Non ci sentivamo complementari ma
i nostri pensieri si incastravano facilmente l'uno nell'altro; eppure incontrandoci
per caso difficilmente ci saremmo scambiati uno sguardo che non fosse stato
solo di curiosità.
Noi, la prima volta, con la complicità
di un insonnia da curare, mentre parlavamo di banalità e ci annusavamo
come animali, scoprimmo di esserci cercati da sempre, l'uno paradossalmente
già compagno dell'altra ancor prima di crederci. Una ricerca inconscia
ma determinata, lo scopo nascosto di certe verità vaghe, sovrapposte,
irrazionali, eppure incarnate nella realtà più di un dolore,
più di un tramonto che commuove.
Furono giorni di confusione, il
mio nichilismo rimaneva perplesso al cospetto di lei, al suo sguardo chiaro
in cui non mi stancavo mai di immergermi, ai suoi capelli che mi ricordavano
le seriche penne di una gazza ladra e al suo profilo egizio che anticipava
di tremila anni la sensualità di Nefertiti.
Dentro me, nei recessi sconosciuti
di vecchie disillusioni ritrovavo, come per un deja vu, i suoi lineamenti,
le sue parole ed ogni gesto che comprendeva anche me: uno specchio, che,
guardandoci dentro, non rifletteva la mia immagine ma la sua anima. Del
resto era solo una banale sensazione di essersi già conosciuti quando
ancora non ci si era nemmeno guardati; e, solo perché schiavi dello
stesso incubo, ciascuno ha reclamato se stesso dall'altro.
Nella realtà è la
luce che illumina le cose soffocandole con onde luminose e facendole partorire
ombre. In quei giorni era lei a secernere ombre dalle mie certezze,
dubbi che ancora non conoscevo ma da cui volevo già discolparmi
perché sicuro della loro futura vendetta.
Il dubbio è un paletto appuntito
che ho diretto da solo al cuore quando ho scoperto di essere un vampiro
e di non potere sopravvivere senza succhiare agli altri le emozioni. Ho
preferito annientare il mostro che era in me per esorcizzare la paura del
nulla, quel desiderio-orrore di ogni essere umano: il sentimento d'infinito
che coincide con l'annullamento di se stessi. Per me l'unica metafisica
praticabile era quella sensuale, incontri fortuiti con frammenti di me
che cercavo fuori di me. Sono solidale con l'ultimo vampiro che esistenzialmente
sceglie la morte al continuo dissanguamento di vite.
Io e lei assediati dalla realtà
fuggivamo l'uno nell'altra, ognuno sigillato nella propria testa sfiorandoci
di nascosto i pensieri.
Io, in preda alla febbre dell'esistenza,
andando su e giù per la stanza le dicevo che era improbabile che
l'orizzonte potesse essere curvo perché gravato dal peso del cielo;
che era improbabile che le stelle dell'universo potessero essere solo buchi
in un telo nero, lo schermo dove Dio proiettava le sue idee; ancora improbabile,
e anche illegittimo, che un commediante da strada decidesse di diventare
un eremita e salendo sul Monte dialogasse allegramente con l'esistenza.
Poi Lei si abbandonava alla sua
materna poltrona in biblioteca e, sorridendo diffidente verso questi pensieri,
mi raccontava i suoi eccessi, gli accessi a improbabili dimensioni di un
grado superiore. Lei vedeva il mondo, le cose, gli altri come gli incubi
dei nostri incubi, proiezioni accidentali di paure da non osteggiare ma
da anticipare, quasi da incoraggiare e infine capire. Eravamo solo noi
i responsabili metafisici della sofferenza altrui e, ignari del futuro
che ci attendeva, dovevamo continuare a sperare. E, sempre da sola, si
ritrovava in quella specie di coraggio civile, l'impegno verso le altrui
sofferenze, anche se solo come note al margine, che mi stupivano per l'ingenuità
e gli oleografici sentimenti. Io la facevo parlare, la lasciavo pian piano
impantanare nelle sue stesse argomentazioni e solo all'ultimo momento l'afferravo
per non farla affogare. Per qualche attimo restava perplessa, mi fissava
cercando la delusione nel mio sguardo, mi sorrideva stringendosi nelle
spalle e veniva ad abbracciarmi per sciogliere il mio disappunto.
