di Andrea Franco
andreafranco@inwind.it
Il vento aveva ripreso a soffiare
con forza. Jason alzò il colletto della giacca e affondò
la testa contro il petto, con lo sguardo fisso a terra. Camminava lentamente,
facendo ticchettare i tacchi sul lastricato. La piazza era piena di gente.
Jason percepiva il brusio di sottofondo generato da decine di capannelli
di persone che discutevano animatamente, sopra l’ululato del vento. Aveva
le mani fredde ed era stanco, ma non riusciva a convincersi a tornare all’albergo.
Era venuto a Roma in cerca di una nuova ispirazione, sperando di riaccendere
la fiammella della sua immaginazione. Roma era una città magica,
si era detto. Un po’ come Parigi, Praga e Londra. Ma a Londra ci era nato
e ormai la gloriosa città non era più una musa per lui. Aveva
scelto quindi Roma, con le classiche bellezze monumentali italiane, figlie
di una storia affascinante, eroica e tragica allo stesso tempo. Romantica.
A Roma il suo genio letterario sarebbe risorto. Se lo era detto tante volte,
e alla fine aveva creduto che potesse funzionare.
Certo, l’Italia era bella come
se l’aspettava, ma con lui tanta bellezza non aveva funzionato. La sua
mente era vuota, un foglio bianco, una tabula rasa. Quella stessa mattina
aveva gettato un paio di bozze, scialbe, fredde, senza animo. Scosse la
testa, per scrollarsi di dosso tutta la delusione.
Alzò la testa per scrutare
il cielo. Era plumbeo, come il suo stato d’animo. Gli ultimi raggi del
sole erano stati soffocati dagli enormi nuvoloni che si rincorrevano minacciosi
nel cielo. Erano appena le dodici e venti, ma sembrava prossima la notte.
Improvvisamente si accorse che le persone intorno a lui si stavano dileguando,
lasciandolo solo a vagabondare al centro della piazza. In effetti era cominciato
a piovere. Piovigginava appena, ma Jason si avviò comunque a passi
svelti verso l’albergo. Quella mattina avrebbe fatto meglio ad andare a
caccia. La caccia era l’unico passatempo che aveva oltre la scrittura e
non appena aveva una giornata libera, impugnava la sua doppietta, indossava
gli abiti d’occasione e si immergeva nella solitudine di qualche boschetto.
Ora rimpiangeva di non averlo fatto, comunque era troppo tardi per recriminare,
quindi scacciò anche questi rimpianti e cercò di non pensare
a nulla mentre percorreva la strada verso l’albergo.
Entrò nella hall un istante
prima che il temporale esplodesse in tutta la sua violenza. Appena oltre
la soglia si fermò e voltatosi verso l’esterno rimase a guardare
meravigliato le folgori che illuminavano il cielo. Sin da quando era piccolo
era sempre stato affascinano dalla potenza minacciosa di quelle bufere.
Una volta rimase sveglio tutta la notte, con gli occhi al soffitto che
giocavano con le ombre create dai lampi, misurando il tempo che intercorreva
tra il fulmine e il tuono, per calcolare la distanza che lo separava dal
luogo dell’impatto.
Forse ora avrebbe potuto fare lo
stesso e chissà, magari quel nubifragio poteva essere la chiave
di sblocco per il suo estro. Se ancora ne rimaneva, di estro.
Si voltò e camminò
esausto verso la reception. Venne accolto con il solito sorriso cordiale.
Dietro al bancone c’era Antonio e Jason lo saluto con un cenno.
- Mi scusi signor Rockable, c’è
un telegramma per lei. - Il suo inglese aveva un accento particolare. Antonio
era nato in Germania e si era trasferito in Italia all’età di undici
anni. Adesso il suo passatempo preferito era lo studio delle lingue. Jason
lo guardò con attenzione. I Tratti del suo viso non erano duri come
quelli di un tedesco e il suo sorriso era caldo e cordiale. Gli anni trascorsi
in Italia avevano certamente avuto degli effetti su di lui. A Jason era
simpatico. E poi, a differenza degli altri che dividevano il turno con
lui, Antonio era discreto ed educato.
Jason prese la busta che gli porgeva.
La rigirò un po’ tra le mani, cercando di immaginarne il contenuto.
Poi fece spallucce, salutò Antonio che gli diede la sua chiave,
e salì in camera..
Non aprì subito il telegramma.
Si tolse prima gli abiti umidi di dosso e si avvolse in una calda vestaglia.
Era indeciso se fare o meno una doccia, ma decise che era ancora presto,
quindi si accomodò su una poltrona in velluto color beige e prese
il telegramma.
Rimase sorpreso, quando l’intestazione
gli svelò che era stato inviato dal suo amico ed editore Reginald
Burton. Forse anche lui credeva che il tempo di riflessione che Jason si
era concesso stava scadendo. Comunque era inutile rimuginare a vuoto. Il
telegramma era lì nelle sue mani, tanto valeva leggerlo:
Salve Jason. Ti chiedo di tornare
a Londra per incarico di grande importanza. Sarà la tua grande occasione.
Spero che l’Italia ti sia piaciuta.
Distinti saluti. Reg.
Lo lesse tre volte. Poteva almeno
scrivere qualcosa di più specifico! Quale era questo grande incarico?
Quale grande occasione? Reg non cambiava mai. Lo conosceva da vent’anni
e ancora oggi faceva fatica a sopportare questo suo modo di fare a volte
misterioso. Non svelava mai tutti i particolari. Teneva sempre qualcosa
per se, centellinando le informazioni. Bah! Comunque, non che avesse molta
scelta. Il viaggio era stato un insuccesso e quindi era inutile prolungarlo
più del dovuto. Nel pomeriggio avrebbe inviato un telegramma di
risposta, assicurando il suo ritorno al più presto possibile. Amava
viaggiare in nave, quindi la prospettiva di passare tre settimane sul mare
stuzzicava il suo senso d’avventura.
Si alzò dalla poltrona e
si diresse verso il bagno. L’occorrente per la doccia era già tutto
pronto. Non dovette far altro che togliersi la vestaglia di dosso ed entrare
sotto il getto d’acqua calda.
A Londra pioveva, come al solito.
Comunque anche a quello ci si abitua.
Quello a cui non si era mai abituato erano i costanti ritardi di Reg. Ma
ormai aveva imparato ad aggirare l’inconveniente. Si presentò all’appuntamento
con venti minuti di ritardo, così non dovette attendere poi molto.
Quando arrivò si sorrisero e si abbracciarono. Quando si ha l’abitudine
di incontrarsi quasi tutti i giorni, tre mesi di lontananza diventano estremamente
lunghi. Erano un po’ emozionati, ma il loro stupido orgoglio gli impediva
di eccedere in slanci entusiastici. Reg aveva lasciato crescere un po’
la barba e Jason notò che quel particolare contribuiva a farlo sembrare
più vecchio e maturo. Ora finalmente sembrava davvero il trentenne
che era. Aveva sempre dimostrato meno della sue età e l’aria sbarazzina,
affiancata al perenne sorriso ironico dipinto sul suo volto, non contribuiva
certo a far si che la gente lo prendesse sul serio.
Lui però prendeva sul serio
la sua vita e aveva fatto in modo che la sua passione giovanile divenisse
anche il suo lavoro. E Jason doveva ammettere che era anche molto capace.
Adesso era il suo editore e probabilmente in quel momento Jason lo stava
deludendo.
Quando erano ancora poco più
che adolescenti formavano già un duo inseparabile. I loro caratteri
collimavano nel migliore dei modi e con il passare degli anni non poterono
fare altro che consolidare quella loro unione che ai loro occhi era tanto
speciale.
