QUELLA SERA
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La sera, quella sera, finalmente
era arrivata. Nella piazza, una delle piazze storiche della città,
il ponentino rendeva respirabile l'aria, dopo un'intera giornata passata
a sperimentare la rabbia furiosa del sole di luglio. Poco distante l'ambasciata
francese era addobbata a festa. Mi domandavo se più per la recente
vittoria dei bleus - così i giornali chiamavano i giocatori della
nazionale di Francia - ai mondiali di calcio oppure per le celebrazioni
della presa della Bastiglia.
C'era ancora tempo e allora per
ingannare l'attesa avevo cominciato a curiosare tra le bancarelle piene
di libri. Lì, sommerso tra molti altri, ce ne era uno con una bella
copertina rossa ed un titolo decisamente accattivante che aveva attratto
subito la mia attenzione. Avevo preso a girarlo tra le mani, scorrendone
le note di copertina. Nel frattempo le due parole del titolo - Tokyo blues
- avevano cominciato a risuonare dentro di me, suscitando - soprattutto
la seconda - un'eco particolare. Già, la musica. E, soprattutto,
quella musica... Il jazz - così come tutta la musica afro-americana
- faceva parte della mia vita. Da piccolo avevo succhiato da mia madre
il latte e respirato con mio padre le note dei dischi del cane verde. (Louis
Armstrong, Dizzy Gillespie, Charlie Parker, George Shearing - e tanti altri
ancora - erano nomi allora sconosciuti. La loro musica, però, era
il nutrimento con cui venivo svezzato). Una volta cresciuto, avevo partecipato
con mio padre a numerosi concerti. Con quel libro tra le mani ripensavo,
dunque, con molta nostalgia sia a quel bambino che a quell'adolescente
- e, soprattutto, alle loro emozioni. Ripensavo alle nottate in bianco
- difficili da dimenticare, come quella jam session con Liza Minnelli -
passate con papà in qualche locale jazz. Percepivo come parte del
mio patrimonio - avrei detto genetico - musica e chi ne condividesse con
me la passione. E, soprattutto, sentivo una spinta prepotente a riappropriarmene,
a scongelare quella parte di me - senz'altro tra le più autentiche
- che in un periodo non meglio precisato della mia vita avevo come ibernato.
All'improvviso le note di Line
for Lyons mi avevano riscosso dalle mie riflessioni. Il Chet Baker Memorial
- organizzato in occasione della pubblicazione postuma del diario del trombettista
e motivo della mia presenza in quella piazza, quella sera - stava iniziando.
Avevo, quindi, abbandonato - solo momentaneamente, avrei scoperto in seguito
- il libro e mi ero avvicinato al palco. Mentre si diffondevano nell'aria,
le note rese memorabili dalla tromba e dalla voce del grande Chet penetravano
direttamente nelle mie viscere ed entravano in risonanza, facendola vibrare,
con ogni cellula del mio corpo, anche la più remota. E lo stesso
fenomeno sentivo che si stava manifestando anche nel corpo delle persone
intorno a me. In quello dell'uomo che - complice una mezza sbronza - all'improvviso
aveva ballato con insospettabile grazia I fall in love too easily e My
funny Valentine. Nel corpo della bionda, che avvinghiata a quello del suo
ragazzo, aveva singhiozzato quando il flicorno aveva intonato la struggente
My old flame. E, per finire, in quello dell'uomo sul palco che - con le
spalle che davano l'impressione di tenerlo quasi sollevato da terra - denunciava
una sofferenza molto profonda, mentre con la tromba premuta contro la bocca
emanava una musica piena di calore, di energia, di gioia di vivere. Con
il passare del tempo, cominciarono a risuonare dentro di me - dapprima
come un sussurro appena percettibile, poi sempre più distinguibili
- le parole Don Juan, sacerdote andino del quarto livello. Le avevo lette
in un romanzo tempo prima. Da allora erano rimaste impresse nella mia memoria
ed ora riaffioravano alla coscienza. Ora potete entrare in una sinagoga,
un tempio hindu, una chiesa cattolica, una moschea musulmana, un monastero
tibetano, un tempio buddista o una caverna andina animati dallo stesso
sentimento della sacralità del vostro cuore. Tale capacità
caratterizza qualcuno in grado di riconoscere l'energia sacra di persone
luoghi e oggetti. Parole che si attagliavano perfettamente alla strana
esperienza che stavo vivendo. Mi trovavo forse nell'unica piazza della
città che non ha una chiesa. Sotto il monumento di un famoso eretico
messo al rogo dall'Inquisizione ascoltavo il concerto dedicato ad un trombettista
maledetto (più che per la sua musica, infatti, Chet era famoso per
le sue storie di droga e di carcere). Eppure, quelli erano momenti intrisi
di una profonda religiosità. Non c'era bisogno che me lo dicesse
nessuno: lo sapevo, lo sentivo. Al pari di tutti gli esseri umani che avevo
accanto - miei fratelli e sorelle di sangue - dei quali percepivo l'energia
sacra.
