Il giardino di Donna Elvira

di Luigi Cignoni
  cignoni@2000.it

Ritornavamo da una delle consuete partite di caccia ai tordi e ai merli in una delle solite giornate d’un inverno freddo, spazzato da una gelida tramontana sull’Isola in cui avevo trascorso la mia fanciullezza, l’Elba.

Facevamo ritorno alle nostre case, provenienti da una piccola radura prima del villaggio. Archi e frecce ricavate dai raggi delle biciclette penzolavano inermi dalle nostre cintole sui polpacci arrossati dalle sferzate degli arbusti della macchia e dai pruni che tentavano d’ostacolare il nostro cammino.

Il drappello di ragazzacci rientrava a Rio Elba, paese minerario sull’isola, con nessuna preda nel carniere: nessun cimelio da innalzare al cielo appena rientrati nel nostro fortino.

C’eravamo spinti oltre il territorio di nostra competenza con il rischio d’imbatterci da un momento all’altro in qualche membro della banda rivale alla nostra, noi come i ragazzi della Via Pal, nemici dichiarati dei coetanei delle Murelline. Nessuno parlava mentre si consumava l’ultimo quarto d’ora di un giorno in cui indossavamo i panni di ardimentosi guerrieri antichi, in eterna lotta contro gli abitanti d’Ilio oppure noi legionari Romani contro i Punici d’Africa.

Avevamo idealmente attraversato il nostro villaggio da una linea retta: "Rio su" rientrava nel nostro controllo e "Rio giù", settore di pertinenza dei nostri acerrimi avversari. Il sole dardeggiava stancamente dal pianoro sopra i monti che facevano corona al paese verso la Marina. Le nostre ombre allungate si rincorrevano lungo lo stradello che dalla Ginestra portava alla Fontina, dove gli asini dei contadini che rientravano nelle stalle a sera e che ci apparivano dei fieri cavalieri al rientro dopo una sortita in armi, potevano abbeverarsi con l’acqua della Fonte di Ragno prima di essere governati per la notte. Tra non molto avremmo dovuto lasciare gli archi, le frecce e le spade dei coturnati Achei, per riprendere invece in mano l’Epica di Omero e misurarci con la parafrasi invocata dal nostro antico maestro di scuola. In ballo ci sarebbe stata la promozione alla classe superiore della media di Portoferraio.

Ecco che tutto accadde all’improvviso. Quando fummo nei pressi della casa del farmacista (la prima del paese) e mentre costeggiavamo gl’imponenti muri del giardino di Donna Elvira qualcuno lanciò l’idea. Perché non andare a catturare una bella scorta di aranci nel giardino proibito? La provocazione diventò un ordine lanciato dal pié veloce Achille. Ci trovavamo ancora sul territorio dei nostri nemici. Potevamo essere assaliti e così pochi come eravamo non avremmo potuto tenere testa all’orda barbaresca di verghe di mandorlo e ginepro, bastoni di leccio di Monte Giove o alle gragnole di sassate. Se fosse successo, avremo dovuto battere in ritirata e riconoscere una battaglia persa nella guerra delle bande paesane. Se la fortuna era però dalla nostra, ecco l’occasione per rifarci e riempirci di gloria in un giorno altrimenti inutile. Donna Elvira era un personaggio, per noi ragazzi, misterioso. Si vedeva poco in paese. Non si concedeva alla gente. Viveva ritirata a casa sua le cui finestre davano appunto sul giardino. Da quando il figlio Antonio era partito volontario per la guerra d’Africa, il suo distacco dal mondo si era notevolmente accresciuto. Rade si erano fatte le sue apparizioni sulle panche dei patroni della chiesa parrocchiale. Una donna di servizio si preoccupava di farle la spesa; per il resto, quando il tempo era bello, amava prendere aria nel suo giardino. Che era davvero un rettangolo di terra ben coltivato, lungo il canale d’acqua della sorgente. Non solo erbe domestiche (prezzemolo, basilico, insalata, piselli e pomodori) e piante da frutto (aranci, mandarini, pere, susine e nespole) ma anche piante di fiori per ingentilire ed abbellire. Era riuscita a creare una specie di pergola di rose (il suo roseto) in cui amava fermarsi negli assolati pomeriggi agostani e poi calle, margherite a cespuglio, tant’è che la primavera si divertiva non poco a chiazzare questi piccoli rettangoli di terra protetti da muri e da sguardi indiscreti. Nessuno entrava là dentro. La nobildonna non permetteva a chicchessia di profanare la sua proprietà. Un personaggio d’altra epoca, il suo. Di quelli unici che si possono sì incontrare in un villaggio su un’Isola del Mediterraneo, ma che sono sempre più rari, come animali in estinzione. Amava farsi chiamare Donna Elvira e se qualcuno le si rivolgeva indirizzandole il più comune "Signora", subito lei correggeva: - Donna Elvira Menotti, prego. Alzava così la palizzata fra lei e il resto della piccola comunità del villaggio minerario dell’Isola. Lei non amava confondersi con gli altri; suo marito, gerarca fascista di molti anni più grande di lei, aveva cercato gloria sulle montagne dell’Estremadura, combattendo a fianco delle falange franchiste. Aveva fatto studiare suo figlio dai Salesiani a Livorno, regalandogli un diploma di scuola superiore di cui andava assai orgogliosa in un paese in cui era considerato letterata una persona che si era spinta fino alla quinta elementare. Ma da quando Antonio (questo era il nome del figlio) era partito per conquistare le colonie all’Italia lei si era chiusa in un più profondo mutismo. L’unico interesse che dimostrava per il mondo esterno era per il suo giardino. Per me, quel palmo di terra difeso da muri così alti seppure screpolati con cocci di fondi di bottiglia murati sulla sommità per impedire a qualche malintenzionato di superarlo, era sempre stato una sinistra attrattiva. Intuivo (non vedevo) cosa ci fosse al di là del muro. E in più sapevo che se avessi superato la soglia, avrei in qualche modo violato un luogo sacro. Perché tale doveva essere per Donna Elvira quello che le aveva lasciato in eredità il marito, prima di lasciare la vita sulle sierre spagnole. Il giardino era stato ricavato a ridosso della sua abitazione. La strada gli passava accanto sul lato più lungo del rettangolo. Sulla stessa via dava un grosso e vecchio uscio tenuto su da quattro cardini arrugginiti. Le due ante erano fermate da una spessa catena a maglie larghe. Impossibile varcare la soglia. Spesso mi ero fermato a buttare lo sguardo da una delle fessure di legno, per spiare cosa custodisse il fortilizio. E la mia attenzione era subito catturata dalle piante di aranci e mandarini disposti in filari ordinati. Tutto, lì dentro, sembrava essere curato alla perfezione. Mi sembrava che perfino l’erba fosse più verde di quella che cresce invece nel campo del vasaio, fuori della muraglia, o di Tista, il ciabattino. Le belle arance per noi ragazzi apparvero come il canto delle Sirene ad Ulisse, ma questa volta non c’erano compagni con la cera nelle orecchie a proteggere l’eroe greco dalle tentazioni e nessuno era stato legato all’albero. Quattro arance per assetare le nostre gole arse dalla tramontana. Così c’improvvisammo Achei impegnati a scalare le mura di Troia dalla parte del caprifico.

