QUELLA  SERA


di Mario de Peretti 
  m.deperetti@tiscalinet.it

La sera, quella sera, finalmente era arrivata. Nella piazza, una delle piazze storiche della città, il ponentino rendeva respirabile l'aria, dopo un'intera giornata passata a sperimentare la rabbia furiosa del sole di luglio. Poco distante l'ambasciata francese era addobbata a festa. Mi domandavo se più per la recente vittoria dei bleus - così i giornali chiamavano i giocatori della nazionale di Francia - ai mondiali di calcio oppure per le celebrazioni della presa della Bastiglia.
C'era ancora tempo e allora per ingannare l'attesa avevo cominciato a curiosare tra le bancarelle piene di libri. Lì, sommerso tra molti altri, ce ne era uno con una bella copertina rossa ed un titolo decisamente accattivante che aveva attratto subito la mia attenzione. Avevo preso a girarlo tra le mani, scorrendone le note di copertina. Nel frattempo le due parole del titolo - Tokyo blues - avevano cominciato a risuonare dentro di me, suscitando - soprattutto la seconda - un'eco particolare. Già, la musica. E, soprattutto, quella musica... Il jazz - così come tutta la musica afro-americana - faceva parte della mia vita. Da piccolo avevo succhiato da mia madre il latte e respirato con mio padre le note dei dischi del cane verde. (Louis Armstrong, Dizzy Gillespie, Charlie Parker, George Shearing - e tanti altri ancora - erano nomi allora sconosciuti. La loro musica, però, era il nutrimento con cui venivo svezzato). Una volta cresciuto, avevo partecipato con mio padre a numerosi concerti. Con quel libro tra le mani ripensavo, dunque, con molta nostalgia sia a quel bambino che a quell'adolescente - e, soprattutto, alle loro emozioni. Ripensavo alle nottate in bianco - difficili da dimenticare, come quella jam session con Liza Minnelli - passate con papà in qualche locale jazz. Percepivo come parte del mio patrimonio - avrei detto genetico - musica e chi ne condividesse con me la passione. E, soprattutto, sentivo una spinta prepotente a riappropriarmene, a scongelare quella parte di me - senz'altro tra le più autentiche - che in un periodo non meglio precisato della mia vita avevo come ibernato.
All'improvviso le note di Line for Lyons mi avevano riscosso dalle mie riflessioni. Il Chet Baker Memorial - organizzato in occasione della pubblicazione postuma del diario del trombettista e motivo della mia presenza in quella piazza, quella sera - stava iniziando. Avevo, quindi, abbandonato - solo momentaneamente, avrei scoperto in seguito - il libro e mi ero avvicinato al palco. Mentre si diffondevano nell'aria, le note rese memorabili dalla tromba e dalla voce del grande Chet penetravano direttamente nelle mie viscere ed entravano in risonanza, facendola vibrare, con ogni cellula del mio corpo, anche la più remota. E lo stesso fenomeno sentivo che si stava manifestando anche nel corpo delle persone intorno a me. In quello dell'uomo che - complice una mezza sbronza - all'improvviso aveva ballato con insospettabile grazia I fall in love too easily e My funny Valentine. Nel corpo della bionda, che avvinghiata a quello del suo ragazzo, aveva singhiozzato quando il flicorno aveva intonato la struggente My old flame. E, per finire, in quello dell'uomo sul palco che - con le spalle che davano l'impressione di tenerlo quasi sollevato da terra - denunciava una sofferenza molto profonda, mentre con la tromba premuta contro la bocca emanava una musica piena di calore, di energia, di gioia di vivere. Con il passare del tempo, cominciarono a risuonare dentro di me - dapprima come un sussurro appena percettibile, poi sempre più distinguibili - le parole Don Juan, sacerdote andino del quarto livello. Le avevo lette in un romanzo tempo prima. Da allora erano rimaste impresse nella mia memoria ed ora riaffioravano alla coscienza. Ora potete entrare in una sinagoga, un tempio hindu, una chiesa cattolica, una moschea musulmana, un monastero tibetano, un tempio buddista o una caverna andina animati dallo stesso sentimento della sacralità del vostro cuore. Tale capacità caratterizza qualcuno in grado di riconoscere l'energia sacra di persone luoghi e oggetti. Parole che si attagliavano perfettamente alla strana esperienza che stavo vivendo. Mi trovavo forse nell'unica piazza della città che non ha una chiesa. Sotto il monumento di un famoso eretico messo al rogo dall'Inquisizione ascoltavo il concerto dedicato ad un trombettista maledetto (più che per la sua musica, infatti, Chet era famoso per le sue storie di droga e di carcere). Eppure, quelli erano momenti intrisi di una profonda religiosità. Non c'era bisogno che me lo dicesse nessuno: lo sapevo, lo sentivo. Al pari di tutti gli esseri umani che avevo accanto - miei fratelli e sorelle di sangue - dei quali percepivo l'energia sacra.
