di Antonio
Sirica
antonio.sirica@tin.it
Doveva dirglielo. Questo era tutto
ciò che sapeva. Questa era l'unica certezza che lo accompagnava
mentre varcava la soglia della cucina con l'allegria di un condannato a
morte che entri nella sala della sedia elettrica.
<Paolo, sbrigati che si fredda!>
lo esortò sua madre guardandolo con la coda dell'occhio.
Paolo si sedette al suo posto.
Sua madre invece rimase in piedi, armeggiando agli odiati fornelli: addosso
aveva ancora i vestiti del lavoro.
Due piatti già freddi attendevano
impazienti. La TV accesa, bisbigliava in sottofondo qualcosa al riguardo
delle straordinarie qualità di un detersivo.
Paolo pensò che doveva farlo
ora. Gli sarebbe stato più facile parlarne prima a quattr'occhi
con sua madre. Aprì la bocca ma, senza volere, vi infilò
subito un rigatone. Forse sarebbe stato meglio riorganizzare prima le idee,
si giustificò. Il suo sguardo fu richiamato dallo schermo televisivo,
occupato da una donna, non più giovanissima, che mormorava qualcosa
tra un sorriso e l'altro.
<Ma Sara dove sta?> si chiese
sua madre guardando la sedia vuota. <Saraaaaa!>
Paolo si rese conto che tre disgustosi
rigatoni non erano riusciti a mettere ordine nei suoi pensieri, così
come non ci sarebbe riuscito l'intero piatto. Forse se avesse cominciato
a parlare poi le parole sarebbero venute da sé, un po' alla volta.
Aprì di nuovo la bocca, ma a parlare non fu lui.
<Paolo, vai a chiamare tua sorella.
Sicuramente starà ascoltando lo stereo e... Ah, finalmente!>
Sara comparve sulla soglia e, quasi
come se fosse l'ingresso della prima donna ad un show del sabato sera,
la TV intonò per lei una canzone. Era la sigla di "Wonderful".
<Tu, se non comincia la soap,
a mangiare non ci vieni!> la rimproverò sua madre.
Sara si limitò a sedersi,
e dopo essersi scostata le ciocche celesti dalla fronte, afferrò
il telecomando dal centro della tavola e alzò il volume.
<Micheale, lo sai che ti amo.
Io ti ho sempre amato e ti amerò per sempre...>
Paolo riconobbe la voce di Jennifer,
la biondissima protagonista di Wonderful. Stava ripetendo la battuta a
sorpresa con la quale si era chiusa la puntata precedente. Se non ricordava
male Jennifer era la sorellastra di Micheale o qualcosa del genere.
La vista del piatto ormai quasi
vuoto gli metteva una tale tristezza che dovette distogliere lo sguardo.
Si trovò di fronte il volto spigoloso di Micheale che occupava l'intero
schermo. Stava lì, in silenzio, con gli occhi sbarrati che sembravano
fissarlo. Immaginò che forse in quel momento, tutto preso dai suoi
pensieri, lui assomigliava un po' a Micheale. Accennò un sorriso
a quel pensiero, ma sapeva che non c'era niente da ridere quel giorno.
Tutto era terribilmente triste. Quello che aveva da dire era terribilmente
triste. E tuttavia doveva farlo: doveva dirlo, doveva rivelare tutto a
qualcuno.
Si voltò e cercò
lo sguardo di sua madre, perso tra i puntini colorati dello schermo televisivo.
<Mamma...> biascicò ma
le sue parole furono coperte da quelle di Micheale, che nel frattempo si
era girato verso Jennifer proferendo: <No, tu sai benissimo che tutto
questo non è possibile...>
Paolo ritornò al suo piatto
maledicendo Micheale e il suo vocione da macho hollywoodiano. Come avrebbe
voluto che fosse stato tutto così facile come in quella telenovela.
Ingurgitò senza voglia l'ultimo boccone e decise che avrebbe atteso
la pubblicità.
