LIBRI DAI RICORDI


di Nicola Vassallo
amguad@tin.it

L'idea per questa rubrica mi è venuta guardando la mia biblioteca. Interi scaffali di libri accumulati nel corso degli anni e che riescono ancora a comunicare emozioni, sensazioni e idee; a ricordare gli amori, le delusioni, gli incontri e i rancori. Indipendentemente dalla loro veste tipografica, indipendentemente dalle rilegature o dal tipo di carta, i libri, -i miei libri- riescono a comunicarmi sempre qualcosa. Mi riferisco soprattutto ai libri "vecchi" a quei libri che sono stati consumati prima dagli occhi e poi dal tempo, sottolineati e annotati a matita, con le pagine ingiallite. I libri come veicoli per comunicare a un diverso livello, ritrovando dentro la propria mente quei valori, quei segni e disegni aggiunti alla memoria che ci hanno formato e ci permettono di essere ciò che oggi siamo.
Io non sono un intellettuale, non sono uno scrittore né un letterato, ma amo infinitamente i libri, come molti e come molti ho sempre avuto il desiderio di parlarne pur non avendo la sacra investitura a sacerdote dei libri. Parliamo quindi di libri, svincolandoli dai contesti aulici e elitari, creiamo un album di "libri dai ricordi", una sorta di zibaldone dove chiunque ami questo strumento di conoscenza possa rendergli omaggio attraverso queste pagine. Aspetto il contributo di chiunque voglia unirsi a me in questo cammino attraverso le pagine dei libri che ci hanno accompagnato durante la nostra vita. Scrivetemi, raccontatemi e raccontatevi ed io vi pubblicherò in queste pagine.
Parlerò (parleremo) di libri senza un progetto, seguendo istinto e sentimenti, perché non è mia intenzione fare delle recensioni, ho solo il desiderio di condividere con chi ama le parole scritte le emozioni che queste hanno suscitato nel tempo e che ritornano oggi attraverso ricordi e emozioni.
Iniziamo.
"Del pensare breve"e "Anatol"
A caso fra i miei libri, per cominciare, ne ho presi due, risalgono a una decina di ani fa e ricordo benissimo quando li comprai. Sono due piccoli libri della "Piccola Biblioteca" di Adelphi, libri che potevano stare nella tasca posteriore del jeans, infatti ne conservano ancora l'incurvatura ad U. Li avevo anche rilegati, o per meglio dire ricoperti con un foglio autoadesivo di plastica trasparente: mi infastidiva la rugosità della copertina, non scivolava bene nella tasca!
Sorrido.
Avevo poco più che vent'anni, una gioventù trascorsa a contestare, contestare chi aveva a suo tempo contestato e l'inquietudine post-adolescenziale mi portava a sperimentare nuovi percorsi culturali. I libri di cui parlo sono di Manlio Sgalambro, "Del pensare breve"e "Anatol". Questi libri, come tanti altri li ho letti sulla panchina dei libri del Lungomare cittadino, la "mia panchina". Alzando lo sguardo vedevo il sorriso della Costiera e quelle righe mi riuscivano meno ostiche. Sì, perché Sgalambro è un filosofo e la sua filosofia, mi sembrava lontana, almeno all'apparenza, dai filosofi studiati sui banchi del liceo. Anche se sulla terza di copertina di "Del pensare breve" leggo: "perché mi ostino a definirmi filosofo benché né i filosofi mi vogliono né io voglio loro". Questi paradossi e irrequietezze di un'anima che pensava e voleva comunicarmi il suo pensare mi piaceva e anche se leggendo non sempre riuscivo a capire tutto, mi coinvolgeva.
Sfoglio il libro e a pagina 53 trovo una frase sottolineata in rosso: "In un rapporto amoroso solo uno ama, l'altro si lascia amare. Ama solo perché è amato". Sulla stessa pagina sul bordo io scrissi a matita: "L'amore: quell'illusione che ha il coraggio di illudere e la vigliaccheria di truffare sentimenti". Non ricordo il mio stato d'animo di allora, ma riconosco la mia inquietudine e il pensiero che si mimetizzava con le parole che leggevo. Come camaleonti i miei pensieri assorbivano le luci e le ombre delle parole di Sgalambro per ricostruirne altre assoggettando la mia interiorità a pensieri già costruiti da un'anima più forte della mia. Così, per riprendere il filo di vecchi ricordi ho scovato in un mio diario delle righe che scrissi più o meno nello stesso periodo:
Passione sensuale, ovvero dell'amore.
E' la vertigine che in tanti conoscono e narrano a spingermi sempre nell'errore quando ho a che fare con l'amore: tutta la storia dell'umanità è fondata su malintesi tra maschile e femminile (ed ha poca rilevanza se questi due dogmi siano in persone diverse o nello stesso individuo). Il più grave di tutti è quello comunemente chiamato amore. L'amore non è altro che il reiterato sovrapporsi di illusioni nella speranza di sublimare la passione sensuale alla quale puntualmente soccombiamo al momento dell'innamoramento. Quest'ultimo é l'eterno gioco delle parti che Natura ha voluto inscenare a totale appannaggio di noi umani. Per sollevarci dai sensi di colpa, per sopprimere le nostre reticenze al cospetto dei bisogni passionali, e per scongiurare il pericolo di un nichilismo generale e incontrollato che avrebbe messo in serie difficoltà il compito di Natura.
L'amore, cinicamente vissuto, consumato per il desiderio di scoprire e capire, mi ha portato oggi, a considerarlo né come un malinteso e neppure un'illusione, ma un compromesso fra i due. Ci si può sbagliare -quindi deludere e/o deludersi- fraintendendo un sentimento con un desiderio e contemporaneamente, specchiandosi in uno sguardo, credere di vedere se stessi: ero forse nel giusto quando, senza averne le esperienze, annotavo su quel bordo che l'amore vigliaccamente ci truffa ma poi ci ricompensa illudendoci!
Mi sono fatto contagiare e corteggiare dall'equilibrismo che Sgalambro fa con le parole, un equilibrio vertiginoso che ancora mi piace, mi affascinava allora e mi affascina oggi. Sull'ultima pagina ritrovo cinque righe scritte a penna: L'irrequietezza dei miei sentimenti costantemente si scontra con l'inesperienza del vivere. Come fosse un sogno rispetto ai coaguli della vita che si abbrevia ogni giorno.
"Anatol" è molto diverso come libro, un po' sconcertante, lo lessi subito dopo "Del pensare breve" e mi procurò un piacevole brivido come l'aria frizzante di una mattina di novembre: il mondo come rappresentazione di una rappresentazione, -dice Sgalambro- il mondo che è dentro di noi e si immerge in quello che c'è fuori ma che non sappiamo cosa sia. Vertiginoso come sempre, la lettura di quelle pagine mi confondeva gli stati d'animo. Sì, perché a volte il riso mi increspava le labbra; poi il raccapriccio di scoprire certe sensazioni, che mi apparivano come verità, mi faceva aggrottare la fronte ancora giovane: Anatol, non filosofa col martello, ma col trapano del dentista e il protossido d'azoto! Mi ricorda un po' Zarathustra, ma questo filosofava con mente e anima completamente fuse in una sola visione paurosa e dissacrante: la potenza fatta parola, la follia che diventa una lucida razionalità. Il periodo in cui lessi questi libri ero in guerra col sentimento dell'amore, (sì, infatti mi ricordo che mi ingozzavo con grossi panini di Nutella e marmellata all'albicocca!) cercavo conferme al mio cinismo per acquietarmi, infatti ecco a pagina 79 delle frasi sottolineate più volte, con rabbia o forse con la felicità di avere scovato -scavando fra quelle parole- un'altra illuminazione: L'amore è la parte più superficiale di un essere umano. (...) Distoglie l'attenzione che si deve a sé per dedicarla a un altro. Esclude dall'infinito e dall'ordine della mente. In realtà l'idea dell'amore, o peggio la stima per esso, è un peso che portiamo sulla nostra intelligenza. (...) Non sta dunque nel badare a se stessi, nel costruire all'infinito la propria individualità, nel perfezionare un'opera, ma nel dare in escandescenze per un altro?
Che fatica!
Scrivendo mi sto rendendo conto che dopo una pausa idilliaca sono ritornato a pensarla come allora, facendo mie queste parole sottolineate che mi ritornano dal passato! Oggi sono forse un po' più cupo, le rughe sulla fronte sono rimaste scolpite anche nell'anima e qui davanti a me ho un libro di Cioran, "Al culmine della disperazione".
 
 

I N D I C E



 

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Pagina pubblicata il  1.12. 1999
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