Immagini, suoni ed emozioni di
quell'indimenticabile serata riaffiorano adesso che ho appena finito di
leggere. Eh sì, alla fine mi ero lasciato conquistare da quel libro.
Terminato il concerto, mi ero riavvicinato alle bancarelle. Lo avevo ripreso
in mano, riprendendo l'assurda battaglia che già prima avevo ingaggiato
contro la spinta ad acquistarlo. Con caparbietà la testa si opponeva
ad una decisione che le visceri avevano già preso. Finché
mentre lo sfogliavo, avevo percepito vicino a me una presenza. Alzato lo
sguardo dalle pagine scritte, mi ero quasi perso nello sguardo profondo
e dolce di una donna. Compralo, è molto bello - aveva detto. Una
volta riconosciuta la proprietaria di quegli occhi azzurri - era la bionda
che poco prima avevo visto singhiozzare - avevo deciso d'impulso di comprarlo.
E adesso che anche l'ultima pagina è andata, una struggente malinconia
si sta impossessando di me. Provo una sensazione di vuoto. Mi sono appena
separato da loro - da Toru, soprattutto, e da Naoko, Reiko e Midori, i
miei nuovi fratelli giapponesi - e già ne sento nostalgia. Un'emozione,
questa, a cui si associa uno strano senso di colpa. Sono io, infatti, che
ho appena richiuso il libro e tra poco lo riporrò sopra una mensola,
mettendo così una distanza tra me e loro. Sono io - dunque - che
me ne andrò, abbandonandoli. È come se in qualche modo li
stessi assassinando. Mi sento, per questo, colpevole della separazione,
del loro omicidio. Così come nel passato mi ero sentito colpevole
di assassinare mio padre nel momento in cui ero stato costretto a lasciarlo,
alla ricerca di quell'autonomia che lui rifiutava di riconoscermi. Alla
ricerca - in sostanza - della mia salvezza, della mia sopravvivenza. Così
come nel presente mi sento colpevole di omicidio nei confronti di mia madre
quando cerco di emanciparmi - come sto tentando, pur tra mille difficoltà,
negli ultimi tempi - anche dalla sua influenza. E mi sembra paradossale
sentire più pesante la colpa nei confronti di mia madre, che mi
ha abbandonato da piccolo, rispetto a quella vissuta nei confronti di mio
padre, la persona che - compatibilmente con le sue umanissime fragilità
- ha tentato di compensare le carenze materne. Mi domando perché.
Toru ha ragione. La perdita di una persona amata provoca una sofferenza
terribile, che rischia di far impazzire ed io sto scoprendo insieme a lui
che l'unica via di uscita da questa sofferenza è seguirla fino in
fondo allo scopo di trarne qualche insegnamento. Tuttavia questo non è
completamente sufficiente. Anzitutto ho amato profondamente mio padre -
e lo amo tuttora, dopo quasi due anni che il suo corpo senza vita riposa
in un pezzo di terra straniera. E poi non solo la paura del mio dolore
antico - causa delle tensioni che da un po' di tempo attanagliano il mio
corpo - mi impedisce di imboccare con decisione la via dell'indipendenza.
Percepisco un'altra paura, altrettanto reale ed altrettanto profonda, a
cui non riesco a dare un nome.
Forse per scacciare le sgradevoli
sensazioni suscitate, mi alzo dal divano e mi avvicino alla libreria. Accendo
lo stereo ed inserisco nella piastra la cassetta registrata quella sera.
