La Mattanza

di Roberto Tosato
robertot@sisted.it


 


La carta.
di Roberto.
"Lei, altissima e mora, due gambe perfette che uscivano dal vestito leggero e cortissimo. Si stava facendo fotografare da un uomo, che doveva essere il suo amante, a giudicare dalla differenza d'età e dai gridolini che gli spediva ogni tanto. Non erano foto qualunque, niente panorama, solo lei e lei. Non erano turisti, e lo si vedeva anche dal libro di poesie che lei teneva in mano. Dalla mia solita postazione sulla panchina, con il consueto istinto da voyeur, cercavo di indovinare di che colore avesse le mutandine. Speravo che una folata di vento le alzasse il vestito, sarebbe bastato anche solo il bordo, un movimento....
E come tutte le cose che si sperano forte, venne il vento e il movimento di lei insieme. Quel che vidi mi lasciò stupito: sul suo sedere perfetto una scritta, diagonale e sbarazzina, chiaramente un nome d'uomo. Dopo un lungo bacio, se ne andarono abbracciati, era sua."
Luca amava la carta. Di tutte le cose di cui si circondava, questa era quella che più amava. La carta comunicava a Luca una moltitudine di sensazioni, gli dava la possibilità di ammirare le infinite tonalità del bianco, (che poi bianco non è mai): a volte candida, a volte splendente, a volte opaca a volte gialla e vetusta. Gli piaceva esercitare il tatto, accarezzandola: chiudeva gli occhi e si concentrava nel sentirla scorrere sotto i polpastrelli che delicatamente l'accarezzavano come se fosse il volto di un bimbo. Talvolta era liscia, a volte vellutata. Seduto sulla sua poltrona con gli occhi chiusi la percorreva con le dita ripetutamente ed a lungo; intuiva invisibili avvallamenti che all'occhio sfuggivano. L'annusava, qualche volta, e sentiva il suo odore, come se fosse l'odore della pelle della sua amata: Giulia.
La riconosceva anche dal fruscio: carta di giornale, carta da libro, carta collata, carta moneta. Il senso che la carta non riusciva in nessuna maniera a stimolare era il
gusto. Già, non riusciva a conoscerla attraverso il gusto. Aveva provato, una volta, a farne dei piccoli pezzetti e ad assaggiarla; un'altra volta a leccare ampi fogli, e addirittura a condirla, ma l'esperimento si era rivelato sempre deludente Anche condita non dava la benché minima sensazione piacevole e forse neanche spiacevole. Semplicemente non stimolava il gusto, la carta non apparteneva al gusto, non al suo per lo meno. Una grave mancanza davvero, per un qualcosa che egregiamente riusciva a stimolarlo in tutta la sua sensorialità.

A parte questa "grave" mancanza amava tutta la carta: dalla povera e volgare carta da giornale, capace di essere portatrice di funeste nuove e poi incartatrice di sardine in qualche banco di pescivendolo, alla ben più nobile di tutte le carte: quella per acquarello.
Aveva provato anche a farsela da sé, la carta. A fare l'impasto e poi ad affogarci i petali delle rose del giardino. Però non era un artigiano Luca, e così non ebbe mai grandi risultati. Rimaneva solo l'ammirazione per il prodotto finito e che spesso
comperava senza poi usare. All'inizio ci vedeva sculture che con sapienti piegature si rivelavano al mondo.
Aveva cominciato con dei banali aeroplanini e barchette, poi si era evoluto in sculture sempre più complicate. Si scopriva sovente a pensare come un foglio contenesse di già tutte le infinite linee che componevano quelle magiche sculture e che solo una sapiente opera di maieutica riusciva a portare alla luce.

Solo più tardi, molti anni più tardi, cominciò a pensare che i fogli più belli andassero decorati. Successe un giorno che trovò un magnifico blocco, ad un prezzo per la verità piuttosto alto, in un negozio del centro: era carta per acquerello. Ogni foglio sembrava avere delle caratteristiche proprie. Ne comperò due pacchi, senza neanche sapere cosa farci se non accarezzarla, guardarla nel suo bianco/giallino ed annusarla, oppure picchiettare il foglio consistente sul bordo del tavolo.

Osò. Un giorno osò. Decise che avrebbe accarezzato un foglio, l'avrebbe conosciuto in una maniera a lui tutta nuova: con il pennello. Scelse un soggetto semplice da dipingere. Un soggetto che non distogliesse l'attenzione dello spettatore dalla bellezza del foglio, ma che lo potesse comunque arricchire e decorare.

Prese la mela più bella che aveva, la tolse agli sguardi famelici di chi poi l'avrebbe mangiata senza stupore alcuno od benché minima ammirazione, ma solo per sfogo di un mero e volgare istinto.

