molti a sapere dello strano silenzio in cui il vecchio si era chiuso. Solo
più tardi, invece, si seppe delle sue abituali fughe. Monica correva
a chiedermi aiuto almeno due volte la settimana, implorandomi di far presto
e di non dire a un'anima dove stessi andando. Ambrogio scompariva, e il
suo calesse con lui. Monica non voleva vendere i cavalli, e tenere il padre
sottochiave le ripugnava. Frugavamo la campagna a bordo del mio furgoncino.
La caccia al maestro fuggiasco, a volte, durava delle ore. Il vecchio non
restava mai in paese. Montato sul calesse, spronava le bestie finché
non si sentiva esausto. Ma il bastardo era ancora forte e poteva arrivare
molto lontano. Al termine della prima ricerca lo trovammo nel bosco. Aveva
abbracciato il tronco di un pioppo e piangeva in silenzio senza emettere
il più piccolo singhiozzo. Doveva essere rimasto immobile in quella
posizione per parecchio tempo perché la resina aveva letteralmente
incollato la sua camicia alla corteccia. Monica lo sgridò per essere
scappato in quel modo. Gli disse che per colpa sua non aveva fatto da mangiare
per i bambini, che Alberto l'avrebbe certamente rimproverata, e tante altre
menate. Ambrogio la guardava senza muovere un muscolo e piangeva. Gesù!
Era come vedere lacrimare una statua.
La stessa storia si ripeté
un fottìo di volte. Monica finì col fidarsi completamente
di me. Allora mi toccava rovistare nei dintorni da solo alla ricerca del
vecchio deficiente. Poi iniziarono i lavori per l'autostrada. Monica incatenò
le ruote del calesse e legò alla cavezza dei cavalli un paio di
grossi campanacci. Sarebbe stato davvero imbarazzante se il padre, in una
delle sue silenziose febbri, fosse giunto a dare spettacolo di sé
davanti agli operai.
Il vecchio citrullo non scappò
più. Ma… porcocane se fece di peggio!»
Venne l'ora delle locuste.
Il pescivendolo Rocco M, se interrogato,
ne parla volentieri. Lo incontriamo al bar della piazzetta, ciarliero e
giocondo come lo descrivono gli amici.
«Quell'estate fu senza dubbio
la più calda e fetente che il paese abbia sofferto negli ultimi
decenni. L'aria bruciava come in un forno a legna. Tenere il pesce in fresco
era un'impresa. Poche ore e già mandava una puzza sospetta. Ci spupazzammo
un merdoso scirocco per settimane, roba che ti faceva sentire in Africa.
Cazzo, persino le mosche cadevano svenute. In bottega, tenevo la borsa
del ghiaccio tra la zucca e la paglietta. La notte dormivo nella vasca
da bagno e mettevo la testa sotto il rubinetto ogni mezzora. Ma non c'era
scampo. L'afa uccideva.
Personalmente, credo che il caldo
bastardo di quell'anno abbia avuto un ruolo importante nella coglioneria
del vecchio Ambrogio. Passava giornate intere seduto davanti casa a far
nulla. Là, sotto il sole che picchiava, con la canizie che diventava
gialla come il piscio. Solo a vederlo c'era da sentirsi male. Una volta
pensai di offrirgli un copricapo, ma poi mi sfuggì di mente. Poveretto!
Ambrogio gridò che erano
da poco passate le due. Non ero riuscito a prendere sonno quella notte.
Il caldo rompeva da pazzi. Quando iniziarono gli strepiti ero immerso in
una tinozza d'acqua fredda con la finestrella della stanza da bagno aperta.
Così udii tutto forte e chiaro.
All'inizio sentii un lungo lamento.
Sembrava il belare di un caprone con la diarrea. Poi arrivò l'urlo.
