Jonathan


di Nicola Vassallo
amguad@tin.it


 


Forse Kafka o Ovidio non sarebbero d'accordo, ma io vorrei trasformarmi in un gabbiano. Una metamorfosi completa, immediata, senza fatica ma con la gioia di non essere più umano, con la forza dell'istinto che guarda oltre le apparenze. Sì, una metamorfosi finalmente veritiera, che non si ferma tra le parole di un libro, ma sente il dolore del cambiamento, la sintassi di milioni di anni di evoluzione che sconfinano piano in una libertà che va oltre il sentimento, l'amore, la vita... Vorrei diventare un gabbiano, il mitico Jonathan, figlio della libertà, sogno del vento, schiuma del mare, ansia dell'orizzonte e profonda malinconia del blu d'acqua. Io, per un giorno, un gabbiano bianco dalle ali forti, le penne remiganti che vibrano nel vento e lo sguardo che s'allontana fino all'orizzonte. Nel volo che scompiglia le piume, che allontana dal gruppo, che porta in alto fra le nubi, io ritrovo quel senso di pace, quell'amore per me stesso che avevo dimenticato quando ero solo un uomo, un essere limitato e senza più speranza. Vorrei questa sincera metamorfosi, questo splendida illusione per la mia anima che vorrebbe volare in un cielo che come un mare capovolto tinge di blu ogni vita, ogni respiro ogni incontro.



L'ANIMA DI UN DELFINO

Un giorno un giovane delfino scorrazzando fra le onde di un nuovo oceano incontrò un altro delfino più grande e più vecchio di lui.

Il vecchio delfino era stanco, le sue pinne avevano solcato mille oceani, visto coste e sabbie di ogni colore, incontrato umani cattivi ma anche buoni e con loro aveva chiacchierato giocando felice.

Il vecchio delfino raccontò le sue avventure al giovane delfino che era sempre alla ricerca di nuovi mari, di nuovi giochi e di cibo fresco.

-Vedi, ragazzo, la vita è sì un grande oceano, -disse fissandolo- ma è breve e nessun mare, nessun oceano può colmare il tuo bisogno di conoscenza. Nessuna profondità marina può farti gioire per le conquiste delle folli discese negli abissi che noi solo possiamo fare col sorriso sul muso. Giovane amico, la vita non è nel mare, ma è nella tua anima!

Il giovane delfino non sapeva cos'era un'anima, non conosceva neppure il significato di questa parola. Rimase turbato, lui che credeva che la libertà fosse correre tutto il giorno per incontrare nuove creature, nuovi scogli, saltare sulle onde e rincorrere le navi degli umani.

Allora, titubante, chiese al vecchio delfino cos'era un'anima.

L'anima -disse il vecchio delfino facendo uno scarto intorno al giovane- l'anima...è...è quando tu salti fuori dall'acqua e respiri l'aria dopo avere trattenuto il respiro per immergerti nelle profondità del mare: questa è l'anima!

Il giovane delfino sempre più perplesso disse: - tutto qua? Pensavo che fosse una cosa più importante...non so cosa farmene di quest'anima, vecchio!

Il vecchio delfino sempre girando intorno al giovane, disse - Perché credi che l'anima debba essere così importante da farti stupire per la sua scoperta? L'anima c'è ma noi non sappiamo né perché né dov'è. Gli uomini dicono che l'anima è nel cuore o nel cervello, invece è solo quando esci dalle onde per respirare, tutto qua!

Il giovane delfino, con la furia tipica della gioventù, un po' seccato da quelle parole che non capiva bene, si inabissò. Scese per metri e metri a velocità sempre maggiore, cercando di sconfiggere il buio che gli cresceva intorno aguzzando lo sguardo. La pressione aumentava ma lui incurante scendeva sempre di più. Era al limite che i delfini possono raggiungere, ma lui imperterrito, continuò a scendere e a scendere, sempre più giù. Passavano i minuti ma il desiderio di scendere era sempre maggiore.

Il buio era quasi totale, si fermò un po' spaesato guardandosi intorno. La testa cominciava a dolergli, le pinne erano stanche, il cuore gli batteva forte.

