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Il primo libro, in assoluto, l'ho
avuto all'età di sei mesi. No, non sono stato un bambino prodigio.
Era il libro a essere particolare. Un libro di stoffa, composto di quadrati
di tessuto resistente, con immagini stampate su entrambi i lati, cuciti
insieme, forse si dovrebbe dire "rilegati", lungo un lato, in modo da poter
essere sfogliato come qualsiasi altro suo simile di carta.
Poi ho dovuto aspettare alcuni
anni, subito dopo aver imparato a leggere, per un libro mio, veramente
mio, frutto di una mia decisione, scelto da me, e anche pagato da me, con
qualche soldo ricevuto in regalo e che avrei potuto benissimo destinare
a spese molto più materiali. Mi sembra di vedere ancora il mio ingresso
trionfale nella libreria, avanti di alcuni passi a mia nonna che mi accompagnava.
Tra una rosa di libriccini, consigliati dal negoziante, ne scelsi uno intitolato
"Il lumino nel bosco"; al centro della copertina marrone scuro risaltava
la fiammella vivida di un lume a petrolio tenuto in mano da un bambino.
Forse voleva suggerirmi che con un libro si riesce a vedere più
lontano? Quel volumetto è sempre nella mia libreria, il primo da
sinistra di uno scaffale centrale; esile al confronto degli altri libri
ma, così immagino, pieno di orgoglio come potrebbe esserlo un precursore.
Verso l'adolescenza ho iniziato
a scoprire i libri di mio padre, a interessarmi a loro dopo anni di completa
indifferenza. Giravo come un esploratore tra le varie librerie di casa,
lanciando occhiate qua e là. Prendevo i volumi, in prevalenza romanzi,
attirato dal titolo; poi andavo in cerca della presentazione, quella sintetica
nell'ultima pagina di copertina delle edizioni economiche o nei risvolti
della sovraccoperta plasticata di quelle più lussuose, o ancora
quella più impegnativa che precede lo scritto dell'autore; oppure
passavo direttamente all'incipit, come un impaziente degustatore
che salti avidamente al primo sorso.
Cercavo nelle pagine dei libri
la vita che percepivo intorno a me ma che ancora non mi si era svelata.
Naturalmente di questa vita l'amore e il sesso rappresentavano due aspetti
(o lo stesso aspetto?) che mi attiravano fortemente. Ed ecco Moravia e
Buzzati affascinarmi con le sfuggenti ragazze de La noia e di Un
amore: la laconica e indifferente Cecilia, che si concede senza nulla
dare di sé, e la spregiudicata e mendace Laide, ragazzina simbolo
di un mondo plebeo che ha assorbito la stanchezza morale di un'epoca. Il
primo dei due libri, in particolare, lo sentivo vicino a me per quello
speciale significato che Moravia attribuiva al sentimento di noia: mancanza
di rapporto con le cose, incomunicabilità e incapacità di
uscirne. A me allora capitava in certi momenti di non avere rapporto con
me stesso. Mentre ero in movimento o impegnato a fare qualcosa, improvvisamente
mi sentivo slegato dal mio corpo; o meglio, slegato da quella parte di
me che comandava le mie mani, le mie gambe, i miei occhi. Avevo la sensazione
di essermi sdoppiato in due persone distinte: una che agiva, che riceveva
gli stimoli e si comportava di conseguenza, un'altra che si limitava a
osservare, a cercare di capire che significato avesse quello che stava
accadendo. Allora mi fermavo, nella speranza che quella immobilità
potesse farmi riacquistare l'unità della mia persona. Erano i momenti
di solitudine principalmente a farmi provare queste sensazioni. Non che
la solitudine mi spaventasse. Anzi ne sentivo la necessità di tanto
in tanto per cercare di riordinare tessere della mia sfera interiore perse
dentro di me. D'altronde la solitudine mi sembrava lo stato naturale dell'uomo,
la condizione nella quale inevitabilmente ci si ritrova, nonostante ogni
tentativo di arrivare agli altri; come una biglia in una buca, che anche
se spostata ricadrà sempre, per rimanervi stabilmente, nel punto
più basso.
