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La tenue luce della lampada si spense
allo scatto del timer e Luca rimase alla ancor
più tenue luce di sicurezza. Prese il foglio di carta
politenata dal piano dell’ingranditore e lo fece scivolare
nell’acido, agitò leggermente la bacinella osservando
l’acido muoversi nella vaschetta con
delle piccole onde che la percorrevano per poi tornare indietro.
Girò il foglio dall’altro lato, e con la punta gommata
della pinza di acciaio picchiettò
sopra di esso, in maniera da muovere nuovamente l’acido, ed
infine osservò l’immagine apparire come dal nulla. Luca
aveva compiuto questa magia migliaia e decine di migliaia di volte,
ma lo stupore all’apparire dell’immagine si ripeteva ogni volta,
ed ogni volta , per un attimo, faceva
volare la sua fantasia ai tempi dei druidi e delle notti
d’incantesimo. Osservò accuratamente i neri diventare scuri
e decisi, i bianchi rimanere tali, ed infine immerse il foglio nella
vaschetta del fissaggio. Aspettò qualche minuto e poi la mise
nel lavello per il risciacquo.
I suoi occhi erano stanchi
della fioca luce giallo/verde e un leggero borbottio allo
stomaco gli fece notare che doveva essere oramai l’ora di cena.
Faceva caldo nella camera oscura.
Uscì e si vestì con una maglietta di cotone ed un paio
di calzoni corti, infilò malamente il suo
paio di sandali e con la stessa sciatteria decise
che avrebbe messo ad asciugare le stampe al suo ritorno.
Era una bella
serata estiva, una di quelle serate
rare, in cui non fa caldo e neppure freddo, e la mente, libera
dall’afa e dall’affanno estivo, può concedersi lo svago
di seguire il volo di una rondine, o meglio ancora per Luca, di ascoltare
il suo garrire.
Pensava Luca che forse anche
Icaro era stato conquistato dal bel volo delle
rondini e forse proprio questo lo spinse
alla raccolta delle piume e della cera necessari per la realizzazione
del suo sogno alato.
Lasciò aperta la finestra
per assicurarsi di trovare la stanza
fresca al suo rientro, poi scese le scale, prese la sua
borsa dall’appendiabiti posto all’ingresso ed usci’ chiudendo
il portone lentamente, facendo scattare la
serratura quasi con un soffio: odiava lo sbattere delle porte
e degli oggetti ed ancor più il ciarlare
ad alta voce.
Luca si avviò
per le strade del vecchio borgo e giunse all’antica osteria,
che per la verità non distava molto da casa sua,
ed entrò nel locale quasi vuoto data l’ora
non ancora tarda. Non aveva una gran fame, cosi
decise di ordinare della piada , formaggio, del sangiovese
e qualche cipollotto da intingere nell’olio
con un po' di sale.
Mangiò lentamente,
ordinò dell’ altro vino e poi, quando
vide che i tavoli erano quasi tutti occupati ed il brusio era diventato
fastidioso, pagò ed usci’ a passeggiare un po' per il
borgo, prima di rientrare a casa .
Il cielo era di quel bel colore
che precede di un attimo l'oscurità, ed i lampioni erano già
accesi, ma senza dare ancora quella luce intensa
che fende il buio; quasi come se fossero solo una decorazione
serale del paese, ed era piacevole per lui camminare
senza una meta precisa e guardare
la gente che, approfittando
della bella serata, passeggiava ed affollava le
antiche vie del paese.
Non lontano da li’ era il portico
dei pittori e ci arrivò in pochi minuti, talvolta ci si fermava
prima di rientrare a casa. Non li conosceva personalmente i
pittori, ma trovava piacevole stare ad osservarli, con discrezione
ed in disparte, per qualche attimo, durante il loro lavoro.
Sotto il portico, un
po' nascosto, nell’angolo cieco alla sinistra,
erano due cavalletti con due grosse tele. Il pittore,
un tipo schivo, indossava dei sandali e dei calzini rossi e
si dava un gran da fare intorno alla
prima di queste tele, su cui aveva abbozzato una fetta di cocomero
con la buccia blu.