Spingo il pulsante play e mi sdraio sul divano. Passano i minuti ed io
miscelo dentro di me le note della musica e lo strano ronzio provocato
dalla vibrazione delle cellule del mio corpo entrate in risonanza, come
allora, con la musica. Nel frattempo, un'immagine riemerge dai meandri
più nascosti della mia memoria. La prima volta che l'avevo visto,
avevamo entrambi circa vent'anni. Io, Mario, con il mio corpo da bravo
ragazzo con la testa sulle spalle ero seduto tra il pubblico di un jazz
club. Lui, Massimo, con il suo corpo da sassofonista eroinomane suonava
su quel palco, calpestato molto spesso - in passato ed in futuro - da piedi
molto più famosi dei suoi. Rivedo quell'espressione disperata nei
suoi occhi, il drammatico avvitamento del corpo attorno al suo strumento,
il tremore della mano che portava con avidità alla bocca, alternativamente,
il bicchiere di super alcolici, la sigaretta, la pasticca di amfetamine.
Sentirlo suonare era molto emozionante. Quella sera aveva eseguito, senza
quasi soluzione di continuità, Laura, Embreaceble you ed April in
Paris suscitando delle sensazioni che ancora adesso - a distanza di tanti
anni - mi fanno venire la pelle d'oca. Io ci sono, io esisto; questo sembrava
gridare drammaticamente al mondo con la sua musica. E forse perché
il mondo non aveva risposto positivamente al suo grido, era morto poco
più che trentenne, con il corpo disfatto dall'alcol e dall'eroina.
Così facendo aveva superato il suo idolo, Charlie Parker, e non
so dire se questo fosse la sua aspirazione inconscia. Tuttavia in questo
momento non lo sento nemmeno così importante. Provo, invece, una
struggente tristezza. Pur avendolo visto solo quella volta, lo sento molto
vicino a me. (Non mi so spiegare perché, ma sono certo che anche
lui da piccolo aveva respirato con il padre le note dei dischi del cane
verde...) La sua perdita - così come quella dei miei nuovi fratelli
giapponesi - mi fa soffrire. Una perdita, tra l'altro, la cui percezione
si fa sempre più corporea, quasi palpabile. E infatti - come se
d'un tratto si spezzasse la fune che lo teneva attaccato al resto del corpo
- provo la sensazione di perdere il braccio destro. Per un attimo lo vedo
giacere sul divano, completamente privo di vita. Vorrei tanto muoverlo
per capire se si tratti di un'immagine reale oppure sia un frutto della
mia fantasia allucinata, ma non ci riesco. Sono completamente paralizzato
dalla paura di andare in pezzi. E questo rende impossibile qualsiasi movimento.
Scoppio a piangere, singhiozzando.
Il corpo, tutto il corpo, viene
scosso per alcuni minuti. Forse stimolato dal movimento, affiora un altro
ricordo, questa volta recente. Le immagini si fanno gradatamente più
nitide. Ora sono in piedi con tutti gli altri a spellarmi le mani ed a
sgolarmi per ottenere l'ennesimo bis, che viene puntualmente concesso.
È sentimento comune di tutto il pubblico assiepato nel teatro di
non voler porre termine a questo incontro. Rivedo l'uomo seduto al pianoforte,
la bandana colorata sulla testa pelata, le mani che martellano sui tasti
bianchi e neri le note di Take the A train, i piedi che spingono sui pedali
appositamente rialzati da terra. Sembra incredibile che da un corpo così
minuto - quando Michel non sta sullo sgabello arriva a malapena alla cintola
dei componenti il suo sestetto - possa scaturire l'energia vitale che -
amplificata dai corpi di tutti noi, musicisti e spettatori - ci tiene legati.
Sempre più nitide si fanno anche le sensazioni di quel lunedì
sera. Risento distintamente quello stesso senso di appartenenza e quella
stessa energia di allora. La lascio fluire dentro il mio corpo liberamente.
Dalla testa ai piedi, più volte, andata e ritorno. E piano piano
ho la percezione che questa matassa di ricordi lentamente si dipani davanti
ai miei sensi, lasciandomi individuarne il bandolo. Vedo davanti a me una
donna. Ha gli occhi a mandorla che mi guardano con infinita dolcezza. Intorno
ad essi, la pelle del viso è solcata dalle rughe di una quarantenne
con molta sofferenza alle spalle. La riconosco, è Reiko. Se provi
del dolore per la morte di Naoko, continua a portarlo con te per il resto
della tua vita. E se da questo dolore potrai imparare qualcosa, imparala.
Però, indipendentemente da questo, sii felice con Midori. Il tuo
dolore non ha niente a che vedere con lei. Tu hai scelto lei e Naoko ha
scelto di morire. Ormai sei adulto e devi assumerti le responsabilità
delle tue scelte. E guai a te se non lo fai - mi dice guardandomi fisso
negli occhi.