Nella mia biblioteca c'è
un reparto riservato a una categoria di libri in genere poco amati, alquanto
bistrattati perché imposti dall'alto: i libri di scuola. Non sono
molti, solo i superstiti, i sopravvissuti a cessioni, a vendite all'ingresso
della scuola, a traslochi, a "pulizie" varie. Eppure i libri di scuola
ci parlano di anni e anni della nostra vita, di una buona parte di quello
che siamo poi diventati. Il libro di educazione civica delle Medie, ad
esempio, mi parla senz'altro di mio padre. Me lo fa rivedere quando con
pazienza e perseveranza mi aiutava a capire l'ordinamento dello Stato,
o cosa significassero termini, che mi incutevano un certo timore, come
inflazione e deflazione. In quei momenti lo sentivo vicinissimo, lui che
aveva poco tempo da dedicarmi, impegnato com'era sindacalmente e politicamente.
Grazie alla scuola, si era stabilito fra noi un modo di comunicare piuttosto
particolare. Ogni volta che c'era un compito in classe d'italiano riportavo
a casa la brutta copia per sottoporgliela. Mi dava un profondo piacere
vedere lui, sempre immerso nei giornali e nei libri, leggere qualcosa composto
da me. Forse quei temi in classe li scrivevo soprattutto per lui; ci mettevo
dentro tutto il calore, tutta la forza di cui ero capace; erano una specie
di cimento per dimostrare che, sebbene il mio temperamento non fosse estroverso,
avevo dentro di me una carica di energia vitale pronta ad esplodere. Mio
padre leggeva attento il mio scritto, mentre io attendevo accanto in silenzio,
ma parlando intensamente attraverso quelle righe. Appena terminato ne dava
un giudizio sommario; poi si soffermava su alcuni concetti che più
lo avevano colpito e faceva dei commenti, manifestando le sue opinioni
al riguardo. E allora era lui a mandarmi il suo messaggio, era lui che,
in risposta e sotto la spinta del mio elaborato, mi apriva il suo animo.
Ogni tanto li riprendo in mano
i miei vecchi libri di scuola. Mi sdraio su un fianco, sopra il letto come
ero abituato da ragazzo, e loro docili si aprono alle pagine in cui oramai
da anni sono solito visitarli. Allora mi ritrovo per boschi e caverne in
compagnia dei lieti satiretti delle ninfe innamorati, grazie al
canto di Lorenzo de' Medici. Oppure cerco inutilmente di tenere il conto
delle centinaia, delle migliaia di baci che Catullo scambia freneticamente,
senza sosta, con la sua Lesbia: da mi basia mille, deinde centum, dein
mille altera, dein secunda centum …
Vorrei tornare indietro nel tempo
per ritrovare altri miei vecchi libri di scuola, che non ho più
oramai da anni, ma le cui pagine ho ancora nitide davanti agli occhi. Me
li riporterei con me nel presente, carichi di scorci della mia vita, di
attimi, di sensazioni, di pensieri, di immagini, di cui sono stati testimoni.
Mi siedo sul divano di fronte ai
miei libri nella libreria principale in sala. Li guardo. Tanti libri acquistati
nel corso degli anni; alcuni provenienti dalla biblioteca di mio padre.
Li riconosco tutti anche a distanza: semplicemente dalla dimensione, dal
colore del dorso, dalla loro collocazione sugli scaffali. Sono oramai diventati
parte di me, delle cose che sento più familiari. Quando viene a
casa mia per la prima volta qualcuno che non mi conosce, cerco anch'io
di guardarmi intorno con occhi nuovi, per immaginare quali possano essere
le sue impressioni immediate. Sono sicuro che è la libreria a tradire
la mia sfera più intima, le mie passioni, forse le mie manie.
