Libri, libri, e ancora libri


di Carlo Oggiano
carloggiano@tin.it

Il primo libro, in assoluto, l'ho avuto all'età di sei mesi. No, non sono stato un bambino prodigio. Era il libro a essere particolare. Un libro di stoffa, composto di quadrati di tessuto resistente, con immagini stampate su entrambi i lati, cuciti insieme, forse si dovrebbe dire "rilegati", lungo un lato, in modo da poter essere sfogliato come qualsiasi altro suo simile di carta.
Poi ho dovuto aspettare alcuni anni, subito dopo aver imparato a leggere, per un libro mio, veramente mio, frutto di una mia decisione, scelto da me, e anche pagato da me, con qualche soldo ricevuto in regalo e che avrei potuto benissimo destinare a spese molto più materiali. Mi sembra di vedere ancora il mio ingresso trionfale nella libreria, avanti di alcuni passi a mia nonna che mi accompagnava. Tra una rosa di libriccini, consigliati dal negoziante, ne scelsi uno intitolato "Il lumino nel bosco"; al centro della copertina marrone scuro risaltava la fiammella vivida di un lume a petrolio tenuto in mano da un bambino. Forse voleva suggerirmi che con un libro si riesce a vedere più lontano? Quel volumetto è sempre nella mia libreria, il primo da sinistra di uno scaffale centrale; esile al confronto degli altri libri ma, così immagino, pieno di orgoglio come potrebbe esserlo un precursore.
 

Verso l'adolescenza ho iniziato a scoprire i libri di mio padre, a interessarmi a loro dopo anni di completa indifferenza. Giravo come un esploratore tra le varie librerie di casa, lanciando occhiate qua e là. Prendevo i volumi, in prevalenza romanzi, attirato dal titolo; poi andavo in cerca della presentazione, quella sintetica nell'ultima pagina di copertina delle edizioni economiche o nei risvolti della sovraccoperta plasticata di quelle più lussuose, o ancora quella più impegnativa che precede lo scritto dell'autore; oppure passavo direttamente all'incipit, come un impaziente degustatore che salti avidamente al primo sorso.
Cercavo nelle pagine dei libri la vita che percepivo intorno a me ma che ancora non mi si era svelata. Naturalmente di questa vita l'amore e il sesso rappresentavano due aspetti (o lo stesso aspetto?) che mi attiravano fortemente. Ed ecco Moravia e Buzzati affascinarmi con le sfuggenti ragazze de La noia e di Un amore: la laconica e indifferente Cecilia, che si concede senza nulla dare di sé, e la spregiudicata e mendace Laide, ragazzina simbolo di un mondo plebeo che ha assorbito la stanchezza morale di un'epoca. Il primo dei due libri, in particolare, lo sentivo vicino a me per quello speciale significato che Moravia attribuiva al sentimento di noia: mancanza di rapporto con le cose, incomunicabilità e incapacità di uscirne. A me allora capitava in certi momenti di non avere rapporto con me stesso. Mentre ero in movimento o impegnato a fare qualcosa, improvvisamente mi sentivo slegato dal mio corpo; o meglio, slegato da quella parte di me che comandava le mie mani, le mie gambe, i miei occhi. Avevo la sensazione di essermi sdoppiato in due persone distinte: una che agiva, che riceveva gli stimoli e si comportava di conseguenza, un'altra che si limitava a osservare, a cercare di capire che significato avesse quello che stava accadendo. Allora mi fermavo, nella speranza che quella immobilità potesse farmi riacquistare l'unità della mia persona. Erano i momenti di solitudine principalmente a farmi provare queste sensazioni. Non che la solitudine mi spaventasse. Anzi ne sentivo la necessità di tanto in tanto per cercare di riordinare tessere della mia sfera interiore perse dentro di me. D'altronde la solitudine mi sembrava lo stato naturale dell'uomo, la condizione nella quale inevitabilmente ci si ritrova, nonostante ogni tentativo di arrivare agli altri; come una biglia in una buca, che anche se spostata ricadrà sempre, per rimanervi stabilmente, nel punto più basso.
 