Erano insieme quando parteciparono
al primo ballo. Erano insieme quando con fare impacciato avvicinarono le
prime ragazze. Erano ancora insieme quando di nascosto fumarono la prima
sigaretta. Erano insieme anche ora che Reg era un editore affermato e Jason
uno scrittore di notevole successo privo però della consueta vivacità
artistica.
Attesero alcuni minuti che smettesse
di piovere, poi si avviarono a passo lento lungo al strada. Camminarono
senza badare a dove andavano, e Jason raccontò all’amico le sue
delusioni italiane. Reg annuiva senza interrompere, stringendo tra le labbra
l’ennesima sigaretta. Arrivarono fino Park Lane e si diressero verso l’Hyde
Park. Nonostante la giornata non fosse delle migliori, parecchie persone
in tuta correvano sul prato umido. Naturalmente le panchine e le sdraio
erano vuote. Quando Jason non ebbe più nulla da dire passeggiarono
ancora un po’ in silenzio, gettando distrattamente lo sguardo sulle persone
impegnate a fare jogging.
Si fermarono sotto la statua di
Robin Hood e la guardarono silenziosi per alcuni istanti, mentre alcuni
piccioni beccavano molliche di pane intorno a loro.
- Da come stanno le cose deduco
che non hai impegni urgenti da sbrigare, no? - Reg non era molto alto e
neanche molto robusto fisicamente, ma la sua voce era profonda e forte,
baritonale. Jason lo guardò perplesso.
- Questo è ovvio, altrimenti
non mi avresti richiamato a Londra. - Anche la sua voce era piena e decisa,
ma a differenza dell’amico era alto più di un metro e novanta, con
spalle larghe e gambe possenti. Sembrava un atleta, anche se il suo volto
dai lineamenti morbidi e gli occhiali rotondi gli conferivano un aria da
intellettuale quale era.
Reg sorrise, piegando la testa
di lato e strizzando gli occhi, assumendo l’atteggiamento di chi ascolta
qualcosa di scontato.
- Lo so, lo so. Per fortuna ci
sono io al tuo fianco. Ho un lavoretto che stuzzicherà la tua vena
artistica risvegliando quel poco di uomo selvaggio che c’è in te.
- Quando parlava sembrava che non dicesse mai cose serie. La sua voce era
capace di assumere quell’espressione poco seria che tanto bene si abbinava
al suo volto e alle sue movente ilari.
- Potresti spiegarti meglio, Reg?
- Jason non aveva molta voglia di scherzare. Il suo blocco lo preoccupava
parecchio. Se a trent’anni la sua fantasia già non riusciva a produrre
più niente di originale, avrebbe dovuto trovare altro di che vivere.
- Certo, calma. Non cambi mai.
Ricorda che la fretta e l’impazienza sono i peggiori nemici dell’arte e…
-
- Taglia corto, Reg. Non puoi tenermi
sulle spine. -
- E va bene, se proprio insisti
credo che…
- Reg! -
- Madagascar. -
- Madagascar cosa? -
- Semplice. Andrai in Madagascar.
-
Jason rimase senza parole, disarmato
di fronte al sorriso divertito dell’amico. Reg tirò un ultimo tiro
dalla sigaretta, la gettò a terra e la spense con la punta del piede.
- Sapevo che l’avresti presa bene.
- Gli diede una pacca sulla spalla e si incamminò con passi decisi.
- Torniamo a casa, prima che ricominci a piovere. Jason lo seguì
in silenzio.
- E’ noioso, credimi. - Cloe girava
lentamente il cucchiaino nella tazza del tea, tenendo gli occhi bassi,
persi nel vuoto. Rachel che come al solito teneva la schiena ben ritta
nel classico atteggiamento di gentil donna, la guardava dall’alto al basso,
riuscendo a stento a trattenere un sorriso. Simulò un tono serio
e disse:
- Dovevi aspettartelo. Lo sai come
sono i letterati. Tutti noiosi e sapientoni. Bla bla bla, bla bla bla!!!
Solo chiacchere. Una noia mortale. E poi…-
- Non è vero. - La interruppe
e alzò la testa, per guardarla negli occhi.
- Lo sai benissimo che non sono
tutti così. Hai conosciuto anche te Robert, no? Era spiritoso. Gioviale.
Intelligen…-
- E sposato. -
- Già. Direi legato. - Cloe
sospirò. - Dicevo solo per fare un esempio. Gli uomini colti non
sono tutti come li immagini tu.-
- Purtroppo il tuo si, amica mia.
- Stavolta non riuscì a trattenersi e rise rumorosamente.-
- Brava, ridi pure. Ridi. Non mi
sembra che tu abbia qualcosa di meglio. - La voce apra, canzonatoria.
- Ma io non cerco l’amore eterno,
il sole della mia vita. Io voglio solo che sia bravo a letto. Non chiedo
nient’altro, neanche la fedeltà. -
- E’ per questo che li provi tutti.
Per trovare quello giusto? - Sorrise.
- Vedo che cominci a capire, cara.
La mia compagnia… -
- Fra dieci giorni parto. -
- …ti giova. Ehi, ma la vuoi smettere
di interrompermi. Parlo seriamente sai! - Strabuzzò gli occhi, assumendo
un’espressione buffa che fece sorridere Cloe.
- Scusami Rachy. -
- Scuse accettate. - Si adagiò
allo schienale della sedia per rilassarsi un attimo, poi una volta assimilato
quello che l’amica aveva detto, si piegò velocemente in avanti,
portando il suo naso a un palmo da quello di Cloe.
- Cosa hai detto? - La sua voce
non riuscì a nascondere la meraviglia.
- Parto. Fra poco più di
una settimana.
- Non mi avevi detto nulla. Da
quanto lo sai? Dove vai? Con…-
- Ehi, calma!!! Quante domande!
- Cloe rideva con gusto, divertita dall’irruenza della compagna.
- Sta bene. Dimmi tutto. Ti ascolto.
- Tornò ad assumere una posa composta, la schiena dritta e la testa
alta.
- Non c’è molto da dire.
Mi cugino finanzia una spedizione in Madagascar e ha pensato che un po’
di svago mi avrebbe giovato.
- Madagascar? Ma è dall’altro
capo del mondo. -
- Già.- Sospirò,
i pensieri già proiettati nel prossimo futuro - Proprio un altro
mondo. -
Il porto era affollato da centinaia
di persone.
Facchini carichi di pesantissimi
bagagli o casse di merce . Vagabondi che gironzolavano senza meta, raccimolando
qua e là qualche spicciolo. Turisti in arrivo o pronti a partire.
Una calca immane, soffocante.
Jason allentò il colletto
della camicia per respirare meglio. Quel giorno il sole era molto caldo
e a Londra era insolito. In più tutta quella folla lo metteva un
po’ a disagio. Si voltò di lato per guardare miss. Cloe. Sembrava
a suo agio, per nulla infastidita dai continui scontri con centinaia di
altre persone. Per un attimo temette di essere il solo a non sopportare
quella situazione caotica, ma un solo sguardo all’amico Reg gli fece capire
che erano almeno in due a reggere il fardello di quell’intralcio.
Guardò ancora una volta
la cugina di Reg, ma continuava ad avanzare tranquilla verso il loro molo.
Sembrava avanzare verso la salvezza, verso le porte del paradiso, tanta
era calma. Tornò a guardare vanti a se, verso l’imponente Shadow,
la nave che li avrebbe accompagnati nella prima parte del viaggio, fino
ad Alessandria.
Shadow, sei la mia salvezza. Allungò
i passi, spinto dalla frenesia di ritrovare un attimo di calma a bordo
della nave. Ma il rambusto era talmente tanto che dopo mezzo minuto che
attendeva al ponticello d’imbarco, Cloe e Reg, seguito da altri due ragazzi,
lo raggiunsero. Non aveva fatto troppa strada.