Avrei voluto che si intestardisse
nelle sue opinioni, avrei voluto che lottasse anche fra le contraddizioni,
avrei voluto che accettasse fino in fondo le responsabilità dei
suoi pensieri. Eppure quegli abbracci mi erano indispensabili come le sue
rese intellettuali. Ed io attendevo quelle rese sempre con maggior
ansia e con la paura di non trarne più il piacere che ne avevo sempre
tratto.
Di notte, mentre io vegliavo, lei
sognava, da quando eravamo in due aveva sconfitto la sua insonnia. Dietro
le palpebre il suo sguardo galleggiava in una malinconia semplice e pulita.
Il suo sonno nuovo divenne un'occasione in più per farsi ammirare,
ma senza il riscontro del mio desiderio. Un'intesa col dio somnum lei l'aveva
trovata, escludendomi così dalla sua malinconia, nel contempo però
mi regalava il privilegio di osservarla dormire e sognare. Il suo corpo
quando sognava era completamente ridisegnato da brividi come di morte,
gli occhi socchiusi e le membra raccolte nel sonno diventavano ancora più
fluide, rassegnate agli umori riposti e segreti. In quei momenti
avrei voluto illuminarla con una luce filtrata attraverso il mio sguardo
scuro per rubarle quegli istinti, ma una vampata d'insonnia, rombando come
sangue infuriato, mi impediva di immergermi in lei.
In fondo lei, col suo letargo,
invidiava la mia veglia, la mia occasione di vederla dormire; in una sorta
di narcisismo speculare l'immaginavo sognare me stesso mentre dormivo.
Poi guardavo le sue mani pallide,
i seni minuti, la trasparenza delle tempie, e d'istinto la svegliavo. Ero
geloso dell'espressione serena del volto, di quel battito calmo del sangue
sotto la pelle appena sopra la morbida esse della clavicola.
Ma lei i sogni non riusciva mai
a ricordarli, mi sorrideva con nostalgia scuotendo il capo e si riaddormentava
come se morisse.
Riuscivo ad aspettare solo una
mezz'ora, e dovevo ancora svegliarla, e ancora chiederle dei suoi sogni,
scongiurarla di inventarsene almeno uno per calmare il mio violento
stato d'ansia. Lei si scuoteva definitivamente dai capelli il dormiveglia,
si metteva a sedere nuda al centro del letto e mi raccontava quel sogno
che avrei voluto sognare da sempre ma che non era abbastanza incomprensibile
per me. Sconfinate spiagge rosa lambite da un tiepido oceano blu elettrico,
la sabbia sottile che accarezzava la pelle come velluto, e sullo sfondo
un paterno vulcano a scudo si lisciava calmo i fianchi di lava arancione
fecondando la schiuma del mare. Prima di addormentarmi, cullato dalla sua
voce e da quelle apparenze, pensavo che solo così poteva essere
nata Venere, e la dea mi appariva con le fattezze di lei. Poi, proprio
mentre mi addormentavo, la immaginavo alzarsi dal letto schiumoso e avvicinarsi
alla finestra, scarna della sua nudità e felice di essere riuscita
nel suo racconto, aprire le imposte con naturale lentezza e immergersi
nell'aria fresca della notte chiudendo gli occhi e reclinando il capo all'indietro.
Non ho mai saputo se in realtà lo avesse mai fatto .
Avrei voluto falsificare tutto di lei. Congelare l'aria dove s'era fermata per più di un istante e collezionare le infiorescenze della sua immagine, perché in quelle pause di vita c'era tutta la sua distante verità, quel senso di vuoto che si manifestava quando ogni volta ricapitolava se stessa.
Confrontavo le nuove linee
con la semplicità del suo viso di sempre, e come una voce che si
arrochisce acquista umori e intenzioni seducenti, ugualmente i suoi lineamenti
riuscivano a staccarsi dalla febbre della luce e ricomporsi in un'idea
metallica e sonora.