Con la mano destra lavorava
alla tela e con la sinistra reggeva una fetta
che faceva a lui da modello e che lui
saltuariamente onorava dandole un morso; ogni tanto
poi l’avvicinava alla tela per vederne la somiglianza
con il proprio dipinto che procedeva per la verità molto lentamente.
La seconda tela invece rapi’ l’occhio
di Luca. Al vederla rimase esterrefatto.
Rappresentava qualcosa che aveva visto e non avrebbe mai immaginato di
ritrovare ora, cosi’ improvvisamente, a riportargli alla mente
dei ricordi lontani. Su questa tela
era dipinto un cassettone posto in fondo ad una stanza, su
un disegno regolare di mattonelle bianche e marroni.
Sul cassettone era posta una grossa sveglia che segnava
un’ora che Luca ben conosceva. Anche il cassettone lo conosceva.
Come pure conosceva anche la sveglia .
E conosceva anche il campo regolare
di mattonelle sul pavimento le quali prospetticamente
conducevano lo sguardo in fondo alla stanza
fino al cassettone e quest’ultimo poi lo faceva alzare ed infine
soffermare sulla sveglia.
Rimase senza fiato,
improvvisamente la sua mente era tornata indietro
di trent’anni , era tornata al giorno in cui aveva
conosciuto Bianca.
Era un pomeriggio della prima estate
e lui, ancora studente in matematica al biennio, viveva
in un malandato bilocale da solo, in una casa dagli
intonaci bianchi di calce e dalla grosse
mattonelle quadrate sul pavimento che lo
facevano sembrare una scacchiera.
Bianca era venuta a trovarlo e loro, con l’innocenza che solo l’emozione
della prima volta concede, si erano conosciuti.
Bianca era diventata donna.
Nell’afa del tardo
pomeriggio Bianca giaceva accanto a
lui con la testa appoggiata sul suo petto
mentre lui aveva lo sguardo che fissava la sveglia in
fondo la stanza. Ogni tanto abbassava lo sguardo sulla testa
di lei e poi seguiva la sua schiena fino ai bei glutei
sodi e dalla pelle tesa; ed allora lei lo guardava
e gli porgeva un sorriso fatto con gli occhi, Luca la baciava
sulla fronte e poi guardava nuovamente
la sveglia , sul cassettone.
Pareva che potesse prenderla prospetticamente con i suoi piedi e
cosi’ aveva provato a riportare indietro
la lancetta delle ore con un movimento dell’alluce del
piede sinistro. Aveva steso la gamba ed il piede e con l’alluce posto prospetticamente
sulla lancetta che segnava le ore aveva
cercato di portarla indietro, nel disperato tentativo
di ritrovare il tempo che era già passato.
Luca aveva aggrottato la fronte
e pensava come i loro destini fossero
ora indissolubilmente uniti. Per lo meno idealmente lo erano, a parer
suo. Qualunque cosa fosse successa , Luca
sarebbe stato per sempre l’uomo che l’aveva
fatta diventare una donna, e Luca sentiva
dentro di se il proprio ego gonfiarsi
e poi parimenti un’immensa tenerezza per Bianca. Aveva voglia
di stringerla e tenerla vicina per sempre e poi
baciarla e stringerla di nuovo e strofinare
la propria guancia sulla sua fronte., sentendo i suoi
capelli sulla pelle.
Bianca lo guardava chiedendosi il perchè di quello sguardo serio
di Luca che fissava la sveglia, quasi a fermare il tempo o forse
solo ad imprimere un evento nella memoria. Non sentiva
forse Bianca il forte orgoglio di Luca e nello stesso tempo il senso
di “definitivo” che per Luca aveva significato quel pomeriggio?
Evidentemente no.
Gli si avvicinò, gli toccò appena il braccio e gli chiese “vuole una fetta di cocomero”?
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