- Hai fretta di partire, vedo.
- Reg lo canzonò e Jason rispose con una smorfia di finta offesa.
Cloe non aveva ancora parlato, ma dopotutto quello non era il luogo adatto
a intavolare discussioni animate. Avrebbero avuto molto tempo durante il
viaggio per approfondire la loro conoscenza. Jason sperava di poterla approfondire
molto, ma non lo disse a Reg, per gentilezza.
Tutto finì in poco tempo,
per la gioia di Jason, e si ritrovano a salutare la calca dal parapetto
della Shadow, che si allontanava dolcemente, dirigendosi verso il mare
aperto. Quando le persone del molo non furono altro che punti indistinti,
si decisero ad andare nelle loro cabine, per sistemarsi per il lungo viaggio.
Con loro erano partiti anche Kirk,
un fotografo eccezionale, un vero artista, e Andrew, un pianista talentuoso.
Insieme, Jason, Kirk e Andrew avrebbero collaborato per tramutare quel
viaggio in arte. Jason avrebbe scritto un saggio oppure un racconto, spettava
a lui decidere. Kirk avrebbe arricchito i testi con le sue fotografie.
Andrew avrebbe rievocato i luoghi e le vicende del viaggio con la sua musica.
Reg aveva pensato le cose veramente
in grande.
Questa volta ha superato se stesso.
Ma il lavoro spetta a noi. Se falliremo, Reg fallirà con noi.
Cercò di immaginare quella
misteriosa isola che li attendeva. Così lontana, eppure così
ambita da mezza Europa. Sorrise suo malgrado.
Magagascar, arriviamo.
Aveva immaginato che sarebbe stato
più facile avvicinare lady Cloe. Non aveva però fatto i conti
con Kirk ed Andrew. Non erano bellissimi, soprattutto Andrew, ma anche
loro potevano avvalersi del fascino degli artisti. Jason non credeva a
quelle fandonie, ma sulle donne aveva sempre un certo effetto.
Reg gli aveva detto che Cloe usciva
con un letterato e che stava cercando di superare quella storia. Jason
sperava di poterla aiutare, ma evidentemente i suoi due colleghi erano
dello stesso avviso. La loro era vera nobiltà di cuore.
Speriamo che il suo ex letterato
non l’abbia traumatizzata. Sarebbe un bel peccato se non volesse più
saperne di scrittori.
Era appoggiato al parapetto di
prua della nave, e fissava l’immensità del mare. Pareva eterno,
senza confini. Sbuffò annoiato e cercò di cancellare dalla
testa il pensiero della ragazza…
Certo che è veramente bella,
pensò.
Immaginò di tenerla abbracciata,
di sentire il contatto dei suoi seni generosi sul suo petto. Le accarezzò
le gambe, facendola fremere…
Cretino! Adesso anche le fantasie
erotiche ti ci vogliono. Pensa piuttosto a qualcosa da scrivere. Reg non
accetterà certo un foglio bianco.
- Salve Jason. - Sobbalzò,
strappato dai suoi pensieri. Cloe si permò a un passo da lui, incerta.
- Scusa, ti ho spaventato. - Jason
scosse la testa.
- Non ti preoccupare, ero soprappensiero.
- Cloe si avvicinò a lui, appoggiandosi anche lei al parapetto.
- Pensi a Londra? Già ti
manca? - Jason rise, voltando la schiena al mare.
Se sapessi cosa pensavo un attimo
fa!!!
- No. No. Anzi, cercavo di immaginarmi
il Madagascar. - Mentì.
- Anche io ci ho pensato molto
in questi primi giorni di viaggio. L’Africa è molto diversa dall’Europa.
E’ più selvaggia, più naturale. Più vera. -
Il suo viso era angelico, incorniciato
da lunghi capelli castano chiaro. I suoi occhi verdi erano pieni di vivacità
e guizzavano continuamente, senza pause. Era minuta, ma dalle proporzioni
perfette. Al confronto Jason si sentiva un rozzo gigante.
- Non hai paura? - Le chiese, la
voce bassa, quasi un mormorio.
- Dell’Africa? - Jason annuì.
- Non voglio nascondermi che sono
luoghi pericolosi, - continuò - soprattutto per una donna. Però
è meravigliosa e mi attrae da morire. Non ci ho pensato neppure
un istante quando Reg me ne ha parlato. Davvero, nemmeno un attimo di esitazione.
- Sorrise e per un po’ rimasero in silenzio, assorti in pensieri di meraviglia,
di speranze.
Il sole aveva cominciato ad adagiarsi
sul mare e rifletteva numerosi dardi arancioni sull’oceano. Rimasero a
guardare quello spettacolo, prima di tornare nelle cabine e prepararsi
per la cena.
Erano in viaggio da quattro settimane
quando finalmente avvistarono Alessandria. Sapevano che ci sarebbero volute
ancora molte ore prima dell’attracco e prima che potessero rimettere piede
a terra, ma la loro gioia era difficile da contenere. Per degli uomini
di terra i viaggi lughi in mare erano un vero e proprio travaglio. I primi
giorni erano ancora sorretti dall’euforia per quella loro nuova avventura,
ma con il passare del tempo la stanchezza aveva preso il sopravvento.
Il mare era stato clemente con
loro, permettendo un viaggio facile alla Shadow, ma sentire la terra solida
sotto i piedi era tutt’altra cosa. Più volte durante il viaggio
avevano visto spuntare dall’acqua le pinne poco amichevoli degli squali,
e ogni volta avevano scrutato con apprensione l’orizzonte, sperando di
intravedere le coste del grande continente africano.
Ora Alessandria era ad un passo
da loro e stavano già programmando la giornata che li attendeva.
Chi si sarebbe tuffato in una birreria, chi avrebbe cercato un comodo alloggio
dove fare una bella doccia. Alcuni marinai certamente avrebbero trovato
sollievo e compagnia in un bordello.
Jason attendeva le decisioni di
Cloe, per meglio decidere a sua volta.
Ma anche Kirk e Andrew sembravano
essere dello stesso avviso. Nessuno di loro aveva infatti detto con chiarezza
cosa intendeva fare. Sbilanciarsi poteva compromettere il soggiorno nella
fastosa città egiziana.
E infatti fu la stessa Cloe a decidere
per tutti. Reg gli aveva a suo tempo fornito alcuni nomi e così
non rimaneva altro da fare che scegliere un qualunque nome dall’elenco.
I suggerimenti del premuroso cugino erano tre: Alexandria, Ramsete e Gokoobana.
Dopo una discussione poco accesa decisero per Gokoobana. Il nome era molto
esotico e si addiceva allo spirito del loro viaggio.
Non era stato difficile, dopotutto.
Avrebbero trascorso quattro giorni
ad Alessandria, in attesa che salpasse la Velvet, che li avrebbe finalmente
portati a destinazione. La loro presenza era nota nella grande città,
perché il buon vecchio Reg, che aveva aggangi un po’ ovunque (tranne
forse che in Madagascar), aveva informato qualche suo vecchio conoscente
del loro arrivo. Infatti la sera stessa del loro arrivo un vecchio dall’aria
simpatica si presentò loro, annunciando che il suo signore, Lord
Stouton, sarebbe stato felice di averli come ospite nella sua tenuta in
occasione di una festa che si sarebbe svolta due giorni dopo.
Non dovettero discutere la cosa,
e accettarono all’unisono.
Ad Alessandria per Jason era più
facile evitare la presenza dei due ragazzi, ma in compenso l’intera città
sembrava voler dimostrare il proprio apprezzamento per le grazie di miss.