Ma lei non capiva, aveva difficoltà
ad adeguarsi alla consueta trama dell'esistenza, anche della propria.
Prendendo coraggio dall'avvertimento
delle sue attuali fattezze, le spiegai l'idea insopportabile per
me di dovere un giorno tradire la sua immagine invecchiata e blasfema
col ricordo di lei oggi.
I ricordi che supplicano si inginocchiano e tremano.
I ricordi dei quali non sapeva niente,
dai quali non imparava mai niente. I ricordi che conservava solo perché
c'era tempo.
E di quei ricordi erano fatte le
sua ossa, i tendini, i muscoli, tutto di lei.
I ricordi che creavano e poi ingoiavano
come tumori le gioie, le sensazioni e gli incontri clandestini.
In momenti così esitava,
mi rimaneva davanti vestita di bianco, eretta. Incline per natura a narrare
un desiderio piuttosto che raggiungerlo. Un mare bianco al quale
più mi avvicinavo e più cresceva, mi avvolgeva, mi inglobava;
e quel bianco irreale mi toglieva il respiro, invadeva lo spirito di una
elettricità modulata, costante. Poi il bianco non era più
bianco ma si trasformava nei miei stessi pensieri, un vagare incerto nell'assoluta
solitudine dell'anima, un deserto di ricordi.
Il bianco, interpretazione incoerente
della sua purezza simbolica, lo detestava, ma se ne vestiva regolarmente
perché il nero dei suoi capelli ne seduceva l'anemia, così
mi disse.
Tutto quel candore era risucchiato
nel buco nero della sua chioma corvina. Anch'io venivo assorbito da quel
vortice di primitiva passione ed ero costretto a passarle le dita fra i
capelli, a sfiorarle i fianchi, e mi sembrava di percorrere con gli occhi
un morbido paesaggio invernale, di notte e con un piccolo dolore nel cuore.
Lei mi assecondava cercando il
piacere nascosto nei nostri corpi: sotto la pelle, incastrato fra le dita,
legato ai movimenti e alle inquietudini di quando sarebbe finito. Ma quei
lunghi incontri pervasi di parole e insegnamenti si raggrumavano nella
diffidenza di due corpi estranei prigionieri della stessa linfa ma grottescamente
interrotti nei pensieri. Io non ero lei, e lei si afferrava a me per trascinarmi
nella complicazione rarefatta dei suoi sogni.
Lei diventava per me un posto di
confine, assoggettato a me stesso e alla mia grande viltà.
Anche il suo sguardo antracite era
già un ricordo. Quel colore che di notte risplendeva di sfumature
verdi e il mattino dopo s'accendeva di riflessi d'acciaio, si fuse in una
sola tonalità pomicea, dove di tanto in tanto scintillavano bolle
di un magma ancora acceso.
Uno sguardo senza baricentro, periferico
alla sua direzione. Cento, mille volte più bello, tanto bello da
far paura.
Ebbi la sensazione che fossero
i toni pomicei a vedere, non lei, troppo impegnata a scegliersi emozioni
trasversali.
L'horror vacui era l'ultima Thule
del lampo blu.
Parlavo di lei attraverso di lei,
riscaldavo le sue mani con le mie, mi rintanavo fra le sue ginocchia sperando
che mi spezzassero in due.
Ma lei, dentro di lei, continuava
a nascondere Melusina, Viviana, Alcina ed altre. La sue esile figura si
ispessiva solo per dar ricovero a ogni creatura magica che il mio raziocinio
le negava passivamente.
Non passò molto tempo che
nello sguardo di lei iniziai a scorgervi anche una distanza dalle nostre
ciniche disillusioni di un tempo.
La scontentezza di non commettere
più gli errori giovanili, trasformare la paura d'essere ingannati
dalla vita in una vertigine oziosa, recitare gli stupori, gli orgasmi e
le intemperanze degli intellettuali. Rinunciare a credere in falsi dèi,
idee e compromessi sociali, sospettare l'altro d'incoerenza.