Sul momento non seppi che cosa pensare. Non capii subito che a gridare
era il vecchio Grattenna. Stava succedendo qualcosa di terribile e io avevo
una strizza boia. Perché non si trattò di un urlo isolato,
ma di un vero e proprio quarantotto. Ambrogio ululava come se lo stessero
spellando vivo e tra le grida sputacchiava frasi senza senso e certe bestemmie
che mammamia!
Saltai fuori dalla tinozza, infilai
le mutande senza neppure asciugarmi e corsi fuori a piedi nudi. La luce
in casa di Monica era accesa. Dalla strada riuscivo a vedere sulle pareti
un putiferio di ombre che giravano impazzite come falene intorno a una
lampada. Ci fu un rumore di vetri rotti e altre voci urlanti. Quindi presero
a rischiararsi anche le case vicine. Ugo, lo spazzino, saltò fuori
armato della sua scopa e mi chiese se alla fine qualcuno stava ammazzando
il vecchio. Ambrogio non accennava a chetarsi. Ogni tanto il suo strepito
era soffocato, come se stessero tentando di chiudergli la bocca a viva
forza. Ma subito riprendeva con maggiore lena. I versacci sonavano all'incirca
così: Uuuuuusss... ssssttttttteeeeee! Ghblblbl... blhhhhhh... engonoooooo!
Y-alalalalalalalalah... sssssssteeeeeee!!! E giù con una valanga
di parolacce.
Anche donna Sofia si unì
a noi di corsa, in camicia da notte e con un lume in mano. Bussammo, ma
senza ottenere risposta. Quando giunse Argisto, il fabbro, buttammo giù
l'uscio ed entrammo. Tutte le luci della casa erano accese. I gemelli sedevano
sul pavimento abbracciati e frignanti, mezzi morti di paura. Monica e suo
marito, invece, stavano lottando con un toro infuriato. Ambrogio si dimenava
sul letto e gridava, ormai rauco, che a Villaggio dei Giusti stavano per
arrivare le locuste, che avrebbero divorato tutto, che tutto quello che
conoscevamo sarebbe stato ridotto in segatura. La mano di Alberto sanguinava.
Era stato morsicato.
Infine il vecchio perse i sensi.»
«Mi accorsi solo l'indomani
che si era troncato con i denti la punta della lingua» racconta Monica.
«Doveva essere successo all'inizio delle convulsioni. Aveva mandato
giù il sangue e anche il pezzettino mancante. Infatti, non riuscii
a trovarlo tra le lenzuola.
Il medico ci chiese se mio padre
avesse abusato di farmaci antidepressivi o se fosse sua abitudine bere
smodatamente. Ma era semplicemente assurdo. Mio padre non aveva mai fatto
uso di farmaci del genere ed era sempre stato astemio. Non poteva certo
aver preso a bere di nascosto negli anni della vecchiaia, quando lo vigilavo
con la massima attenzione.
Gli fu prescritto un sedativo che
gli somministravo giornalmente. Non credo, però, che riuscisse a
sentirne i benefici. Capitò ancora che si mettesse a urlare nel
cuore della notte, e rimase fino alla fine inquieto e imprevedibile. Dalla
notte del 16 agosto sentivamo di nuovo la sua voce, ma questo non si poteva
definire un miglioramento. Adesso non faceva che parlare degli enormi sciami
di locuste che secondo i suoi misteriosi intuiti erano in viaggio per abbattersi
su di noi. Previsione, ovviamente, del tutto infondata. Mai dalle nostre
parti si è vista una sola di quelle bestie, e comunque c'è
ben poco nella zona per attirarle in gran numero.
Papà ricominciò a
scappare di casa. Stavolta per aggirarsi in seno allo stesso villaggio.
Camminava spettinato e sporco per la piazzetta, bussava a tutti gli usci,
fermava la gente per la via e a tutti ordinava di guardarsi: perché
le locuste sarebbero giunte molto presto. Non fu mai pericoloso, sebbene
l'aspetto che aveva assunto incutesse un certo timore.