Dai, forza. Fai presto.
Marietto, non fa’ rumore.
Guarda di non casca’, che mi vieni addosso.
I mandarini, i mandarini…
Gesù, come so’boni…
Facciamo presto, veh!
Non avevo ancora finito di pronunciare queste parole che mi venne spontaneo alzare lo sguardo in direzione delle finestre del palazzo di fronte. Mi sentii raggelare il sangue nelle vene. Dietro le tendine del balcone intravidi una scura silhouette di donna.

Ci ha visti! Ci ha visti! Andiamo via. Ora questa ci denuncia alla milizia.
Avrei preferito appiattirmi per terra, confondermi con le stesse pietre che costeggiavano il vialetto, trasformarmi in acqua come Aretusa, pur di sfuggire da quella nuovissima situazione. I giorni che seguirono furono un inferno per me e gli altri. La banda non si riunì più. Se ci si incontrava sulla piazza del paese evitavamo di salutarci, ma ognuno svirgolava dietro l’angolo, temendo il temporale che intuivamo essere all’orizzonte: avevamo violato il tempio di Donna Elvira e la punizione non avrebbe ritardato a colpire. Credo di non aver studiato così tanto come in quel periodo. Diventai studente modello, per la felicità dei miei che mi vedevano trascorrere pomeriggi interi sopra i libri, a consultare i dizionari di latino. Ma non succedeva niente di quanto le nostre fantasie immaginavano. Nessun maresciallo dei carabinieri venne a bussare alle nostre porte. Nessuno finì in prigione.

Fummo informati, alcune settimane dopo l’accaduto, che Donna Elvira, anziché saettare come Zeus inferocito, non aveva disprezzato la nostra bravata: dei ragazzi erano entrati nel suo giardino e avevano "alleggerito" le piante di alcuni frutti, che male poteva esserci stato?

Del resto lei aveva fatto di tutto perché il suo Eden non fosse sconvolto dalla Storia, ma il vento aveva superato la muraglia ed aveva sparso per ogni dove le foglie dei suoi alberi. Il marito era morto in Spagna. Suo figlio era partito per l’Africa. Impossibile impedire al tempo di superare l’ostacolo dei cocci di vetro murati lungo il perimetro del rettangolo.

Che entrassero pure dei ragazzi a giocare a soldati fra le quattro piante, prime avvisaglie di una primavera che sarebbe comunque arrivata.

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Ultimo aggiornamento: 15. 04. 2000
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