Ogni percorso semiologico riconduceva
sempre ad uno smarrimento condannato a rivivere l'infinito tutte le volte
che ci si guardava senza vedersi.
L'asincronia delle nostre seduzioni,
da principio sottilmente erotica, divenne un ravaneto, dove la propria
indipendenza cercava solo suggestioni sensuali.
E come nelle schegge di marmo le
ferite dei monti si rimarginano, così le nostre vecchie cicatrici
sudavano gemiti da nuove lacerazioni.
Lei per piacersi maggiormente decise
di non immergersi più nel bianco, ma di scivolare lieve in sfumati
colori pastello che si accoglievano esitanti l'uno nell'altro.
Io parlavo sveltamente, le raccontavo
le mie idee, i miei percorsi esistenziali, e ogni cosa mi passasse per
la mente pur di nascondere a me stesso il silenzio che mi circondava.
Ma a lei non sfuggì il mutismo della mia logorrea e inventò
per noi un nuovo gioco, riuscire a fissarsi negli occhi il più a
lungo possibile. Era lei a perdere ogni volta, per crollare poi in fragorose
risate paragonandomi ad un rettile con lo sguardo fermo e ipnotico. In
questo modo invertiva i ruoli e a perdere ero io.
Con le prime rughe intorno agli occhi si disegnò anche una nuova lei, e la noia radicale che da sempre ci accomunava si sciolse in quelle rughe. Le certezze di ormai quasi una vita cominciavano a sfaldarsi, neppure tanto lentamente.
E come ricompensa ai dieci anni trascorsi insieme, sempre più spesso riusciva a guadagnarsi la mia ipocrisia. Fin quando una notte, equivocando il mio interesse per lei mi chiese di fare un figlio.
Quando la realtà diventa l'acrobazia di un'inquietudine, la sofferenza soffoca ipocritamente nelle parole che nascondono ogni volta un punto e a capo.
Una partita con l'oscurità è sempre un addio, un sacramento imperfetto: l'assoluzione della notte e la vergogna del dì.
Fu in quell'occasione che
la mia falsità raggiunse la consapevolezza. Le risposi sì.
E come non bastasse le dissi anche che lo volevo coi suoi stessi occhi
antracite.
Credette subito a quella frase
da romanzo rosa e io non credetti di averla mai detta, così nessuno
dei due cedette a ciò che doveva essere la cosa più giusta
da fare in una situazione del genere, preparare le valige e partire per
Pietroburgo.
Quando decidemmo di avere un figlio il lampo blu nei suoi occhi scomparve.
Sembrava persino un po' più bella. Una luce la illuminava dall'interno, attraverso quelle trasparenze del volto che tanto mi avevano sgomentato pochi giorni prima. E tutto ciò mi atterriva e mi affascinava assieme, quel mistero che lei era per me si consumava faticosamente nelle apparenze.
Ma il colpo di grazia me lo diede
quando credette bene di manifestare in maniera esplicita il suo amore.
Avevo resistito dieci anni in sua
compagnia perché la ritenevo simile a me, al mio modo di pensare,
alle mie frenesie filosofiche.
E lei mi disse che mi amava.
Rimasi folgorato, mi voltai allontanandomi
barcollando in preda ad una violenta vertigine tipo dopo sbornia, e dovetti
appoggiarmi a qualcosa per non cadere.
Ancora oggi mi chiedo come lei
abbia potuto scambiare quel mio malore, dovuto alla nausea per le sue parole,
per la condivisione di quel sentimento che lei chiamava amore.
Continuò a parlare per qualche
minuto, modulando la voce con una leziosità che mai mi era capitato
di sentire, fortunatamente le parole erano troppo contorte dal mio malessere
per essere intellegibili. Poi venne ad abbracciarmi e
mi comunicò che già era incinta.
A questo punto aspettai con ansia
che si rinchiudesse nel sacrosanto egoismo della futura madre, che nei
suoi occhi si accendesse la "lucina" di cui parlano tanti stupidi poeti.
Cose che avrebbero reso più semplice una mia incondizionata resa,
la rinuncia all'ultima e inattesa disillusione. Ed invece lei adottò
me prima che nascesse mio figlio.