Quando si arrampicò sul
campanile e per poco non saltò giù, pensai fosse meglio per
tutti che ci trasferissimo nello chalet. Ormai in paese non si parlava
che della sua malattia, e per me e mio marito la situazione si faceva di
giorno in giorno più penosa. In campagna sembrò calmarsi
un pochino. Stette in silenzio per due giorni. Poi ripresero le escandescenze.
Nel frattempo i lavori per l'autostrada
erano giunti a buon punto. Avevo saputo da una fonte attendibile che nel
giro di qualche mese sarebbe stato aperto uno svincolo proprio davanti
alla nostra abitazione. La malattia di papà mi aveva costretta a
lasciare il lavoro e a trascurare troppo a lungo gli interessi della mia
famiglia. L'autostrada, dunque, rappresentò per me una specie d'insperata
ancora. Fu allora che decisi di dar fondo ai miei risparmi per trasformare
lo chalet in un autogrill…»
Ascoltiamo nuovamente la voce di
Rocco, il pescivendolo, che non sta più nella pelle per raccontare
gli sviluppi successivi.
«Ambrogio quella volta sembrò
davvero essere sparito nel nulla. I lavori allo chalet avevano avuto inizio
qualche giorno prima e Monica non aveva potuto fare a meno di ricondurre
il padre in paese. Il vecchio uscì di casa verso le undici approfittando
di una distrazione della figlia impegnata con i bambini e non fece più
ritorno. Lo cercammo per ore senza trovare la più piccola traccia.
Era una cosa abbastanza insolita, dato che nell'ultimo periodo Ambrogio
aveva fatto ogni sorta di schiamazzo per attirare su di sé l'attenzione
dei paesani e annunciare l'arrivo degli animalacci. Il tempo passava. S'erano
fatte le tre del pomeriggio e di lui non si vedeva un pelo. Monica si spaventò
molto. Il calesse non era stato toccato, nessuno sembrava aver visto suo
padre neppure di sfuggita.
Sì, la faccenda era proprio
preoccupante.
Allora sonarono le campane. Erano
assolutamente fuori orario e facevano un casino della miseria. Padre Albino
corse in maniche di camicia, trafelato e bianco come un cencio mentre i
cani nella piazzetta giravano latrando tutt'intorno alla chiesa. Sembrava
l'apocalisse. Non mi sarei sorpreso se in quel frangente le locuste fossero
arrivate per davvero.
Don Albino non fece in tempo ad
aprire il portone che già Ambrogio si affacciava dal campanile.
Nudo, urlante e incazzatissimo. Resterà sempre un mistero come,
alla sua età, fosse riuscito ad arrampicarsi su per quella scaletta
ripida che faceva girare la testa al sagrestano. Fu comunque spiegato l'enigma
della sua ultima sparizione. Allontanatosi da casa, doveva essersi recato
in chiesa per assistere alla funzione di mezzogiorno e con molta probabilità
s'era assopito tra i banchi. Padre Albino non s'era accorto di lui e al
momento di chiudere l'aveva fatto prigioniero. Da giù lo vedemmo
sventolare quel che restava della sua camicia e spenzolarsi nel vuoto con
una temerarietà che faceva tremare i polsi. Farneticava come di
consueto. Non potevamo sentirlo, ma senza ombra di dubbio stava ancora
avvisando tutti dell'imminente arrivo delle locuste.
Quando quattro giovani lo riportarono
giù, discutemmo a lungo sul da farsi. La bravata del vecchio, stavolta,
aveva incasinato l'intero villaggio. Non che fossimo una massa di stronzi
ingrati. Ambrogio era sempre nei nostri cuori, ma la sua malattia faceva
al paese l'effetto di un tafano sul dorso di un mulo. La notte, i bambini
si spaventavano alle sue urla e i pendolari reclamavano le giuste ore di
sonno. Monica decise di portarlo via dal villaggio per qualche tempo. Affittò
un appartamento in città dove sperava di riuscire a tenere Ambrogio
lontano da tutte le sue ossessioni. Ma durò poco. I lavori per l'autogrill
procedevano veloci, e Monica fu costretta a tornare per occuparsi di varie
faccende. Naturalmente, con lei rientrò anche Ambrogio, e il casino
ricominciò...»