Cloe, e quindi non ebbe molte possibilità di rimanere solo con lei.
Tuttavia non disperava. Non poteva abbattersi per alcune settimane di fallimenti,
quando aveva ancora tanti mesi per recuperare.
Una piccola occasione però
l’ebbe prima di quanto avesse mai osato sperare.
La villa di Lord Stouton era eccezionalmente
bella.
Forse il suo stile barocco non
si addiceva alle romantiche caratteristiche del paesaggio egiziano, ma
era comunque straordinaria. Una volta superato il cancello, si procedeva
lungo un viale alberato lungo forse duecento metri, interrotto da una rotonda
che girava attorno ad una meravigliosa fontana. La casa era indescrivibile,
quasi quanto era difficile descrivere a chi non l’avesse mai avvicinata,
la sensuale bellezza di lady Cloe.
Gli invitati erano oltre duecento,
ma l’enorme sala da ballo sul retro della casa avrebbe potuto ospitarne
altrettanti. L’orchestra di dieci elementi suonava sopra un palco elegantemente
ornato con orchidee e tende colorate. Quando entrarono gli invitati erano
quasi tutti impegnati a ballare un delicato waltzer viennese. Andrew insistette
per prendere posto vicino all’orchestra, e gli altri lo accontentarono.
Erano tutti e quattro affascinati
dall’eleganza e dalla ricchezza che veniva ostentata. Abiti costosissimi
e delicati, collier da capogiro, anelli strabilanti. Si sentivano
nudi nella loro semplicità. Certo Cloe poteva giocare la carta del
suo fascino, che già aveva attirato parecchi sguardi indiscreti.
Ma loro tre non potevano far altro che rimanere seduti e attendere impazientemente
il momento giusto per congedarsi.
Neanche Cloe sembrava molto attratta
dalla festa e per quasi tutta la serata parlò con Andrew, chiedendo
informazioni suoi vari strumenti del complesso e sui balli.
Verso la fine della serata Jason
si sentiva distrutto. Sia per l’andamento della festa, sia per i continui
discorsi di Cloe e Andrew, che escludevano lui e Kirk. Guardò il
giovane fotografo, alto e dinoccolato, con i delicati capelli scuri e gli
occhi infossati. Il suo volto era liscio come quello di un bambino. Poi
si voltò a guardare Andrew. Era più robusto di Kirk, anche
se più basso. I capelli castano scuro erano tagliati cortissimi
e gli occhi, vivaci ma non proprio belli, normali, erano in bilico tra
un tenue marrore e un verde scuro. Le sopracciglia erano spesse e scure,
un tratto deciso sul volto rude. Un tempo Jason aveva creduto che le donne
notassero soprattutto la bellezza.
Ora a sue spese stava imparando
il significato di una parola che fino a qualche settimana prima voleva
ignorare. Carisma. Andrew ne aveva da vendere. Lui purtroppo no.
Si alzò e si diresse verso
uno dei balconcini, dove non poteva essere visto dal loro tavolo. Non c’era
nessuno oltre lui. Erano tutti troppo presi dalle danze e dai discorsi
frivoli.
Accese una sigaretta e per un po’
rimase a guardare il fumo azzurrognolo che tracciava fantasiosi disegni
nell’aria afosa. Alcune coppie uscirono per prendere una boccata d’aria,
ma solo per alcuni istanti. La musica non dava tregua. L’orchestra stava
suonando un fox-trot.
Finì la sigaretta e ne accese
un’altra. Quando Cloe lo raggiunse sul balconcino era già alla quarta.
Si affiancò a lui, in silenzio, fissando anche lei per alcuni istanti
le danze del fumo azzurrognolo.
- C’è qualcosa che non va?
- Parlò a bassa voce, in tono confidenziale. Jason non rispose subito.
Tirò un’altra boccata e soffiò fuori il fumo lentamente,
formando piccoli cerchietti.
- No. - disse - E’ solo che la
festa mi ha un po’ annoiato. -
- Anche a me. Non è proprio
il tipo di atmosfera che preferisco. -
- Dove vorresti trovarti? - Si
girò verso di lei, studiandone i lineamenti.
- Ma, non so. Fammi pensare… -
Socchiuse gli occhi, fissando la luna bassa nel cielo. Si voltò
e con sussurrando disse:
- Sotto la Sfinge. Al tramonto
sotto la Sfinge. -
- Non è un po’ troppo romantico?
- Cloe alzò le spalle, piegando la testa da un lato.
- Forse. Si, credo di si. Ma è
bello. - Rimasero un po’ in silenzio.
- Lo sai cos’è che pensavo
l’altro giorno? - Si girò per guardarlo negli occhi, che erano chiari
come la luna. Jason scosse la testa.
- Pensavo che ormai è più
di un mese che siamo partiti e… quando pensi che proverai a baciarmi? -
Continuava a fissarlo e Jason sorrise nervosamente. Cloe tornò a
guardare avanti a se, dove le ombre del giardino erano sbiadite dal pallore
della luna.
- Ma… ma… - Jason si sentiva un
allocco. Non riusciva neppure più a parlare.
- Andrew lo ha già fatto,
sai? - Il sorriso nervoso si pietrificò sul suo viso. Notò
che gli tremavano le gambe, ma cercò di contenersi. Andrew… non
si era mai sentito così imbarazzato.
- E bacia anche bene, a dire il
vero. - Si voltò ancora verso di lui, e si avvicinò al suo
corpo, poggiandosi a lui con studiata sensualità. Jason si vergognò
da morire, perché sicuramente lei aveva notato la sua eccitazione,
ma si chinò ugualmente verso di lei e le sfiorò le labbra
con un bacio. Lei strinse di più il suo corpo a quello di lui, stuzzicandolo.
Il bacio fu breve perché Jason capì che non aveva più
il controllo delle sue gambe.
- Devo sedermi. - Disse, la voce
tremula. Lei gli passò delicatamente una mano tra le gambe, facendolo
sussultare e disse:
- Vieni, rientriamo. -
Non appena furono tornati in sala
Kirk li vide e fece un cenno ad Andrew, che si guardava attorno con interesse.
- Eccovi finalmente. Io e Kirk
pensavamo che era il momento adatto per congedarci. - Cloe annuì.
- Bene, questa festa è un
inferno. - disse. Non cercarono Lord Stouton, che dopotutto si era limitato
a salutarli velocemente al loro arrivo e si recarono sul retro della casa,
dove la carrozza che Stouton aveva riservato loro li attendeva. Durante
il tragitto fino al Gokoobana nessuno di loro parlò, chi troppo
stanco, chi troppo annoiato, chi assorto in pensieri troppo personali.
L’indomani era già ora di
riprendere il viaggio.
In parte avevano smaltito la stanchezza
e la noia delle prime settimane in mare e quando arrivarono al porto di
Alessandria, meno affollato di quello di Londra, erano allegri e felici
di ripartire.
Jason naturalmente era entusiasta.
Il viaggio ora sembrava prendere la piega giusta. Andrew come al solito
era il chiacchierone del gruppo. Rideva, scherzava, intratteneva tutti
con la sua voce calda. Era sempre allegro ed era un gran bene. Il loro
era un viaggio lungo e faticoso, anche se molto emozionante, e un po’ di
buon umore era un toccasana per tutti, nei momenti più difficili.
Invece Kirk rimaneva sempre taciturno e in disparte. Non era antipatico,
né provava antipatia per qualcuno dei compagni. Era solamente un
po’ introverso. Ma le sue foto fortunatamente parlavano per lui.
Avevano accumulato un po’ di materiale
durante quella breve sosta e tutti e tre erano soddisfatti dei risultati.