Nella mia biblioteca c'è un reparto riservato a una categoria di libri in genere poco amati, alquanto bistrattati perché imposti dall'alto: i libri di scuola. Non sono molti, solo i superstiti, i sopravvissuti a cessioni, a vendite all'ingresso della scuola, a traslochi, a "pulizie" varie. Eppure i libri di scuola ci parlano di anni e anni della nostra vita, di una buona parte di quello che siamo poi diventati. Il libro di educazione civica delle Medie, ad esempio, mi parla senz'altro di mio padre. Me lo fa rivedere quando con pazienza e perseveranza mi aiutava a capire l'ordinamento dello Stato, o cosa significassero termini, che mi incutevano un certo timore, come inflazione e deflazione. In quei momenti lo sentivo vicinissimo, lui che aveva poco tempo da dedicarmi, impegnato com'era sindacalmente e politicamente. Grazie alla scuola, si era stabilito fra noi un modo di comunicare piuttosto particolare. Ogni volta che c'era un compito in classe d'italiano riportavo a casa la brutta copia per sottoporgliela. Mi dava un profondo piacere vedere lui, sempre immerso nei giornali e nei libri, leggere qualcosa composto da me. Forse quei temi in classe li scrivevo soprattutto per lui; ci mettevo dentro tutto il calore, tutta la forza di cui ero capace; erano una specie di cimento per dimostrare che, sebbene il mio temperamento non fosse estroverso, avevo dentro di me una carica di energia vitale pronta ad esplodere. Mio padre leggeva attento il mio scritto, mentre io attendevo accanto in silenzio, ma parlando intensamente attraverso quelle righe. Appena terminato ne dava un giudizio sommario; poi si soffermava su alcuni concetti che più lo avevano colpito e faceva dei commenti, manifestando le sue opinioni al riguardo. E allora era lui a mandarmi il suo messaggio, era lui che, in risposta e sotto la spinta del mio elaborato, mi apriva il suo animo.
Ogni tanto li riprendo in mano i miei vecchi libri di scuola. Mi sdraio su un fianco, sopra il letto come ero abituato da ragazzo, e loro docili si aprono alle pagine in cui oramai da anni sono solito visitarli. Allora mi ritrovo per boschi e caverne in compagnia dei lieti satiretti delle ninfe innamorati, grazie al canto di Lorenzo de' Medici. Oppure cerco inutilmente di tenere il conto delle centinaia, delle migliaia di baci che Catullo scambia freneticamente, senza sosta, con la sua Lesbia: da mi basia mille, deinde centum, dein mille altera, dein secunda centum …
Vorrei tornare indietro nel tempo per ritrovare altri miei vecchi libri di scuola, che non ho più oramai da anni, ma le cui pagine ho ancora nitide davanti agli occhi. Me li riporterei con me nel presente, carichi di scorci della mia vita, di attimi, di sensazioni, di pensieri, di immagini, di cui sono stati testimoni.
 