Un attimo di silenzio, prego. Rocco
sa che quanto sta per raccontare adesso non sarà affatto allegro.
Si raccoglie e continua a narrare con voce commossa.
«Ambrogio morì il
primo di novembre. Se ne andò con grande strepito, figliando mille
chiacchiere come aveva sempre fatto. I suoi ultimi giorni li passò
urlando ai quattro venti la sua profezia, battendo con un legno su una
pentolaccia arrugginita. A sentire lui, le locuste erano ormai vicinissime
e questo lo rendeva più inquieto del solito. Aveva frequenti crisi
di pianto e chiedeva di essere accompagnato nella casetta al limite del
bosco, il suo antico rifugio. Povero vecchio! Nessuno aveva il coraggio
di dirgli che lo chalet era stato smantellato. Il grill di sua figlia era
quasi finito, ma Ambrogio non lo vide mai. Dubito, comunque, che l'avrebbe
apprezzato.
Monica in quei giorni era particolarmente
impegnata. Adesso era lei che si dileguava sul calessino del padre. Spesso
si recava a ispezionare di persona il cantiere e diventava sempre più
difficile incontrarla in paese. Ambrogio restava chiuso in casa, accudito
frettolosamente dal genero che, dati i suoi impegni lavorativi, non poteva
dedicargli che poche ore. Tuttavia, Ambrogio non restò mai solo.
Dietro preghiera di Monica, alcune donne andavano e venivano dalla casa
durante la sua assenza. Per lo più antiche allieve del vecchio che
avevano accettato di prendersene cura. A turno si occupavano dei suoi bisogni
e tutti i giorni gli apparecchiavano la tavola. Allora filavo con una di
quelle gonnelle, così ebbi modo di vedere da vicino con quanto zelo
fosse adoperata la cucina. Era un viavai di massaie esperte riunitesi in
un gruppo affiatato. Lavoravano in squadra, chi pelando patate e pomodori,
chi mettendo l'acqua sul fuoco. Grazie a quelle sante, il vecchio poteva
contare su un lauto pasto a pranzo e a cena, ma anche su un amorevole aiuto
a espletare quelle funzioni corporali che non riusciva più a gestire
per proprio conto. Faceva bene al cuore vedere che, a dispetto dei recenti
guai, Ambrogio godeva ancora di un affetto sufficiente a far di lui un
grosso bebè viziato dalla comunità. Lo vidi aumentare di
peso mangiando manicaretti d'ogni specie, vezzeggiato e confortato al punto
che quasi lo invidiavo. Lo stesso non potrei dire per le sue caritatevoli
infermiere, disposte ad accudirlo incuranti delle continue urla, dei piatti
rotti, delle mani sul culo e del diluvio di bestialità che zampillavano
dal vecchio come da una generosa fontana. Mi capitò di udire qualcuna
borbottare che se il grill non fosse stato ultimato presto, avrebbe finito
con l'ammattire pure lei. Ma niente più di tanto. Ambrogio era trattato
con esemplare dolcezza da quelle pie donne, neppure fosse stato loro padre.
Il giorno in cui venne a mancare,
Monica non era in casa.
Lo trovarono che si torceva sul
pavimento imprecando e schiumando come un serpente a sonagli. Aveva fatto
a brandelli il tappeto della sua camera, fracassato una sedia e mandato
in frantumi il vetro della finestra. Si rotolava premendosi lo stomaco
e ringhiava come non aveva mai fatto prima. Doveva accusare dei dolori
molto forti, ma chi lo soccorse, purtroppo, non distinse questi sintomi
dalle solite crisi. Ambrogio moriva, avvelenato da funghi colti con poca
attenzione e a lui serviti nel suo ultimo pranzo. Il medico arrivò
che già l'infermo si spegneva e non poté fare altro che constatarne
la morte.