Naturalmente il grosso del lavoro doveva ancora arrivare, ma era importante
registrare anche le impressioni di viaggio, la stanchezza, l’euforia, il
mal di mare, l’Egitto. Niente doveva essere tralasciato. Dopotutto se qualcuno
avesse deciso in futuro di avventurarsi verso la grande isola africana
doveva pur sapere quanti sacrifici lo attendevano. Per non parlare delle
zanzare. In Africa arrivavano a sciami scuri come nubi temporalesche. Avevano
dovuto usare delle creme speciali per evitare troppe punture e soprattutto
per scongiurare la malaria. Erano tutti troppo giovani per morire. Quindi
registravano ogni cosa, tranne le loro turbe sessuali, ovviamente.
La velvet era più snella
e meno lussuosa della Shadow, però il capitano, un certo Galthborg,
aveva assicurato che era più veloce e sicura.
- Li vedete i mie uomini? - aveva
sogghignato uno dei primi giorni di viaggio, indicando la sua ciurma. I
quattro che erano tutti raggruppati a poppa, fecero correre lo sguardo
sugli uomini sudici e dall’aspetto poco raccomandabile.
- Li vedete? Dio mi fulminasse
se mento quando dico che sono i più feroci guerrieri del sud Africa.
- scoppiò in una brutale risata e si rivolse a Cloe.
- Mia dolce fanciulla, fino a che
siete a bordo della Velvet, gli uomini del capitano Galthborg, si batteranno
come tigri affamate per difenderla. E la parola di un capitano, non si
discute. - Cloe fece un inchino rispettoso e ringraziò il capitano
per la gentilezza dimostrata. Gli altri rimasero in silenzio, ringraziando
il cielo che lady Cloe fosse con loro.
Il capitano aveva ragione. La Velvet
era molto veloce e i giorni passarono tranquilli. I quattro compagni passavano
quasi tutto il tempo nelle loro cabine oppure si ritrovavano tutti insieme
per fare quattro chiacchiere sul ponte con il capitano. La nave era piccola
e non c’era la possibilità di incontri privati. Jason, Kirk e Andrew
dormivano nella stessa cabina, con altri due marinai. Solo lady Cloe disponeva
di una cabina personale, certamente molto piccola, ma privata.
Il tempo trascorse senza che ci
facessero molto caso. Si erano quasi abituati alla monotonia dei viaggi
per mare, ma quando il capitano comunicò loro che la terra che si
intravedeva in lontananza era la loro metà, si sentirono euforici
e spaventati allo stesso tempo.
Erano arrivati. Tutti provavano
però un certo timore. Il viaggio era stato molto lungo, altre quattro
settimane da Alessandria, e massacrante. Speravano di non rimanere delusi.
Il gioco valeva la candela? In fondo al loro cuore speravano di si, ma
potevano dirlo con certezza solo una volta che si fossero addentrati un
poco nelle selve misteriose dell’isola.
- Il promontorio che vedete è
capo d’Ambra. - spiegò il capitano. Tutti lo ascoltavano con attenzione
e Jason prendeva appunti velocemente.
- Ora ci addentreremo un po’ nell’oceano
indiano e scenderemo più a sud. Ci fermeremo a Toamasina, una città
un po’ al nord di Tananarive, la capitale. -
Sapevano tutti quale era la loro
destinazione, ma ascoltarono ugualmente la spiegazione, per esorcizzare
le loro paure. A Taomasisa sarebbe cominciata la vera e propria avventura.
Avrebbero dovuto comprare tutti l’occorrente per sopravvivere in quei posti
ostili. Ma più di ogni altra cosa, quello che serviva loro con più
necessità era una squadra di ottentotti per trasportare i bagagli
e una guida buona ed affidabile.
- A questo ci penso io. - disse
il capitano quando gli spiegarono il problema. Chiamò Jula, uno
dei marinai che aveva familiarizzato di più con i viaggiatori e
disse:
- Jula è nato qui. Lui vi
farà da guida e consigliere. Ho parlato con lui e sarà felicissimo
se lo accettaste con voi. - Ringraziarono ancora una volta e accolsero
Jula nel loro gruppo.
Jula era un malgasci alto e robusto
e parlava l’inglese molto bene. E per fortuna parlava anche un po’ di francese.
Da ormai oltre due secoli Inglesi e Francesi si affrontavano per il dominio
dell’isola, ma il regno dei Merina, capeggiato dalla regina Ranavalona
III, che si era sviluppato al centro dell’isola creava molti problemi agli
europei, i quali erano anche stati totalmente espulsi alla fine dell’800.
Ormai era trascorso più di un secolo e Francesi e Inglesi si erano
nuovamente insediati sull’isola, intenti a sfruttarne le ricche miniere
di diamanti, ma si vociferava di un’imminente accordo con il generale francese
Duchesne, che avrebbe definitivamente tagliato le gambe agli anglosassoni.
Tutti loro erano al corrente della
precaria situazione politica, ma speravano che le cose tirassero avanti
ancora per un po’. A loro servivano solo alcuni mesi di pace. Terminato
il lavoro sarebbero tornati in patria.
Sbarcarono a Taomasisa due giorni
dopo. Grazie all’aiuto di Jula, dopo soli tre giorni dal loro arrivo, erano
già pronti a partire. Avevano assoldato dieci ottentotti e tre cacciatori
per difenderli dai pericoli. Jason, Kirk e Andrew comprarono dei fucili
e jula insegnò loro i primi rudimenti della battaglia.
- Così forse non ci uccideranno
troppo presto. - disse.
Erano giunti in Madagascar.
E proprio il terzo giorno, cominciarono
le pioggie.
- Siete arrivati nel momento sbagliato,
amici. - Jula sorrideva, divertito dal disagio dei quattro avventurieri.
- Che vuol dire che siamo giunti
nel momento sbagliato? - Andrew urlava per contrastare lo scroscio della
pioggia.
- Sta per cominciare l’inverno
del Madagascar. - Jula indicò il cielo e allargò le braccia,
poi urlò allegro:
- Pioggia tutta la stagione! -
I quattro inglesi si guardarono afflitti, poi Kirk in uno dei suoi pochi
slanci di eloquenza disse:
- Dura molto questo inverno infame?
- Il marinaio dondolò la testa, fingendo di riflettere, poi con
un’espressione che voleva simulare rassegnazione mormorò:
- No. Solo quattro o cinque mesi.
Sei se siamo sfortunati.-
- Merda! - L’esclamazione uscì
all’unisono dalle bocche dei tre uomini. Solo Cloe non aveva detto niente
e già sembrava non interessarsi più alla pioggia. Erano inglesi,
appartenevano al regno più potente della terra. Non sarebbe stata
la pioggia a scoraggiarli. Però solo lei la pensava così.
La loro destinazione era il lago
Alaotra. Se pensavano che i viaggi in mare fossero faticosi era solo perché
nessuno di loro aveva mai attraversato una fitta giungla africana. Poco
distante dal lago c’era una piccola radura, attraversata da un ruscello
di acqua dolce. Era lì che avrebbero posizionato il loro campo.
Erano naturalmente nervosi perché
nessuno di loro era preparato allo spettacolo che li accolse. Suoni misteriosi,
piante mai viste, animali sconosciuti, a volte strani e dall’aspetto simpatico,
altre volte spaventosi o viscidi. Impararono presto ad accettare la presenza
continua delle scimmie, che li accompagnavano passo passo in quell’incerto
viaggio, ma convivere con insetti mostruosi e serpi di ogni tipo, non era
certo facile.
Jula era un’ottima guida, e senza
il suo aiuto sapevano che non sarebbero sopravvissuti neanche un giorno,
ma quando indicava loro qualche animale o pianta velenosa, mettendoli sul
chi va là, non faceva altro che accrescere la loro apprensione.
