Voglio raccontarvi una storia, la
breve storia di una ragazza che è vissuta tanti, ma tanti anni fa,
qui dove vivo io adesso.
Una storia dal sapore antico, una
storia difficile da raccontare perché difficile da ricordare.
Voglio raccontare questa storia…ma
io non sono uno scrittore, non so usare le parole come fossero colori,
non so spingere questi segni fra le emozioni, fra i pensieri pensati da
altri.
Ma voglio provarci lo stesso.
Questa è la storia di Antea. Non è proprio una storia, è il ricordo tramandato di voce in voce, di nonno in nipote, della vita di una persona vissuta secoli fa, quasi una leggenda di famiglia.
Antea aveva gli occhi più
belli del mondo, di un colore che alla luce del sole erano verdi smeraldo
e che all'ombra diventavano invece grigi come un cielo d'inverno.
Aveva due occhi meravigliosi ma
che non sapeva e non poteva usare.
Per lei l'unica differenza che
c'era tra il dì e la notte era che durante il giorno sentiva sulla
pelle il tepore del sole e di notte i brividi dei raggi di luna.
Antea era una giovane ragazza che fin dalla nascita non aveva visto il mondo come lo vediamo noi. All'epoca aveva circa sedici anni, per quei tempi era poco più che una bambina, anche se certe sue coetanee erano già sposate e con figli, ai nostri tempi sarebbe stata una splendida adolescente che iniziava il suo cammino nella vita.
Antea era bellissima, ma nessuno
lo sapeva; era sensibile ma nessuno lo capiva; era dolce e malinconica
ma nessuno lo avrebbe mai scoperto.
Antea amava il silenzio, le poche
parole, i suoni delicati del mare quando era calmo, amava il fruscio del
vento che si insinuava dolcemente fra i suoi morbidi capelli dorati, il
sussurro delle cicale e la fresca brezza della pioggia.
Amava ogni cosa la circondava,
ogni cosa di cui riusciva a percepire la presenza.
Antea era così, come Dio
l'aveva fatta e non avrebbe voluto essere diversa.
Restava di solito in casa, sempre
da sola, a lei non importava di avere qualcuno intorno e a quel tempo era
difficile che qualcuno potesse rimanere vicino una bambina cieca e silenziosa,
tanto silenziosa da fare pensare che anche la sua mente fosse oscura come
il suo sguardo.
Ma ad Antea non importava, lei
era così, si sedeva sul balcone dietro la casa, quello un po' isolato,
e non vista da nessuno guardava quello che le era intorno.
Di giorno, con gli occhi verdi,
scrutava la collina che era di fronte casa.
Una collina con in cima un antico
castello, antico già per i suoi tempi, lo stesso castello che vedo
io oggi.
Scorreva con lo sguardo spento
gli alberi che incorniciavano i versanti e poi si fermava dolcemente a
osservare un gentile ruscello che scorreva proprio sotto il suo balcone.
E sorrideva.
Sorrideva perché le piaceva
quello che vedeva, sorrideva perché sapeva che per lei il mondo
era più bello di quello degli altri.
Sorrideva e ringraziava Dio per
come era, per come l'aveva fatta e per come aveva fatto il mondo.
Antea era così, semplice, con un grande cuore e un'immensa anima silenziosa che le permetteva di vedere ogni filo d'erba, ogni foglia, le gocce della brina e quelle di rugiada al mattino presto. Antea sorrideva e restava seduta a bearsi di tutto quello che aveva intorno.
A volte sgranocchiava le nocciole
e i suoi denti bianchi e perfetti affinavano il sorriso proprio mentre
spezzavano quei gusci duri e violenti.
Antea amava sgranocchiare le nocciole.
E quando ne trovava una più dura delle altre il sorriso diventava
ancora più dolce e riusciva a spezzarla più facilmente.
Antea non piangeva mai.