Accarezzava il foglio con il pennello, morbidissimo, di peli di scoiattolo. Lo bagnava in continuazione e lo decorava con i colori più tenui e trasparenti che riusciva a sciogliere nell'acqua: lasciava che si intravedesse la splendida tessitura del foglio attraverso il sottilissimo velo di colore. Voleva che fosse il foglio ad essere ammirato e non il dipinto che aveva la semplice funzione di esca per l'occhio ignaro dell'osservatore. Non lo firmò, non firmava mai neanche i suoi disegni a sanguigna.
Un'inutile segno di un altrettanto inutile possesso. Era triste notarlo, ma la mela dipinta era, grazie al foglio, bella come non mai.
Non aveva senso farne altre. Non sarebbe stato capace di fare meglio, a meno che non avesse trovato una carta più bella, magari una carta che avesse sapore.
Una carta da leccare, da assaporare mentre la dipingeva. Ci avrebbe voluto dipingere una pera. Vide per la prima volta Bianca in una sera tiepida d'estate.
Si scoprì a stupirsi nel guardare la ragazza che camminava con un'andatura alquanto singolare sul lungomare. Camminava calma e con passo non troppo veloce.
Aveva il perfetto senso dello spazio che la circondava e ne prendeva possesso con grazia, lasciando gentilmente quello già posseduto dietro di lei. Era sola. La rivedeva ogni sera quando andava a leggere sulla sua panchina, la osservava passare con la sua misurata lentezza, con la gonna a fiori, lunghissima, fino alle caviglie. Si scopriva ad osservarla attentamente, a cercare di scoprire nelle trasparenze del vestito estivo il segno della biancheria intima, a capire dai pochi lembi di pelle scoperta come dovesse apparire nuda su un letto nel caldo estivo.

Leggeva, faceva finta di leggere, quando una sera, verso il tramonto Bianca lo salutò. Lo salutò con un sorriso timido ed ingenuo; avrà avuto circa vent'anni
meno di lui. Luca notava la sua pelle, tesa, liscia. Era stupito da quella pelle
chiara e meravigliosa. Gli tornò in mente la carta, era quella pelle ora che lo affascinava, che lo irretiva. Anche Bianca era in qualche maniera affascinata, dal maturo Luca, da quel nobile portamento, da quegli sguardi a volte di bambino, a volte maliziosi oppure indifferenti.

Luca le raccontò un po' di sé. Poi le raccontò della mela dipinta, della carta e delle cose che lo stupivano quando passeggiava oramai sempre da solo.
Lei lo guardava con sguardo stupito ed attonito. Ciò bastò a Luca per diventarle amico.
***
Erano soli, in una stanza che lasciava filtrare dalle persiane socchiuse la luce forte dell'estate. L'aria era, invece mossa da un ventilatore in un angolo. Lei era sdraiata sul letto di Luca, il viso sul cuscino e con i pensieri lontani, forse rivolti a qualche più giovane amante, forse solo persi nel caldo e nel respiro calmo e regolare che aveva. Luca la accarezzava lievemente e la spogliava. Lentamente. Passava i polpastrelli sul viso e sui lobi di Bianca. Lei muta e con gli occhi chiusi giaceva senza fare altro che respirare. Ogni tanto si chinava su di lei e la baciava lievemente. Sentiva la pelle tesa e liscia contro le sue labbra carnose, la odorava, la ammirava nel suo candore. Si alzò, con passo misurato andò verso il suo tavolo da lavoro.
Aveva pensato ad accarezzare la pelle di Bianca con un pennello, ma in quel momento provò la sensazione di volere essere incisivo, delineato: un pennarello.
Tornò da Bianca e cominciò a disegnare uno stelo. Partì dal basso ventre, dove la pelle era libera, salì e curvò vicino all'ombelico. Protese lo stelo ancora più su e cominciò a rendere omaggio a quel ventre piatto disegnando dei petali, delle foglie, delle spine. Era una rosa. Una magnifica rosa. Nera. Lei continuava a respirare, ad occhi chiusi, con ritmo lento e costante. Mentre la punta scorreva, notava il colore che magicamente si fissava e si spandeva, Seguiva il disegno da vicino, come farebbe un miope che legge, e annusava, annusava profondamente il suo odore di donna. Ogni tanto leccava leggermente la pelle di Bianca e cercava di sentirne
il sapore. Aveva trovato la sua carta, la carta che poteva assaggiare, assaporare,
che non andava condita. Era sempre diversa. Cambiava il suo sapore e cercava di scoprire anche il tatto con la punta della lingua. La toccava con la lingua che ancora più dei polpastrelli rivelavano a Luca cose nascoste e che mai avrebbe visto o altrimenti sentito.
La girò.
Guardò la schiena magra e gracile, la colonna suggerì a Luca un nuovo
disegno.
Un drago che si avvolgeva lungo tutta la schiena. Un drago alato, con ali che richiamavano le scapole di Bianca e la lunga coda crestata che giù andava ad insinuarsi fra i glutei. Li osservò i glutei: perfetti. Belli. Giovani. Tesi.
Avvicinò la bocca e li morse lievemente comprimendoli con entrambe le
mani.  Li leccò, odorò nuovamente la pelle poi scrisse il proprio nome, lì sul
culo, a sinistra. Lo fece però dove la firma non venisse coperta dalle
mutandine: in maniera tale da lasciarla intravedere nella trasparenza
della gonna estiva.

I N D I C E



 

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Data di pubblicazione 06 aprile 2000
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