Costeggiarono per un paio di giorni
un fiume.
- Non ha un vero e proprio nome.
- spiegò l’amico malgascio. - Gli abitanti di qua lo chiamano semplicemente
fiume. Forse una volta aveva un nome, ma si è perso nell’antichità.
-
Al termine del secondo giorno arrivarono
a quello che sembrava un rudimentale porticciolo, con una chiatta robusta
ormeggiata. Jula la indicò e disse:
- Da domani procederemo con quella,
per risalire il fiume. - Lanciarono uno sguardo all’acqua tetra, però
segretamente erano contenti di quel cambiamento. Due giorni della giungla
erano bastati per prosciugare tutte le loro energie. Volevano tornare alla
tranquillità del viaggio su un’imbarcazione. La chiaat non era né
la Velvet né la Shadow, ma sembrava robusta.
Si sistemarono per la notte e dopo
una cena leggera, preparata dallo stesso marinaio malgascio, andarono ognuno
nelle proprie tende.
All’alba del quarto giorno pioveva
ancora.
Si alzarono prestissimo e smontarono
il campo. Dopo poco più di un’ora erano già tutti pronti
sulla chiatta e continuarono ad addentrarsi nell’ignoto della grande isola.
Anche il loro lavoro procedeva
bene. Jason aveva una montagna di appunti e aveva già cominciato
a tracciare gli schemi per romanzare la loro avventura. Non potevano apprezzare
le foto di Kirk fino a quando non avessero potuto svilupparle, ma i negativi
fornivano una vaga idea del risultato finale. Andrew aveva composto molte
musiche. Alcune dolci, come i mormorii delle notti trascorse sull’acqua,
altre più ritmate, con alcune frasi musicali che ricalcavano alla
perfezione le paure e le angosce vissute nella giungla. Però aveva
scritto anche qualche ballata divertente, e la sera, quando si fermavano
intorno al fuoco dopo cena, cantava le canzonette accompagnandosi con una
piccola chiatarra.
Non c’era stata mai ostilità
tra Jason e Andrew, e ora meno che mani. Nella giungla c’erano già
troppi pericoli e distrarsi con futili battibecchi amorosi non avrebbe
giovato alla loro causa. E dopotutto non era il luogo più adatto
a corteggiare un giovane donna. Si aiutavano l’uno con l’altro e i loro
pensieri erano tutti diretti alla radura che li attendeva silenziosa al
centro dell’isola.
Dopo i primi giorni cominciarono
a sentirsi meglio. Sopportavano l’afa e le piogge con maggiore facilità
e i muscoli indolenziti dei primi giorni avevano smesso di dolere. Stavano
finalmente trovando la giusta condizione.
Il viaggio sulla chiatta non durò
molto e presto dovettero tornare ad avventurarsi tra la fitta selva che
tanto temevano.
- Ancora pochi giorni e arriviamo.
- Jula cervava di tenere alto il morale e senza il suo aiuto già
molti portatori ottentotti avrebbero abbandonato la spedizione. Era un
ottimo capo e i quattro inglesi lasciarono a lui il compito di organizzare
ogni cosa. Poi la sera, quando avevano un po’ di tempo libero, Jason si
faceva spiegare il perché e il percome di ogni decisione. Annotava
tutto e poi tornava nella sua tenda per riordinare gli appunti.
Al loro ritorno Reg avrebbe avuto
dell’ottimo materiale. Sarebbe stato entusiasta. Ne erano tutti convinti.
Kirk si ammalò il giorno
prima di arrivare alla radura.
Lo colse una febbre altissima e
delirava continuamente. In quella giungla il fastidio e il pericolo maggiore
erano le sanguisughe. Non le sentivi salire sul tuo corpo ed erano abili
a insinuarsi nelle aperture dei vestiti. Ogni due o tre ore dovevano fermarsi
e controllare tutto il corpo e bruciare i neri lumaconi con una sigaretta.
Solo in quel modo le sanguisughe ritraevano i piccoli artigli e cadevano
senza provocare danni ulteriori. Erano sempre molto attenti e scrupolosi
ad ogni controllo, ma forse il giorno prima Kirk era stato un po’ superficiale
e non aveva notato due sanguisughe che si erano inoltrate fino all’inguine,
sotto i testicoli.
Erano distrazioni fatali in quei
luoghi, dove il caldo e le precarie condizioni igieniche favorivano le
infezioni.
- E’ un modo stupido di morire.
- Mormorava Jula. Li aveva avvertiti di quel rischio, ma evidentemente
non era bastato. Costruirono una rudimentale barella e gli ottentotti,
a due a due, si davano il cambio per trasportare il malato.
Quell’inconveniente aveva gettato
un po’ di sconforto nel gruppo. Credevano di aver imparato molto in quei
giorni, ma l’unica cosa di cui ora si sentivano sicuri era che la morte
camminava sempre al loro fianco in quei posti.
Negli ultimi giorni il paesaggio
era cambiato notevolmente. La boscaglia diveniva meno fitta e cominciarono
ad intravedere alcuni bassi picchi montuosi. Almeno si lasciavano alle
spalle il ricordo delle sanguisughe. In quel momento ai loro occhi sembravano
più docili gli scorpioni che attendevano all’ombra di grandi massi
piuttosto che il viscido squallore dei succhia sangue.
Poi improvvisamente, erano arrivati.
Lo spettacolo che avevano davanti era indescrivibile. Era un piccolo paradiso.
La radura era circondata da una fascia di alberi e l’erba rifletteva vivace
i raggi del sole. Al centro della radura scintillava un piccolo ruscello,
dove alcuni zebù si stavano abbeverando tranquilli.
Si affrettarono a montare il campo
in modo da poter curare il povero Kirk, che non accennava a voler migliorare.
Gli zebù non sembravano interessati dalla loro presenza e continuarono
a pascolare tranquillamente nella radura.
Jula indicò il punto tra
gli alberi dove il ruscello entrava nella radura.
- E’ un affluente del fiume Maningory,
che attraversa il lago Alaotra. - spiegò, rivolgendosi a Jason.
- Si fa buona caccia da quelle
parti. - Avevano parlato di caccia e il malgascio sapeva della passione
dello scrittore.
- Fra un paio di giorni, - propose
Jason - quando qui sarà tutto a posto, potremmo andare a divertirci
un po’. - Jula sorrise e sbattè le mani strofinandole, pregustando
il divertimento, poi tornò serio e indicò questa volta verso
Ovest.
- I Lulushi. - Disse seriamente
- I Lulu che? - Jason non riusciva
a capire cosa intendesse il marinaio.
- La tribù dei Lulushi,
del grande capo Orodi. Dobbiamo andare a tributare omaggio. Dobbiamo partecipare
alla loro festa di benvenuto o loro si sentirebbero offesi. -
- E sarebbe grave offenderli? -
chiese lo scrittore.
- E’ grave la morte? -
Mandarono un ottentotto a preannunciare
la loro visita.
La festa di benvenuto era uno spettacolo
folcloristico di tale bellezza che rimasero tutti stupefatti. Le danze
durarono per più di un’ora, accompagnate da una musica travolgente
che non avevano mai udito in precedenza. Andrew ascoltava con attenzione
famelica. Assorbiva ogni suono, ogni ritmo. Tamburellava con le mani sulle
cosce e sussurrava melodie e controcanti. Gli uomini e le donne della tribù
dei Lulushi erano truccati con colori vivaci e i loro corpi erano adornati
da pelli di animale e penne colorate, forse di pappagalli, o chissò
quali altri tipi di volatili.