Mi siedo sul divano di fronte ai miei libri nella libreria principale in sala. Li guardo. Tanti libri acquistati nel corso degli anni; alcuni provenienti dalla biblioteca di mio padre. Li riconosco tutti anche a distanza: semplicemente dalla dimensione, dal colore del dorso, dalla loro collocazione sugli scaffali. Sono oramai diventati parte di me, delle cose che sento più familiari. Quando viene a casa mia per la prima volta qualcuno che non mi conosce, cerco anch'io di guardarmi intorno con occhi nuovi, per immaginare quali possano essere le sue impressioni immediate. Sono sicuro che è la libreria a tradire la mia sfera più intima, le mie passioni, forse le mie manie.
Guardo i miei libri. Quelli riuniti su un ripiano in basso attirano l'attenzione più di altri per la varietà di argomenti trattati; sembrano messi uno a fianco all'altro non per una loro attinenza, ma perché‚ collocati un po' qua e po' là, sparsi per tutta la libreria, si perderebbero, confusi tra gli altri libri, mentre così uniti riescono forse a esprimere un messaggio udibile e decifrabile.
C'è un libro sui nodi, uno sugli origami, altri sui giochi di prestigio e sui giochi enigmistici, logici, con le carte, con le immagini, di strategia; poi dei manuali di disegno, pittura e fotografia, due libri dedicati alla mitologia, un'enciclopedia dei fumetti e alcune monografie su famosi eroi dei cartoons.
Mi chiedo perché li ho scelti tra tanti altri che avrei potuto comprare. Interessato all'argomento trattato; semplicemente incuriosito; magari spinto da un'attrazione naturale, guidato da una specie di istinto che non necessita di spiegazioni razionali.
Nodi, origami, giochi di prestigio suggeriscono il desiderio del raggiungimento di una manualità creativa. Ma ancora prima lo stimolo forte è stato forse quello di entrare in un nuovo ambito, di scoprire una traccia, una manifestazione dell'intelletto umano. Nel libro dei giochi di prestigio probabilmente ho anche cercato una qualche risposta alle mie paure, una conferma rassicurante che anche per i fatti più complessi e oscuri c'è sempre una spiegazione logica, e quindi la maniera di affrontarli.
Poi ci sono tutti quei libri di giochi enigmistici, logici, di strategia. Puro divertimento o anche qualcos'altro? In effetti la risoluzione dei problemi proposti permette di gettare lo sguardo su un mondo creato a somiglianza di quello reale, sua puntuale astrazione. Rifletto sul fatto che a prima vista i giochi presentano due aspetti contrastanti tra loro: evasione dalla realtà e allo stesso tempo impegno nel fare esperimenti su modelli più o meno semplificati, ma nei quali la vita si rispecchia. E queste due tendenze opposte riescono a convivere in armonia, perché chi gioca si muove in un mondo ideale, finalmente governato da regole chiare, precise, uguali per tutti.
Appresso, in quello scaffale, vengono i manuali di disegno, di pittura, di fotografia. Penso che lì ho cercato di imparare a guardare il mondo; nella speranza di trovare il punto di vista più favorevole nell'interpretazione della realtà.
Gli ultimi libri dello scaffale, quelli di mitologia e quelli dedicati ai fumetti, mi suggeriscono un'analogia tra loro. Le vicende degli antichi eroi non sono altro che rappresentazioni simboliche della realtà; la rivelazione di un campionario di passioni, di situazioni interpersonali, di possibili scenari. Le avventure degli "eroi" dei fumetti sono un'estrapolazione di dati giornalieri, colti con acutezza nella loro sostanzialità e prolungati poi, spinti oltre i limiti usuali; sono lo specchio di un'ideologia collettiva. Dunque una mitologia antica e una moderna; entrambe un'opportunità per il lettore di addentrarsi nei profondi meandri dei sentimenti. D'altronde chi frequenta e ama i libri è essenzialmente un uomo che cerca. E i libri sono le tracce lasciate dagli uomini, le loro impronte impresse sul cammino della vita. Possono essere testimonianze importanti, di uomini con un grande talento che hanno lasciato un segno profondo. Ma anche nei libri "più modesti" si possono trovare sprazzi di luce che ci investono. I libri sono dei germi, dei semi che piantiamo dentro di noi. Trascorre il tempo e loro crescono, senza che noi ce ne rendiamo conto. Poi un giorno dal passato, dai ricordi, torna un libro che abbiamo letto e improvvisamente ci accorgiamo che è una parte di noi, che qualcosa di ciò che diciamo, pensiamo, facciamo, sogniamo, è nato proprio tra quelle pagine.



I N D I C E


 

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Ultimo aggiornamento: febbraio 2001
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