Queste parole, soprattutto le ultime,
mi colpiscono come una sferzata. La prima reazione è rabbiosa. Vorrei
gettarle via, insieme alla loro mittente, lontano da me. In fondo, sarebbe
facile. Sono solo un parto della mia fantasia. Tuttavia - proprio per questo,
sono parte di me - blocco l'impulso omicida. Chiudo gli occhi, dunque,
e lascio trascorrere il tempo respirando. Intento solo a prestare attenzione
al soffio dell'aria che entra ed esce dai polmoni, al ronzio del sangue
che scorre lungo tutte le membra, al rimbombo del cuore che pulsa ritmicamente.
Nel frattempo davanti ai miei occhi si alternano le figure di Massimo e
Michel. E così, lentamente, mi si fa chiaro il senso profondo di
quelle parole.
Anche questa volta non si manifestano
dei pensieri, ma un'immagine, forse un ricordo. Sono in macchina fermo
ad un semaforo e, in piedi su di un marciapiedi, c'è mia madre.
La vedo attraverso il finestrino. Ci guardiamo, ma non ci vediamo. Improvvisamente
sono sicuro tra noi è sempre stato così. Abbiamo vissuto
un rapporto costantemente filtrato da una barriera, trasparente ed infida.
Sento di non avere mai attraversato - non mi è stato concesso di
farlo - il vetro del reparto maternità dietro il quale per la prima
volta avevo visto il mondo (ed il mondo aveva visto me). Ora comprendo
la natura della commozione suscitata dalle immagini televisive del parlatorio
di un carcere di massima sicurezza dove i detenuti comunicavano con i loro
cari separati da un maledetto vetro antiproiettile. Guardo di nuovo fuori
dal finestrino, ma mia madre non c'è più. Al suo posto, sempre
immobile su quel marciapiede, c'è un adolescente. Anche lui mi guarda,
ma è come se non mi vedesse. Io lo osservo meglio e lo riconosco.
È me stesso alla sua età! È quella parte di me con
la quale sto cercando negli ultimi tempi di ricongiungermi. Maledizione!
Il semaforo sta per diventare verde, non ho molto tempo. Vorrei tirare
giù il finestrino della macchina, ma non ci riesco. Aperto appena
un piccolo spiraglio, le braccia non rispondono più ai comandi della
testa; improvvisamente sono diventate pesanti come macigni. Tento di chiamarlo,
una stretta violentissima al torace mi sta spezza letteralmente il respiro.
Per un attimo provo l'istinto di sfondare il vetro a testate, ma la paura
del dolore mi incatena la testa. L'immagine repentinamente scompare ed
io rimango solo con il mio senso di impotenza.
Sono disperato, ma non riesco a
piangere. Reiko mi guarda ed annuisce con la testa. Bravo finalmente hai
capito, adesso è solo questione di tempo, vedrai. Questo mi dice
ed io in parte mi tranquillizzo. Non te ne andare; da solo non ce la faccio,
almeno non ora, le dico tendendo le braccia verso di lei. Lei si avvicina
ed io comincio a toccarla. Le mie mani prendono le sue e, senza fretta,
risalgono lungo le sue braccia, le sue spalle, le sue guance, i suoi capelli.
Nel frattempo, le sue mani prendono le mie e, con altrettanta lentezza,
risalgono lungo le mie braccia, le mie spalle, le mie guance, i miei capelli.
Continuiamo così questo gioco, finché ci abbracciamo. I nostri
corpi aderiscono adesso perfettamente, come fossero un'unica entità.
Un piacevole calore fluisce liberamente uno all'altro. Nelle orecchie di
ciascuno risuona dolcemente il ti voglio bene pronunciato dall'altro. Le
voci si mescolano con le note di On the roof che un piano - in lontananza
- sta suonando. E così - io tra le sue braccia e lei tra le mie
- comincio a piangere. Sento scorrere sulle guance le mie lacrime, dapprima
sommesse e poi via via più singhiozzanti. Si mischiano a quelle
di lei, che nel frattempo si è unita al mio pianto liberatorio.
E così - come in un programma di morphing - i suoi lineamenti subiscono
una lenta e graduale trasformazione. La pelle del viso di lei impallidisce
fino a diventare rosea e gli occhi si arrotondano e virano dal marrone
all'azzurro. Ed io mi addormento felice, completamente abbracciato a quell'adolescente
che poco fa stava immobile sul marciapiede".
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