Terminate le danze, vennero portati
i vassoi per il banchetto. Le pietanze non avevano un aspetto molto accattivante,
ma Jula aveva consigliato di mangiare ogni cosa.
- Meglio non offenderli. - Aveva
ribadito.
E così mangiarono tutto.
Effettivamente era tutto buono e saporito, ma per evitare problemi, non
chiesero mai cosa stavano mangiando.
Poi d’un tratto ci fu silenzio.
Tutti gli indigeni si tirarono in disparte, lasciandoli soli intorno ai
fuochi accesi.
Stava per essere presentato il
grande Orodi.
La cerimonia fui solenne, velata
da un’aurea mistica. I tre (Kirk era ancora molto malato e non poteva partecipare)
erano talmente affascinati che il giorno dopo stentavano a ricordare i
particolari. Rammentavano solo il vecchio uomo, l’eterno Orodi, che si
avvicinò, li tocco uno per uno sulla fronte, mormorando frasi incomprensibili,
poi con un gesto solenne verso i suoi uomini, diede inizio alla seconda
parte dei festeggiamenti.
Quella notte non riuscirono a dormire
tanta era la loro eccitazione, ma il giorno seguente si sentivano ugualmente
riposati.
Il loro viaggio nascondeva molte
trappole mortali e orrori indicibili, ma era anche fonte inesauribile di
meraviglie sconosciute agli europei.
Cloe si era allontanata dal centro
della radura, per respirare un po’ di libertà, di solitudine. Non
aveva avvicinato, né era più stata avvicinata da uno dei
ragazzi. Lei era in bilico tra la passione per Andrew, così spontaneo,
diretto, e Jason, così eccitante nel suo imbarazzo. Kirk, non le
interessava, anche perché sospettava fosse omosessuale. E poi, era
brutto pensarlo, ma non era nelle condizioni migliori per soddisfare le
sue fantasie più intime.
Per un po’ seguì il corso
del vivace ruscello, lasciando vagare i suoi pensieri, cullati dal soffice
mormorio dei suoni notturni della selva. A Londra poteva capitare di avere
un tappeto di canto dei grilli quando la sera si passeggiava in uno dei
grandi parchi della città. In quella scura foresta i rumori erano
indefiniti e inquietanti.
Cercava di pensare a casa, a Reg,
che nemmeno immaginava quello che loro stavano vivendo. Pensò alle
sue amiche, a Rachel e…
La sua amica l’aveva condizionata.
Prima di partire per quel lungo viaggio credeva di essere una ragazza perbene
di una famiglia perbene, e come tale certe atteggiamenti sessuali non le
passavano nemmeno per la testa. Rachel, con tutti quei discorsi sul sesso,
o forse la nuova vita che stava vivendo negli ultimi mesi, avevano cambiato
il suo modo di pensare.
Ma forse prima non volevo ammettere
i miei desideri, si disse.
Bè, era inutile lambiccarsi
il cervello con stupide domande. Non era importante sapere chi tra la sua
amica o il viaggio avesse giocato un ruolo determinante in quel suo cambiamento.
Era cambiata. Questa era l’unica
cosa che contava.
Voleva un uomo, ma prima dell’amore,
desiderava il contatto fisico, il piacere.
Un rumore alle sue spalle la fece
sussultare. Si voltò di scatto, preoccupata.
- Calma, calma. - Riconobbe la
voce. Era Andrew. Trasse un profondo respiro, e si portò una mano
al petto, con il cuore che batteva all’impazzata.
- Non dovresti girare da sola così
lontana dal campo. - Un raggio di luna, sfuggito alla fitta vegetazione
lo illuminò, mentre si avvicinava a lei. Aveva camminato molto,
seguendo il corso d’acqua, e si rese conto di essersi addentrata parecchio
nella boscaglia.
Quando lui le fu vicino, si fissarono
per alcuni istanti, in silenzio, ascoltando i rumori intorno a loro. Andrew
indicò un grande masso piatto vicino alla sponda del ruscello e
si sederono volgendo le spalle all’acqua che zampillava argentea.
- Non mi ero resa conto di aver
camminato tanto. - spiegò, la voce quasi un sussurro. Andrew annuì
senza dire nulla. Non la guardava e teneva la testa china sul petto, distratto
in qualche pensiero.
- Cosa pensi? - Il suo atteggiamento
la incuriosiva. Era insolito che Andrew se ne stesse silenzioso. Era talmente
abituata a sentirlo parlare che quel silenzio la imbarazzava. Andrew scosse
la testa e sorrise.
- Oh, niente. Pensavo una cosa
strana. - Continuava a sorridere, ma non la guardava.
- Cosa? Cosa? - Non riusciva più
a contenere la sua curiosità.- Cosa, dimmi? - Andrew alzò
la testa e finalmente la guardò negli occhi.
- Guardavo questo enorme masso,
- tamburellò con un dito sulla pietra liscia dove sedevano - e mi
chiedevo se fosse comoda per farci l’amore. - Cloe non cambiò la
sua espressione e si voltò per valutare la situazione.
Non era quello che volevi?
Fece scorrere gli occhi su e giù
sulla pietra, poi tornò a rivolgersi ad Andrew. Si accostò
al suo corpo e lo baciò.
Si baciarono appassionatamente
per alcuni minuti, poi lei gli prese la mano e la guidò sotto la
sua camicia, invitandolo ad accarezzarle i seni. Lui le aprì la
camicia e le baciò con dolcezza, mentre lei aveva aperto i suoi
pantaloni e lo invitava a fare altrettanto, allargando le gambe alle sue
carezze.
Finì tutto in pochi minuti
e rimasero sdragliati uno accanto all’altro sulla dura pietra che aveva
ospitato il loro amore.
Intorno a loro, i gracidii notturni
continuavano ininterrotti, come se nulla fosse accaduto.
Jula fece un cenno a Jason, che
in silenzio si voltò a guardare il punto che il malgascio indicava.
Come si erano ripromessi, erano andati a caccia, e Andrew aveva deciso
di accompagnarli. Jason si era chiesto se fosse accaduto qualcosa la notte
precedente, quando lui e Cloe erano scomparsi per una buona ora, ma il
suo orgoglio gli impediva di fare domande indiscrete.
Jula indicava un giovane e robusto
zebù. Jason non lo aveva notato. Era un animale molto grande, ma
quando era immobile tra le fronde secche della giungla potevi passare a
dieci centimetri da lui senza notarlo.
Fece un cenno al marinaio, facendo
capire che avrebbe sparato lui. Andrew osservava silenzioso il duello.
Non era un duello leale, un uomo armato contro un animale ignaro della
sua sorte, ma gli sorrideva l’idea che fosse lo fosse, e attendeva impaziente
l’esito scontato.
Jason alzò il fucile e portò
l’occhio destro al mirino, chiudendo il sinistro. Lo sparò echeggiò
alcuni secondi. L’animale sobbalzò, ancora inconsapevole di quello
che accadeva. Ancora un sparò, e tutto finì. Lo zebù
corse disperatamente per alcune decine di metri, strappando rami secchi,
poi cadde pesantemente, con un tonfo sordo. Jula e Andrew si congratularono
con Jason, dandogli calorose pacche sulle spalle, e insieme camminarono
tronfi verso la carcassa dell’animale.
Quando tornarono al campo, la loro
allegria sparì all’istante. Le tende erano tutte bruciate. Tutte
le casse con i materiali erano distrutte. Il loro lavoro cancellato. I
corpi di tre portatori giacevano mutilati sul terreno intriso di sangue.
Trovarono il corpo carbonizzato di Kirk tra i resti della sua tenda. Non
c’era traccia di Cloe.
Era tutto distrutto. Si guardarono
intorno disorientati e per la prima volta provarono veramente terrore.