Prima di evaporare per sempre,
Ambrogio lanciò un'occhiata circolare che gelò i presenti.
Si sarebbe detto che stesse cercando intorno a sé qualcosa che gli
premeva molto. Rimanemmo pietrificati. Tutti avevamo notato che sul suo
viso era tornata l'espressione severa del maestro. Ambrogio s'inumidì
le labbra e disse:
- …siamo fottuti! -
Roteò gli occhi e… Adieu!»
Così Ambrogio se ne andò.
La vestizione della salma fu eseguita
lo stesso giorno della morte dalla figlia e dalle donne che per ultime
avevano assistito il vecchio maestro. Ci si accorse che sotto le unghie
dei piedi l'estinto conservava alcuni residui di terra scura e muschio
come se di recente avesse corso scalzo per la campagna. Solo che i suoi
ultimi giorni li aveva trascorsi chiuso tra le quattro mura di casa, sotto
lo sguardo vigile di un'intera squadra di matrone. Nessuno riuscì
mai a spiegare il fatto. L'omelia di padre Albino lo ricordò soprattutto
come insegnante, l'uomo che aveva donato una scuola al villaggio. I fiori
piovvero numerosi sulla bara. Ambrogio: maestro, vecchio saggio e profeta
di sventura, si dileguava lasciando una larga impronta sulla storia del
paese. L'inchiesta sul decesso durò poco. I rimanenti funghi, una
volta esaminati, furono definiti assolutamente innocui. Si giunse presto
alla conclusione che l'unico esemplare velenoso fosse finito tra gli altri
per pura fatalità.
Un mese dopo, la scuola di Villaggio
dei Giusti fu battezzata Scuola Ambrogio Grattenna.
L'autostrada fu terminata quell'inverno.
Monica aprì il grill e dimostrò di essere una grande lavoratrice.
In capo a un anno, l'attività si rivelò molto redditizia.
Alberto si licenziò dal suo impiego a Berzagallo e iniziò
a lavorare al fianco della moglie. Adesso l'asfalto era percorso da auto
e camion, pullman e veicoli d'ogni genere. Chi viveva ai margini del paese
sarebbe stato tormentato dai motori rombanti nelle ore notturne, dal discontinuo
e allucinante lampeggiare dei fari, dall'insistente squillare dei clacson.
Spessissimo furono rinvenuti i cadaveri martoriati di ricci imprudenti
che
avevano osato avventurarsi sul cemento. Molto presto vi fu un tremendo
incidente proprio nei pressi dello svincolo. Due auto e un camion si schiantarono
tra loro. Si udirono sirene e grida. Vennero le ambulanze, la polizia,
un caos di luci, di strepiti, di fischi. Sull'asfalto c'era un lago sangue.
I primi di giugno ci fu un incendio
nella campagna che bruciò un casolare e distrusse una larga fetta
di bosco. Bruciarono i pioppi e un bel po' d'erba non sarebbe più
ricresciuta. Una perizia stabilì che il fuoco aveva avuto origine
dal mozzicone ancora acceso di un sigaro gettato dal finestrino di un'auto
in corsa. Di lì a poco iniziarono i lavori per un residence di lusso.
Monica, dal canto suo, distribuiva da bere e da mangiare ai viandanti,
riforniva di carburante le auto di passaggio e faceva sonare la cassa.
Faticava, sudava, guadagnava, dimagriva.
La sera del 12 luglio, Monica e
suo marito vennero minacciati e malmenati da un pugno di uomini sconosciuti
che li derubarono dell'incasso di un mese. Qualche tempo dopo, una rissa
esplosa per un nonnulla produsse gravi danni all'interno dell'autogrill.
Ci furono dei feriti. Un avventore si fece molto male, tanto da perdere
un occhio.
Ambrogio, non ti dimenticheremo
mai.
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