Sulle sue labbra c'era sempre un
sorriso appena accennato, forse solo un po' malinconico ma che sottolineava
la sua rara bellezza, il suo colorito roseo e diafano.
Sorrideva e osservava qualunque
cosa le era intorno, come sempre.
D'estate i calabroni la sfioravano
con il loro pericoloso ronzio ma lei sorrideva, sapeva di non essere un
pericolo per loro e quindi neppure loro erano un pericolo per lei.
Le api l'annusavano, le passavano
accanto e la scambiavano per un fiore. L'annusavano e le sfioravano con
le ali le mani, le braccia, le guance facendole il solletico. Antea restava
immobile e annusava sorridendo le api che l'annusavano.
Antea a suo modo era felice, non sapeva cosa significasse vedere il mondo, ma lo sentiva, lo respirava e lo guardava a modo suo. Questo le bastava ed era felice. Nessun cruccio le opprimeva la mente, nessun rimpianto o sofferenza, no, lei era felice di essere così anche perché non sapeva cosa significasse essere diversa da com'era.
Di notte, Antea, coi suoi occhi
accesi di grigio, guardava il cielo. Il cielo buio, nero come il suo sguardo.
Il cielo con milioni di stelle che brillavano e si incendiavano lontanissime
da lei, Antea lo sapeva.
Antea conosceva le stelle, sapeva
che brillavano e le vedeva ascoltando il lieve fruscio che facevano spostandosi
nel cielo durante la notte.
A quei tempi di notte c'era tanto
silenzio, gli unici rumori erano qualche abbaiare di cane o lo scalpiccio
di un vecchio mulo che tornava alla stalla.
Antea guardava e conosceva le costellazioni,
le stesse che aveva nell'anima. D'estate fissava lo sguardo fra l'Orsa
maggiore e Cassiopea e d'inverno ammirava estasiata il grande rettangolo
di Orione.
Antea conosceva anche i nomi di
quelle stelle, li ripeteva a bassa voce come un rosario e sorrideva per
quei suoni strani, esotici e sicuramente magici.
Li ricordava direttamente dalla
voce di Nonno Nicola che, vecchio e stanco, le raccontava le favole sulle
costellazioni di quel cielo.
Lei era piccina, avrà avuto
sì e no sei o sette anni, ma ricordava ancora tutte le parole del
nonno e se le ripeteva ogni notte, in silenzio e sorridendo.
Nonno Nicola era l'unico che le
aveva voluto bene, l'unico cui non importava dello sguardo cieco della
ragazzina, lui sapeva quello che Antea aveva dentro e sapeva che poteva
vedere molto meglio di lui, che avrebbe potuto studiare e diventare importante
anche per quei tempi.
Lui aveva studiato le leggi della
natura, quelle poche conosciute a quel tempo e voleva trasmettere ogni
briciola delle sue conoscenze a quella bimba che spesso cullava sulle ginocchia
spezzate dalla stanchezza.
Antea sorrideva e cercava con la
manina il viso del vecchio, sfiorando il naso peloso e le guance rugose,
la piccola si divertiva un mondo a quel tocco così aspro eppure
così dolce.
Il vecchio guardava la bambina
e sorrideva, e quello stesso sorriso si specchiava nel sorriso di Antea,
nella notte brillavano due sorrisi identici.
Nonno Nicola non poté trasmettere il suo sapere a quella piccola stella. Il vecchio morì all'improvviso in una notte stellata e sulle labbra, come sempre, aveva lo stesso sorriso di Antea.
La storia è quasi finita.
Manca solo un finale, ma il finale della vita di Antea non lo conosco.
Antea un giorno se ne andò.
Sempre col sorriso sulle labbra, raccolse quante più nocciole poteva
e si mise in viaggio.
A me piace pensare che da qualche
parte a questo mondo ci sia ancora qualcuno che porti in giro lo stesso
suo sorriso e abbia i suoi stessi occhi, quelli più belli del mondo.
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