di Vincenzo Tirelli
vintirel@tin.it
“…vorrei diventare scrittore,
ma come sarà possibile se
non ho
voglia di comunicare?”
-Wilhelm-
(“Falsche Bewegung” –Wim Wenders-)
Il giorno prima dell’esame i sensi
di colpa riemergevano violentemente scuotendomi come medicina in vena sull’orlo
del collasso. Non pensavo alla mia scarsa preparazione, non a voti mediocri.
Era come una luce avida e crudele della realtà che mi costringeva
a camminare in un cerchio chiuso di mattonelle nella mia stanza. Ogni persona,
ogni cosa mi era estranea ed indifferente. Seduto al tavolo posto di fronte
alla finestra riesco a vedere la statua in alto a destra della chiesa,
i suoi capelli marmorei, gli occhi vitrei mi trasmettono un senso di agitazione.
Rovisto fra i libri sul mobile, un libro di Rimbaud ingiallito riluce della
cera rossastra caduta sulla copertina a gocce. Comincio a leggere trovando
consolazione nell’assurdità dei suoi versi e nell’aroma del tabacco
umido, adoro rollarlo: prende fuoco e scricchiola.
Geometricamente inquadrata la mia
stanza ha sui lati il letto, un armadio con cassetti, la porta, una finestra.
Dalla sedia passo a stendermi sul letto ed ancora sulla sedia illudendomi,
alla ricerca di nuove immagini. Cambierò al più presto questi
fogli attaccati alla parete. Nell’angolo in cui è incastrato il
letto vedo ugualmente la statua. Fisso delle figure immaginate o presenti
davanti ai miei occhi. Attraverso un piccolo corridoio che è in
comune ad altri appartamenti affittati a studenti: è sempre buio
malgrado una finestra la cui luce non filtra le tende sudicie. Una lampadina
da pochissimi volt è sempre accesa. Un incubo tuttavia necessario
per passare all’altra parte della casa, la cucina e il bagno, un telefono
per ricevere. Qui non sono solo: quattro o cinque scarafaggi si affacciano,
a volte passeggiano dallo scarico della doccia nella vasca da bagno. Ho
paura: per questo non li uccido.
Casualmente ma con frequenza incrocio
nel corridoio un uomo. E’ diretto su per le scale in fondo con un mazzetto
di iris blu ed una bottiglia di vino. Al piano superiore abita Maximilian,
il compagno dell’uomo medesimo, che impaziente ogni giorno profuma le stanze
e la scalinata è abbellita da piccole stampe di Beardsley e Klimt.
Mi sento sempre più attratto dalla loro presenza malgrado la mia
indistruttibile alienazione, vorrei parlare con loro ma non ci riesco.
Prime ore del pomeriggio. Da sotto
le coperte ricordo a stento di essermi addormentato dimenticando l’ora
di pranzo. DOVE MI TROVO? La televisione non sintonizzata illumina la stanza
di un ronzio da assuefazione: il cielo deve essere molto nuvoloso. Ho dormito
vestito. La camicia fuori dai pantaloni, la cravatta spiegazzata. Dallo
specchio sul mobile vedo la mia faccia pallidissima e gli occhi incavati;
la fiamma è tremolante dalle mie mani. Al terzo tentativo la sigaretta
è accesa, mi siedo sul letto, stanco. Con la prima forte boccata
mi trovo in bocca una mucosa che sputo nel portacenere, schiumosa. Sento
di essere diventato intrattabile e mi chiedo se c’è convivenza che
regga tale schizofrenia. Dovrei forse mettermi ad urlare e riascoltare
almeno la mia voce? Non ha senso. Spalanco la finestra che l’umidità
della pioggia penetra nella stanza apportandomi uno strano benessere. Mi
siedo sulla finestra. I sensi o il sentimento dell’amore sono nulli. Da
quanto tempo non bacio una donna? Da quanto oppure quando proverò
la delicatezza di una mano sfiorarmi? E’ tutto inutile. Perché la
gente per strada, le automobili, i motorini insopportabili, le insegne
al neon dei negozi, perché proprio la loro vista aveva causato l’insorgere
di tali desideri non era riconducibile ad alcuna apparente buona ragione,
né tantomeno sarebbe stato lecito farlo. E’ tutto inutile. Provo
a sporgermi. Abito all’ultimo piano e ciò potrebbe avere un senso.
Mi sto gelando. Senza fretta preparo un caffè cercando anche soltanto
un biscotto, il pane è impietrito. Il frigorifero vuoto e maleodorante,
sul tavolo i resti del mio ultimo pasto: un piatto sporco, una forchetta
ed un coltello, un bicchiere semivuoto di vino. Non sopportavo più
l’idea di mangiare da solo, non riuscivo a prepararmi da mangiare lì
seduto tra i fornelli ed una finestra sbarrata. Fisso a guardare nel piatto
vuoto: io non so cucinare. Non sopportavo l’idea di dover provvedere a
me stesso senza l’aiuto di qualcuno che mi dicesse cosa mangiare o cosa
bere. L’odore del caffè mi distoglie appena in tempo da tali pensieri,
ne verso l’intera macchinetta in un bicchiere di plastica che al contatto
del liquido bollente si deforma come il mio cervello.
Giovani studentesse e studenti
illusi di aver compreso le abitudini della gente, li odio camminando senza
senso e senza mai soffermare l’attenzione su qualcuno o qualcosa. Sono
indeciso: inutili ricordi riaccesi da ogni angolo della città. L’invidia
forse percettibile soltanto a tratti adesso rappresenta tutto me stesso
talmente da indurmi ad accelerare il passo alla visione di persone sorridenti
ad abbracciate fra di loro. Non riesco a tollerare neanche la gente negli
alimentari.
ASPETTANDO L’UOMO. In un movimento
rapido e regolare senza errori la paura mi piomba addosso ogni volta, l’angoscia,
nessuna differenza. La polizia è assente. Intervallati da cumuli
di spazzatura una donna zoppicante fuma nervosamente ed un tipo porta con
sé sempre il suo cane: abbiamo tutti lo stesso appuntamento. Ogni
rumore lontano desta palpitazione in quel momento d’attesa febbrile sospeso
assolutamente nel nulla; i nervi cederebbero ad una risposta negativa,
il panico. Ed eccolo, la faccia rossa dal freddo sulla vespa semidistrutta
, il cuore pulsa violento, sento i suoi battiti nelle mani, i soldi nella
mia mano sudata. Mi avvicino lentamente per dargli il tempo di scendere
dal mezzo, improvvisamente vedo avvicinarsi decine di persone sbucate da
chissà dove, sono di fronte a lui e non oso guardarlo negli occhi
mentre sussurro la solita frase o faccio un segno con le mani…uno scambio
veloce. SONO SALVO. Nel momento in cui stringo nel pugno chiuso e in tasca
la merce, mi avvio verso casa annientato e assente, provo il benessere
di un forte giramento di testa, un’eccitazione. Mi sembra di aver già
fumato. Forse sono felice?
Mi chiudo alle spalle l’inferno.
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