Andavano in Maremma

di Carla Vannetti
 cbernard@gol.grosseto.it


Non c'era  molto da fare al paese e allora i giovani andavano a lavorare  in  Maremma. Si radunavano in piazza la mattina all'alba intorno al caporale venuto apposta per racimolare  nuova manodopera. Viaggiavano tutto il giorno e arrivavano a destinazione che era gia' buio. Con un paio di scarpe ai piedi e un altro paio a tracolla, camminavano lungo le carrarecce cantando  le canzoni che avevano imparato dai loro vecchi.  Ogni tanto una sosta. Per  bere un sorso d'acqua e mangiare un pezzo di pane. O per aspettare un'altra squadra  partita da un altro paese.
Primo approfittava  di quelle soste per tirare fuori il suo  organetto e tutti facevano cerchio intorno a lui. Erano giovani . Allegri. Sembrava che andassero ad una festa. E chi rimaneva al paese invidiava quelli che partivano.
Anche Gigi una volta volle andare con loro. Non ne aveva bisogno, che' i suoi avevano tanta terra e il lavoro non gli mancava. Ma i suoi amici partivano tutti e lui non voleva sentirsi diverso. Volle partire e il padre per quella volta lo lascio' fare. Aveva 13 anni e tanta voglia di vedere come era fatto il mare.
Il lavoro in Maremma era duro.
Ci si alzava la mattina prima che facesse giorno - racconta ai nipoti Primo di Casavecchia- e  con gli attrezzi a spalla camminavamo un paio d'ore prima di arrivare sul posto di lavoro.
Una volta arrivarono sul campo che era ancora buio pesto. Aspet-tarono che sorgesse il sole appoggiati ai loro attrezzi. Gli occhi pesanti, un gran torpore addosso. Dopo una mezz'ora il caporale accese  un fiammifero e guardo' l'orologio che solo lui a quei tempi possedeva.
- Scusate, rega'- disse - 'na svista. So' le tre.
Era inutile tornare indietro. Si lasciarono cadere a terra e  dormirono rannicchiati uno vicino all'altro fino al sorgere del sole.
A mezzogiorno sospendevano il lavoro per mangiare. Era quasi sempre panzanella. Qualche fetta di pane tenuta a bagno in un bigoncio e  messa poi a scolare su una balla. Un filo d'olio e un pizzico di sale.
La sera, stanchi morti e divorati dalle sarafiche, tornavano al capannone messo a loro disposizione dal Capoccia. Una stanza  dove  dormivamo tutti insieme, uomini e donne, sdraiati  per terra sopra un po' di paglia, separati solo  da una coperta gettata sopra una corda tesa da una parete all'altra della stanza.
Non c'era il focolare. Un po' di legna e un treppiedi appoggiato  sul pavimento bastava al vivandiere  per cuocere la zuppa o l'acquacotta. Una brodaglia scura che veniva poi travasata nei catini di coccio. Uno per ogni sedici persone. Non c'erano  tavole ne' sedie ne' piatti.
E noi - continua Primo - eravamo costretti a mangiare direttamente dal catino,  inginocchiati per terra  o seduti su un balzo.
Una sera la minestra ci sembro' particolarmente saporita. Qualcosa scrocchiava sotto i denti.
-E' la pancetta.- disse il vivandiere.- Forse si e' abbrustolita troppo.
Mangiarono di gusto quella sera. Poi Peppe si avvicino' alla fiamma del focolare e dette una sbirciatina al cucchiaio che stava per portare alla bocca.
- Porco.....!- Bestemmio' e comincio' a sputacchiare rumorosamente qua e la' per la stanza. Tutti smisero di mangiare e a turno si avvicinarono alla fiamma. E tutti bestemmiarono e sputarono e poi si avventarono contro il povero vivandiere, colpevole solo di aver attizzato troppo il fuoco e aver cosi' avvampato le mosche che, nell'ora del tramonto, sostavano sul soffitto dello stanzone. Trovandosi all'improvviso senza ali, le poverette erano finite tutte nel calderone. Altro che pancetta abbrustolita!
Era una Maremma amara e molti morirono di stenti o di malaria.
- Ai nostri tempi - raccontano oggi i sopravvissuti - ai nostri tempi si lavorava sodo. E non c'erano i divertimenti che ci sono oggi.-
Poi pero', se hai la pazienza di ascoltarli, ti raccontano  di scherzi giocati  ai compagni piu' stolti, di balli sull'aia e di storie d'amore, di canti e di serenate. E i loro occhi brillano al ricordo. E pensi  allora che magari i divertimenti  non c'erano davvero a quei tempi, ma loro, i nostri vecchi, sapevano divertirsi lo stesso. Perche' il divertimento , quello vero, nasce dalla gioia di vivere. E questa devi averla dentro.
Se non ce l'hai, e' inutile cercarla altrove.
Forse loro, malgrado tutto, ce l'avevano.


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Ultimo aggiornamento: febbraio 2001
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