Tutti loro erano in pericolo e forse anche Cloe era già morta. Per
alcuni minuti nessuno di loro disse nulla, dimentichi della gloriosa battuta
di caccia.
Il malgascio annuì.
- Il grande Orodi dice di sapere.
- Tradusse a Jason e Andrew.
- Sapere cosa? - Erano nervosi
e non dell’umore giusto per preoccuparsi di non offendere il grande capo.
- Sa chi è stato a distruggere
il nostro campo. - Orodi annuì, sgranando gli occhi e facendo ampi
gesti con le braccia. Jula fece un’altra domanda al vecchio, che riprese
a parlare velocemente. Jula ascoltava, con un espressione cupa stampata
sul volto. Quando Orodi smise di parlare, si rivolse di duovo ai due amici.
- Il vecchio dice che… - Orodi
cominciò a urlare, rivolgendosi ad alcuni suoi uomini che attendevano
silenziosi alle loro spalle, poi Jula, dopo un attimo di esitazione riprese
a spiegare:
- Dice che sono stati quelli della
tribù di Babaghe. Non hanno gradito la nostra presenza e il fatto
che noi abbiamo accettato l’invito di Orodi, ha offeso la loro sensibilità.
Quindi hanno distrutto il campo e rapito le donne, che naturalmente c’era
solo lady Cloe. Secondo la tradizione, quando la luna tornerà piena,
tutti gli uomini guerrieri della tribù si divideranno sessualmente
la ragazza e poi la sacrificheranno agli spiriti della giungla. - Jula
indicò i guerrieri di Orodi che si erano ammassati dietro di loro.
- Orodi mette a dispozione tutti i suoi guerrieri per sterminare i vigliacchi
uomini di Babaghe, come dice lui. - I due inglesi erano pallidi, cadaverici.
- E qua...quando tornerebbe piena
la luna? - Balbettò Jason.
- Stasera. - Rispose il malgascio.
Gli uomini di Orodi non persero
tempo.
Dopo quindici minuti erano già
pronti per mettersi in marcia. Ma dovettero attendere quasi un’ora perché
i due inglesi fossero in grado di controllare adeguatamente le proprie
gambe. I guerrieri di Orodi erano armati di affilatissimi assegai, simili
alle alabarde occidentali, e naturalmente Jula, Jason e Andrew avevano
i loro fucili. Non era la prima volta che il marinaio si apprestava ad
uccidere un altro uomo, ma i due occidentali erano alla loro prima guerriglia
e il nervosismo traspariva evidente dalle loro facce tese. Non parlarono
molto, perché non c’era granché da dire. Ognuno di loro pensava
esclusivamente alla salvezza della ragazza. Erano decisi a mettere in gioco
le loro vite, pur di salvarla. Per gli uomini di Orodi era invece una prova
d’orgoglio. I loro ospiti erano stati brutalmente aggrediti e in Madagascar
quelle erano offese che si pagavano con la morte.
Arrivarono nel villaggio di Babaghe
senza esitazioni, senza stabilire strategie o cose del genere. Un attimo
prima erano nella giungla e improvvisamente si ritrovarono circondati da
rudimentali capanne e decine di guerrieri nemici.
La battaglia divenne subito caotica
e feroce. I guerrieri si affrontavano apertamente, sprezzanti del pericolo.
I loro volti erano maschere demoniache.
Jula, Jason e Andrew si tenevano
più indietro, poco fuori dalla calca e sparavano solo quando qualcuno
si gettava a capofitto su di loro. Non sarebbero mai riusciti a distinguere
gli uomini di Orodi da quelli di Babaghe.
Il vecchio Orodi, che era andato
con loro, si era gettato anch’egli nella mischia e combatteva accanitamente,
con ardore.
Jason, tra uno sparo e l’altro,
gettava lo sguardo intorno, cercando di immaginare dove Cloe potesse trovarsi.
Un guerriero si stava per gettare su di lui con l’assegai proteso, e lo
fulminò con un rapido colpo. Si affrettò a ricaricare l’arma,
prima che qualcuno potesse attaccarlo. La mischia sembrava quasi risolta,
ma non sapeva dire chi stesse vincendo. Orodi era ancora in piedi, tutto
ricoperto di sangue e non accennava a dare segni di cedimento. Andrew e
il malgascio accanto a lui continuavano a fare fuoco.
Poi sentì la fitta al fianco,
seguita da uno sparo. Un guerriero li aveva aggirati e lo aveva colpito
alle spalle. Jula lo aveva freddato con un attimo di ritarno. Si portò
una mano dietro la schiena e quando la ritrasse era coperta di sangue.
Si guardò attorno, ma la vista era annebbiata.
Divenne tutto buio.
Quando riaprì gli occhi vide
il volto in lacrime di Cloe.
La vista era ancora sfocata e sentiva
dolori ovunque, come se dieci zebù gli avessero camminato sulla
schiena. Ruotò la testa e intravide le sagome di Andrew, affiancato
da Jula. Dall’altro lato Orodi lo guardava silenzioso, ma con un’espressione
di orgoglio stampata sul viso.
Deve ammirare molto il modo in
cui sto morendo, pensò. Non è da tutti lasciarci le penne
in battaglia.
Si sentiva stanco, ma sollevato.
Cloe era lì vicino, salva e in perfetta forma. O almeno così
sembrava.
Sembrò che lei intuisse
i suoi pensieri.
- Sto bene. - disse. - Non ti preoccupare.
- Sorrise, ma tristemente.
Devo essere davvero conciato male,
si disse.
Tutto intorno c’era silenzio. Nemmeno
il lamento di un ferito. Probabilmente quelle battaglie non ammettevano
superstiti. Lui era l’unico che poteva lamentarsi, ma non ne aveva la forza.
Era esausto.
Chiuse gli occhi e si sentì
pervadere da un leggero benessere.
E’ così che arriva la morte?
Con dolcezza?
Non sentiva più dolori.
Ma non ce la faceva a riaprire gli occhi. Si sentiva quasi bene.
Era stranissimo. Un attimo prima
era stanco e dolorante ed ora la sua mente era lucida e sentiva una strana
sensazione di gioia. Sentiva solo un leggero pulsare nelle orecchie, ma
era sopportabile.
Morì così, beatamente.
Il porto di Londra era caotico.
Quando Andrew e Cloe scesero dalla
nave trovarono Reg ad attenderli. Avevano spedito un cablo e quindi era
al corrente dei tragici eventi del loro viaggio. Si abbracciarono
commossi, senza dire nulla. Gli presentarono Jula, che era andato con loro.
Non era mai stato in occidente, e oramai aveva deciso di abbandonare la
vecchia vita, per condurre un’esistenza più mite ed equilibrata.
Quello che aveva vissuto in Madagascar
aveva sconvolto lui, anche se raramente ne parlavano. Preferivano provare
a dimenicare, anche se sarebbe stato impossibile.
Andrew non suonò mai più
le musiche che aveva composto durante il viaggio, e con il tempo le dimenticò.
Reg abbandonò il suo progetto e rinunciò ad organizzare altre
spedizioni simili.
Raccolse lui stesso le memorie
dei tre ragazzi e pubblicò un libro intitolato “Madagascar, 1894”
dove raccontava tutti gli orrori di quel lungo viaggio.
Andrew e Cloe si sposarono due
anni dopo e quasi subito nacque il loro primo figlio. Insieme decisero
di non chiamarlo Jason.
Nel 1895 il generale Duchesne convinse
la regina Ranavalona III del Madagascar ad accettare il protettorato della
Francia. Negli anni successivi ci furono molti disordini e ribellioni e
più di ottantamila malgasci persero la vita.
Solo nel 1960 il Madagascar ottenne
l’indipendenza.
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