Immagini, suoni ed emozioni di quell'indimenticabile serata riaffiorano adesso che ho appena finito di leggere. Eh sì, alla fine mi ero lasciato conquistare da quel libro. Terminato il concerto, mi ero riavvicinato alle bancarelle. Lo avevo ripreso in mano, riprendendo l'assurda battaglia che già prima avevo ingaggiato contro la spinta ad acquistarlo. Con caparbietà la testa si opponeva ad una decisione che le visceri avevano già preso. Finché mentre lo sfogliavo, avevo percepito vicino a me una presenza. Alzato lo sguardo dalle pagine scritte, mi ero quasi perso nello sguardo profondo e dolce di una donna. Compralo, è molto bello - aveva detto. Una volta riconosciuta la proprietaria di quegli occhi azzurri - era la bionda che poco prima avevo visto singhiozzare - avevo deciso d'impulso di comprarlo. E adesso che anche l'ultima pagina è andata, una struggente malinconia si sta impossessando di me. Provo una sensazione di vuoto. Mi sono appena separato da loro - da Toru, soprattutto, e da Naoko, Reiko e Midori, i miei nuovi fratelli giapponesi - e già ne sento nostalgia. Un'emozione, questa, a cui si associa uno strano senso di colpa. Sono io, infatti, che ho appena richiuso il libro e tra poco lo riporrò sopra una mensola, mettendo così una distanza tra me e loro. Sono io - dunque - che me ne andrò, abbandonandoli. È come se in qualche modo li stessi assassinando. Mi sento, per questo, colpevole della separazione, del loro omicidio. Così come nel passato mi ero sentito colpevole di assassinare mio padre nel momento in cui ero stato costretto a lasciarlo, alla ricerca di quell'autonomia che lui rifiutava di riconoscermi. Alla ricerca - in sostanza - della mia salvezza, della mia sopravvivenza. Così come nel presente mi sento colpevole di omicidio nei confronti di mia madre quando cerco di emanciparmi - come sto tentando, pur tra mille difficoltà, negli ultimi tempi - anche dalla sua influenza. E mi sembra paradossale sentire più pesante la colpa nei confronti di mia madre, che mi ha abbandonato da piccolo, rispetto a quella vissuta nei confronti di mio padre, la persona che - compatibilmente con le sue umanissime fragilità - ha tentato di compensare le carenze materne. Mi domando perché. Toru ha ragione. La perdita di una persona amata provoca una sofferenza terribile, che rischia di far impazzire ed io sto scoprendo insieme a lui che l'unica via di uscita da questa sofferenza è seguirla fino in fondo allo scopo di trarne qualche insegnamento. Tuttavia questo non è completamente sufficiente. Anzitutto ho amato profondamente mio padre - e lo amo tuttora, dopo quasi due anni che il suo corpo senza vita riposa in un pezzo di terra straniera. E poi non solo la paura del mio dolore antico - causa delle tensioni che da un po' di tempo attanagliano il mio corpo - mi impedisce di imboccare con decisione la via dell'indipendenza. Percepisco un'altra paura, altrettanto reale ed altrettanto profonda, a cui non riesco a dare un nome.