Guardò verso l'alto e si accorse che era sceso così in basso che la superficie era solo una striscia bluastra al confine dello sguardo.

Non sapendo cosa fare, se scendere ancora o ritornare in superficie, si arrestò e cercò di pensare, ma gli ritornavano solo le parole del vecchio. L'anima era uscire a respirare l'aria sopra le onde.

Rimase perplesso, avrebbe dovuto sentirsi fiero di avere raggiunto quell'inimmaginabile profondità. Intorno a lui c'erano alghe, conchiglie, coralli, animali che nessun altro delfino aveva mai visto. Lui era il primo a vedere quelle cose, eppure non si sentiva orgoglioso di se stesso. Non provava quel forte desiderio di sentirsi superiore a tutti gli altri delfini, come aveva pensato che potesse succedere quando avrebbe raggiunto quelle profondità.

Rimase fermo ancora un po', poi decise di ritornare in superficie, ma solo perché oramai, passati quasi dieci minuti, aveva bisogno di respirare per non morire.

Iniziò a salire, e man mano che risaliva acquistava anche maggiore velocità, le pinne forti e agili imprimevano sì una splendida forza, ma era soprattutto la pressione dell'acqua a spingerlo sempre più velocemente verso l'alto.

Sentiva l'acqua sfiorargli il corpo armonico teso nello sforzo del nuoto per catapultarlo a velocità folle verso la superficie. La luce si avvicinava e gli occhi del delfino si socchiusero per la luminosità che era sempre più forte e accecante. Quando era quasi giunto alla superficie, si sentì felice per la velocità che il mare gli imprimeva nella risalita, sentiva come una forza che lo spingeva dal basso, come una mano che lo sollevava e lo catapultava verso la superficie. Arrivato alle onde schiumose il giovane delfino balzò fuori così velocemente che si sollevò di parecchi metri sul pelo dell'acqua.

Il salto fu il più lungo e alto che avesse mai fatto in tutta la sua vita.

Si innalzò così tanto che gli sembrò di arrivare in cielo, contemporaneamente sentì l'aria pervadergli i polmoni e l'ossigeno impregnare ogni sua cellula rinfrescandolo e dandogli un'energia che non si aspettava. Poi, anche se non riusciva a vedere bene intorno a se perché accecato dal sole, si accorse di una vicinanza, di qualcosa che gli girava intorno. Era un gabbiano che, stupito almeno quanto lui, aveva rallentato il volo per osservare quella strana creatura marina che assomigliava al suo cibo preferito ma che, invece, volava.

Il delfino sorrise al gabbiano, lo riconobbe, lo aveva visto spesso dalle onde, ma adesso si trovava faccia a faccia con una creature che sembrava così diversa da lui. Il tempo di scambiare qualche parola con lui non ci fu, ma i due sguardi si incontrarono per un lunghissimo istante, poi il giovane delfino ricadde nel mare con uno splendido ed elegantissimo tuffo. Il vecchio era ancora là, ed accolse in silenzio il giovane delfino, che quando si riprese dal turbamento, gli si avvicinò silenzioso.

Il vecchio delfino lo guardò dritto negli occhi, e lo apostrofò: Allora?

Il giovane, ancora un po' intontito e spaesato per quel volo, disse:- non lo so, vecchio...mi sento strano, diverso da prima, avrei voglia di tornare giù negli abissi, per potere ancora volare nel cielo, eppure ho paura...paura di respirare l'aria dopo avere trattenuto il respiro per tanto tempo...è forse questa l'anima di cui mi parlavi?

Il vecchio delfino, guardò ancora negli occhi il suo giovane amico, gli girò per l'ultima volta intorno, avrebbe voluto fargli una carezza con la pinna sul muso appuntito, ma sapeva quanto i giovani fossero restii a essere toccati, quindi dopo avergli rivolto un lungo sorriso, con un salto sul dorso si allontanò disegnando degli archi netti e perfetti nel blu dell'oceano.
 
 

I N D I C E



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Pagina pubblicata nel mese di  febbraio 2000
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