Guardo i miei libri. Quelli riuniti
su un ripiano in basso attirano l'attenzione più di altri per la
varietà di argomenti trattati; sembrano messi uno a fianco all'altro
non per una loro attinenza, ma perché‚ collocati un po' qua e po'
là, sparsi per tutta la libreria, si perderebbero, confusi tra gli
altri libri, mentre così uniti riescono forse a esprimere un messaggio
udibile e decifrabile.
C'è un libro sui nodi, uno
sugli origami, altri sui giochi di prestigio e sui giochi enigmistici,
logici, con le carte, con le immagini, di strategia; poi dei manuali di
disegno, pittura e fotografia, due libri dedicati alla mitologia, un'enciclopedia
dei fumetti e alcune monografie su famosi eroi dei cartoons.
Mi chiedo perché li ho scelti
tra tanti altri che avrei potuto comprare. Interessato all'argomento trattato;
semplicemente incuriosito; magari spinto da un'attrazione naturale, guidato
da una specie di istinto che non necessita di spiegazioni razionali.
Nodi, origami, giochi di prestigio
suggeriscono il desiderio del raggiungimento di una manualità creativa.
Ma ancora prima lo stimolo forte è stato forse quello di entrare
in un nuovo ambito, di scoprire una traccia, una manifestazione dell'intelletto
umano. Nel libro dei giochi di prestigio probabilmente ho anche cercato
una qualche risposta alle mie paure, una conferma rassicurante che anche
per i fatti più complessi e oscuri c'è sempre una spiegazione
logica, e quindi la maniera di affrontarli.
Poi ci sono tutti quei libri di
giochi enigmistici, logici, di strategia. Puro divertimento o anche qualcos'altro?
In effetti la risoluzione dei problemi proposti permette di gettare lo
sguardo su un mondo creato a somiglianza di quello reale, sua puntuale
astrazione. Rifletto sul fatto che a prima vista i giochi presentano due
aspetti contrastanti tra loro: evasione dalla realtà e allo stesso
tempo impegno nel fare esperimenti su modelli più o meno semplificati,
ma nei quali la vita si rispecchia. E queste due tendenze opposte riescono
a convivere in armonia, perché chi gioca si muove in un mondo ideale,
finalmente governato da regole chiare, precise, uguali per tutti.
Appresso, in quello scaffale, vengono
i manuali di disegno, di pittura, di fotografia. Penso che lì ho
cercato di imparare a guardare il mondo; nella speranza di trovare il punto
di vista più favorevole nell'interpretazione della realtà.
Gli ultimi libri dello scaffale,
quelli di mitologia e quelli dedicati ai fumetti, mi suggeriscono un'analogia
tra loro. Le vicende degli antichi eroi non sono altro che rappresentazioni
simboliche della realtà; la rivelazione di un campionario di passioni,
di situazioni interpersonali, di possibili scenari. Le avventure degli
"eroi" dei fumetti sono un'estrapolazione di dati giornalieri, colti con
acutezza nella loro sostanzialità e prolungati poi, spinti oltre
i limiti usuali; sono lo specchio di un'ideologia collettiva. Dunque una
mitologia antica e una moderna; entrambe un'opportunità per il lettore
di addentrarsi nei profondi meandri dei sentimenti. D'altronde chi frequenta
e ama i libri è essenzialmente un uomo che cerca. E i libri sono
le tracce lasciate dagli uomini, le loro impronte impresse sul cammino
della vita. Possono essere testimonianze importanti, di uomini con un grande
talento che hanno lasciato un segno profondo. Ma anche nei libri "più
modesti" si possono trovare sprazzi di luce che ci investono. I libri sono
dei germi, dei semi che piantiamo dentro di noi. Trascorre il tempo e loro
crescono, senza che noi ce ne rendiamo conto. Poi un giorno dal passato,
dai ricordi, torna un libro che abbiamo letto e improvvisamente ci accorgiamo
che è una parte di noi, che qualcosa di ciò che diciamo,
pensiamo, facciamo, sogniamo, è nato proprio tra quelle pagine.
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