Forse per scacciare le sgradevoli sensazioni suscitate, mi alzo dal divano e mi avvicino alla libreria. Accendo lo stereo ed inserisco nella piastra la cassetta registrata quella sera. Spingo il pulsante play e mi sdraio sul divano. Passano i minuti ed io miscelo dentro di me le note della musica e lo strano ronzio provocato dalla vibrazione delle cellule del mio corpo entrate in risonanza, come allora, con la musica. Nel frattempo, un'immagine riemerge dai meandri più nascosti della mia memoria. La prima volta che l'avevo visto, avevamo entrambi circa vent'anni. Io, Mario, con il mio corpo da bravo ragazzo con la testa sulle spalle ero seduto tra il pubblico di un jazz club. Lui, Massimo, con il suo corpo da sassofonista eroinomane suonava su quel palco, calpestato molto spesso - in passato ed in futuro - da piedi molto più famosi dei suoi. Rivedo quell'espressione disperata nei suoi occhi, il drammatico avvitamento del corpo attorno al suo strumento, il tremore della mano che portava con avidità alla bocca, alternativamente, il bicchiere di super alcolici, la sigaretta, la pasticca di amfetamine. Sentirlo suonare era molto emozionante. Quella sera aveva eseguito, senza quasi soluzione di continuità, Laura, Embreaceble you ed April in Paris suscitando delle sensazioni che ancora adesso - a distanza di tanti anni - mi fanno venire la pelle d'oca. Io ci sono, io esisto; questo sembrava gridare drammaticamente al mondo con la sua musica. E forse perché il mondo non aveva risposto positivamente al suo grido, era morto poco più che trentenne, con il corpo disfatto dall'alcol e dall'eroina. Così facendo aveva superato il suo idolo, Charlie Parker, e non so dire se questo fosse la sua aspirazione inconscia. Tuttavia in questo momento non lo sento nemmeno così importante. Provo, invece, una struggente tristezza. Pur avendolo visto solo quella volta, lo sento molto vicino a me. (Non mi so spiegare perché, ma sono certo che anche lui da piccolo aveva respirato con il padre le note dei dischi del cane verde...) La sua perdita - così come quella dei miei nuovi fratelli giapponesi - mi fa soffrire. Una perdita, tra l'altro, la cui percezione si fa sempre più corporea, quasi palpabile. E infatti - come se d'un tratto si spezzasse la fune che lo teneva attaccato al resto del corpo - provo la sensazione di perdere il braccio destro. Per un attimo lo vedo giacere sul divano, completamente privo di vita. Vorrei tanto muoverlo per capire se si tratti di un'immagine reale oppure sia un frutto della mia fantasia allucinata, ma non ci riesco. Sono completamente paralizzato dalla paura di andare in pezzi. E questo rende impossibile qualsiasi movimento. Scoppio a piangere, singhiozzando.
Il corpo, tutto il corpo, viene scosso per alcuni minuti. Forse stimolato dal movimento, affiora un altro ricordo, questa volta recente. Le immagini si fanno gradatamente più nitide. Ora sono in piedi con tutti gli altri a spellarmi le mani ed a sgolarmi per ottenere l'ennesimo bis, che viene puntualmente concesso. È sentimento comune di tutto il pubblico assiepato nel teatro di non voler porre termine a questo incontro. Rivedo l'uomo seduto al pianoforte, la bandana colorata sulla testa pelata, le mani che martellano sui tasti bianchi e neri le note di Take the A train, i piedi che spingono sui pedali appositamente rialzati da terra. Sembra incredibile che da un corpo così minuto - quando Michel non sta sullo sgabello arriva a malapena alla cintola dei componenti il suo sestetto - possa scaturire l'energia vitale che - amplificata dai corpi di tutti noi, musicisti e spettatori - ci tiene legati. Sempre più nitide si fanno anche le sensazioni di quel lunedì sera. Risento distintamente quello stesso senso di appartenenza e quella stessa energia di allora. La lascio fluire dentro il mio corpo liberamente. Dalla testa ai piedi, più volte, andata e ritorno. E piano piano ho la percezione che questa matassa di ricordi lentamente si dipani davanti ai miei sensi, lasciandomi individuarne il bandolo. Vedo davanti a me una donna. Ha gli occhi a mandorla che mi guardano con infinita dolcezza. Intorno ad essi, la pelle del viso è solcata dalle rughe di una quarantenne con molta sofferenza alle spalle. La riconosco, è Reiko. Se provi del dolore per la morte di Naoko, continua a portarlo con te per il resto della tua vita. E se da questo dolore potrai imparare qualcosa, imparala. Però, indipendentemente da questo, sii felice con Midori. Il tuo dolore non ha niente a che vedere con lei. Tu hai scelto lei e Naoko ha scelto di morire. Ormai sei adulto e devi assumerti le responsabilità delle tue scelte. E guai a te se non lo fai - mi dice guardandomi fisso negli occhi.