Mi chiedeva, con sincero interesse,
cosa provassi intimamente, le interessava sapere ogni mio pensiero sul
nascituro. Addirittura era già preoccupata del trauma che avrei
subìto io quando sarebbe nato, dal momento che avrebbe dovuto necessariamente
trascurarmi.
Nonostante mi sentissi smascherato dalle studiate premure di lei, mi impegnavo ad ascoltarla nei suoi momenti di apparente disimpegno, quando diceva di invidiare il mio pallore da intellettuale fuori moda, la mia statura sopra la media e le mie folte sopraccigli che le ricordavano due grossi corvi nell'atto di spiccare il volo. Ma in certi toni bassi e modulati della sua voce mi rendevo conto di come lei, pietra su pietra, stesse costruendomi intorno un labirinto per assegnarmi alla fine il ruolo di nuovo Teseo.
Ogni sera mi descriveva minuziosamente le sue sensazioni, i traguardi del suo piacere, tutti i retroscena biologici e intellettuali, gli incontri notturni con le nausee, e con le strane voglie che la assalivano in qualsiasi momento ma che non mi chiedeva mai di esaudire perché troppo interessata del mio benessere interiore.
Una disarmonia nel ritmo dei miei
pensieri, così sentivo la disperazione di quei giorni.
Tentai con angoscia di adattarmi
al ruolo di futuro genitore, ma l'idea di vedermi rinchiuso nello sguardo
di un neonato mi sprofondava sempre più nel raccapriccio di sensazioni
che continuavo a non capire.
Rinunciai a farmi sommergere dalle
varie dicotomie che si presentavano ogni qualvolta la guardavo.
Setacciare dentro me l'amore che
lei credeva di nutritre nei miei confronti, oppure vivere con lei e isolarmi
nel paradosso di una scelta ipocrita. Pertanto come chi vuole nascondersi
da imminenti infezioni contagiose, cercavo una povertà di contatti
interiori.
Così mi accorsi di tradirla.
In special modo quando riuscivo
a sventare le rabbie incontrollate indirizzate nei suoi confronti. Quei
lividi furori avvilivano la mia inafferrabile coerenza vissuta con naturalezza
e recuperata ad ogni mia scelta. La gelosia di chi è abbandonato
nello stesso istante in cui gli viene dichiarato amore. Ero geloso (anche
invidioso) di quell'altro mio sé che, se mai ce ne fosse stato uno,
pensavo di avere esorcizzato con l'anticonformismo emotivo.
Piu' di tutto mi disturbava
il suo amore. L'amore che intravedevo nei sorrisi silenziosi che mi indirizzava
quando mi vedeva e capiva che ero li per caso. Quei sorrisi che lei caricava
di tenerezza quando riusciva ad avvertire la mia presenza anche attraverso
un solo gesto distratto. I sorrisi che recuperavano le mie assenze, proprio
mentre desideravo un'altra donna.
Cambiai i pesci del mio acquario, niente piu' colori, piccoli e vivaci arcobaleni viventi, ma solo creature grandi, lente e dai silenziosi riflessi metallici; il brulicare della vita si mascherò di meditazione: l'ipocrisia di chi crede crisi solo un desiderio di cambiare l'arredamento perché vecchio.
Intanto lei continuava a disfarsi
con noncuranza sotto i miei occhi. Si allargava costringendomi ad allargare
i miei sguardi per contenerla; si arrotondava tradendo quegli spigoli che
l'avevano sempre caratterizzata; appesantiva ogni sua cellula deformandone
le membrane e costringendo geni e molecole a raddoppiare basi ed enzimi.
Un invecchiamento precoce
l'arrotolava come un tappeto polveroso in balìa della forza
di gravità.
Era lei che tradendosi mi imponeva una minacciosa redenzione.
Cominciai a temere l'anarchia emotiva che avrebbe voluto purificarsi nella violenza, nell'incontrollata voglia di sacrilegio; la ferocia con la quale avrei voluto che lei condividesse fino in fondo la mia pazzia. Ma la sua ostilità nei confronti di ogni promessa che prescindesse dal non essere piu' in due ma in tre echeggiava sottilmente in ogni suo dire.