Queste parole, soprattutto le ultime, mi colpiscono come una sferzata. La prima reazione è rabbiosa. Vorrei gettarle via, insieme alla loro mittente, lontano da me. In fondo, sarebbe facile. Sono solo un parto della mia fantasia. Tuttavia - proprio per questo, sono parte di me - blocco l'impulso omicida. Chiudo gli occhi, dunque, e lascio trascorrere il tempo respirando. Intento solo a prestare attenzione al soffio dell'aria che entra ed esce dai polmoni, al ronzio del sangue che scorre lungo tutte le membra, al rimbombo del cuore che pulsa ritmicamente. Nel frattempo davanti ai miei occhi si alternano le figure di Massimo e Michel. E così, lentamente, mi si fa chiaro il senso profondo di quelle parole.
Anche questa volta non si manifestano dei pensieri, ma un'immagine, forse un ricordo. Sono in macchina fermo ad un semaforo e, in piedi su di un marciapiedi, c'è mia madre. La vedo attraverso il finestrino. Ci guardiamo, ma non ci vediamo. Improvvisamente sono sicuro tra noi è sempre stato così. Abbiamo vissuto un rapporto costantemente filtrato da una barriera, trasparente ed infida. Sento di non avere mai attraversato - non mi è stato concesso di farlo - il vetro del reparto maternità dietro il quale per la prima volta avevo visto il mondo (ed il mondo aveva visto me). Ora comprendo la natura della commozione suscitata dalle immagini televisive del parlatorio di un carcere di massima sicurezza dove i detenuti comunicavano con i loro cari separati da un maledetto vetro antiproiettile. Guardo di nuovo fuori dal finestrino, ma mia madre non c'è più. Al suo posto, sempre immobile su quel marciapiede, c'è un adolescente. Anche lui mi guarda, ma è come se non mi vedesse. Io lo osservo meglio e lo riconosco. È me stesso alla sua età! È quella parte di me con la quale sto cercando negli ultimi tempi di ricongiungermi. Maledizione! Il semaforo sta per diventare verde, non ho molto tempo. Vorrei tirare giù il finestrino della macchina, ma non ci riesco. Aperto appena un piccolo spiraglio, le braccia non rispondono più ai comandi della testa; improvvisamente sono diventate pesanti come macigni. Tento di chiamarlo, una stretta violentissima al torace mi sta spezza letteralmente il respiro. Per un attimo provo l'istinto di sfondare il vetro a testate, ma la paura del dolore mi incatena la testa. L'immagine repentinamente scompare ed io rimango solo con il mio senso di impotenza.
Sono disperato, ma non riesco a piangere. Reiko mi guarda ed annuisce con la testa. Bravo finalmente hai capito, adesso è solo questione di tempo, vedrai. Questo mi dice ed io in parte mi tranquillizzo. Non te ne andare; da solo non ce la faccio, almeno non ora, le dico tendendo le braccia verso di lei. Lei si avvicina ed io comincio a toccarla. Le mie mani prendono le sue e, senza fretta, risalgono lungo le sue braccia, le sue spalle, le sue guance, i suoi capelli. Nel frattempo, le sue mani prendono le mie e, con altrettanta lentezza, risalgono lungo le mie braccia, le mie spalle, le mie guance, i miei capelli. Continuiamo così questo gioco, finché ci abbracciamo. I nostri corpi aderiscono adesso perfettamente, come fossero un'unica entità. Un piacevole calore fluisce liberamente uno all'altro. Nelle orecchie di ciascuno risuona dolcemente il ti voglio bene pronunciato dall'altro. Le voci si mescolano con le note di On the roof che un piano - in lontananza - sta suonando. E così - io tra le sue braccia e lei tra le mie - comincio a piangere. Sento scorrere sulle guance le mie lacrime, dapprima sommesse e poi via via più singhiozzanti. Si mischiano a quelle di lei, che nel frattempo si è unita al mio pianto liberatorio. E così - come in un programma di morphing - i suoi lineamenti subiscono una lenta e graduale trasformazione. La pelle del viso di lei impallidisce fino a diventare rosea e gli occhi si arrotondano e virano dal marrone all'azzurro. Ed io mi addormento felice, completamente abbracciato a quell'adolescente che poco fa stava immobile sul marciapiede".
 



I N D I C E




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Pagina pubblicata il  01.12.1999
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