Era lei che gemmava, io rimanevo
solo un osservatore. E quei cambiamenti speculari, che avevo sempre creduto
nostra imprescindibile prerogativa, sfumavano nel mio silenzio, che ricercava,
invano, il suo antico profilo di antica egizia.
Io invece dimagrivo, mi consumavo,
trasferivo materia a lei che di notte si abbeverava alla mia inaspettata
narcolessia, che mi lasciava stremato piu' delle insonnie e delle ansie.
Lei diventava lentamente
la paura, l'incubo, il gelo che mi aveva sempre attanagliato all'idea di
naufragare nella sconcia disarmonia di una caricatura.
Ora piu' che mai volevo tradirla.
Mi era necesssario spezzare quel senso di possesso che sempre piu' spesso
mi avvinceva attraverso lei, attraverso i suoi sguardi intensi.
La tradivo perché già cercavo un'altra lei. La cercavo sia in me che fuori, nella crudele realtà con la quale continuavo a scontrarmi duramente. Sapevo che da qualche parte un'altra lei esisteva ed ero deciso a cercarla, desideroso di trovarla, sicuro di sperperare ogni indifferenza di un possibile futuro riacquistando la dignità di una anima morta.
La trovai facilmente.
La riconobbi quando la vidi confessarsi fra le membra di lei che andavano sfaldandosi come croste di calcare agli acidi della terra.
L'altra guardava lei con grandi
occhi acquamarina, le parlava sottovoce ed io sapevo che era una sua amica.
Lei l'ascoltava rapita, e
di tanto in tanto mi carezzava da lontano con lo sguardo e l'altra subito
l'imitava; restavano a guardarmi tenendosi per mano. Poi lei sorrideva
e l'altra abbassava lo sguardo sfiorandole i capelli lisci e neri, ma era
l'altra a tendermi la mano e a invitarmi ad unirmi a loro. Ci stringevamo
le mani a lungo, io con disperazione, lei cercando in me ancora quell'àncora
che intuiva alla deriva, l'altra, come un enzima di metamorfosi, chiudeva
la debole catena spiandone l'illusoria libertà.
Erano incontri a tre dai
quali potevo ma non volevo escludermi. Le due donne usavano la mia presenza
per completarsi, risuonando come bronzi vuoti indebolivano la mia enarmonia,
e il contrappunto della perfezione triadica svaniva nei lunghi sguardi
che io dedicavo sempre piu' spesso all'altra.
Intanto la presenza dell'altra già riusciva a placare le mie ansie, i miei rancori verso lei e l'orrore di quello che avevo sempre considerato il furto dei miei geni.
La bellezza dell'altra era
austera e avvolgente, inconsapevolmente crudele. L'incarnato fragile e
compatto di un alabastro dorato mi invogliava a toccarla, e le brevi
carezze che le rivolgevo distratamente, come rafforzamento a certe mie
parole, erano ricambiate da altrettanti tentennamenti delle sue mani sulle
mie. Era un gioco adolescente che mi arrotondava l'anima sostenendo i desideri
nei pensieri notturni, quando sempre piu' spesso rincorrevo le mie sensazioni
per i suoi occhi: il colore del cielo d'inverno con un raggio di sole che
lo colora di azzurro. Avrei desiderato che mi usasse, che lasciasse morire
dentro sé il suo passato e mi venisse incontro col sorriso ipocrita
di una vergine. E la sua chioma castana e fluida, e la sua statura superiore
alla mia, e il portamento elegante ed armonioso, erano gli attributi che
io immaginavo fossero proprio di una delle sacerdotesse di Vesta, che ormai
trascorsi i trent'anni, si accingeva a spegnere il Sacro fuoco sfidando
le
ire della dea.
Lei e l'altra, due bellezze discoste
e particolareggiate che diventavano rare e devote quando scorgevano in
me il loro solo testimone, colui che, desideroso di scegliere, già
sorvolava lei ma era incapace di lusingare l'altra.
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