Preso dai suoi pensieri non si
rese neppure conto del ritornello che annunciava la pausa pubblicitaria.
Alzò lo sguardo di scatto e di fronte a lui, come un monito, una
scritta: "Solo 60 secondi di pubblicità". Doveva parlare. Ora, o
mai più.
Guardò sua madre, ma lei
a sua volta cercava lo sguardo di Sara che vagava da qualche parte in mezzo
ai vapori che aleggiavano nella piccola cucina. <Sara, perchè
non mangi qualcosa?>
<Non ho fame> rispose Sara senza
distogliere lo sguardo.
<Sara, sto parlando con te.
Guardami almeno, quando ti parlo!>
Sara diede un'occhiata di sfuggita
e ripeté monotona: <non ho fame, mamma. Davvero.>
Sua madre si alzò facendo
strusciare la sedia e con un gesto brusco prese il piatto intatto di Sara
e lo sbatté dentro quello vuoto di Paolo. Quindi fece per dire qualcosa,
ma fu come se si fosse creato un ingorgo di parole nella sua gola. Con
un gesto di stizza, si voltò verso l'angolo cucina e riprese ad
armeggiare.
Paolo maledisse quella stupida
di sua sorella: aveva fatto arrabbiare la mamma. Gli venne in mente un
proverbio che si adattava alla situazione: "se qualcosa può andar
male, ci andrà".
Intanto alla TV un tipo con grossi
baffi neri ansimava e sudava esaltando una batteria di pentole che nessuno
avrebbe mai comprato.
Paolo cerò di concentrarsi
sul da fare, ma il volume della TV era eccessivo. Gli sembrava che il tipo
baffuto gli stesse urlando direttamente nel cervello.
<Sara, abbassa un po'...> le
disse soprappensiero.
Sua sorella diede una smorzatina
appena percettibile al volume.
Gli restava appena mezzo minuto.
Pensò che forse avrebbe dovuto andare vicino a sua madre: magari
per instaurare una maggiore intimità e anche per stare al riparo
dalle orecchie indiscrete di sua sorella.
Fece per alzarsi ma alla fine riuscì
solo a spostare indietro la sedia di qualche centimetro.
<Paolo, guarda quant'è
forte la nuova pubblicità della Coca-cola>
Lanciò un'occhiata distratta
alla TV, ma ora erano altri i suoi problemi. Forse sarebbe stato meglio
aspettare la fine della soap. In fondo lo spot stava quasi per finire.
Sara insistette: "Guarda questa
scena! Non è un sballo?..."
<Cazzo, Sara, ti avevo detto
di abbassare il vol...> la frase si concluse con un sonoro schiaffo.
<Paolo, lo sai che non voglio
che dici queste parole> lo redarguì sua madre facendogli piombare
addosso uno sguardo severo.
<Mamma, io...> cominciò
a dire, ma poi si sentì strozzare. Rimase in silenzio, e abbassò
lo sguardo.
Sua madre servì il secondo
e si mise a sedere. <Paolo, non stavi dicendo qualcosa?>
Paolo la guardò ma in quel
momento il solito ritornello annunciò che la pubblicità era
finita. Tempo scaduto.
<Mamma, mamma, ricomincia, dai!>
la zittì Sara.
Sullo schermo erano comparsi una
signora altezzosa e un giovane di bell'aspetto con un ciuffo ribelle.
Paolo ritornò al piatto
che aveva davanti: una bruciacchiatissima fetta di carne nascosta tra quattro
foglie d'insalata che sembravano fatte di plastica.
<Senti, Rick, io non posso più
tenere dentro di me questo segreto> disse la vecchia signora.
<Quale segreto?> proruppe il
giovane preoccupatissimo.
<Il padre di Junior...> l'anziana
signora fece un pausa che sembrava non dover finire mai, <...non sei
tu!>
Paolo alzò di nuovo lo sguardo.
L'inquadratura si spostò sul volto del giovane che ora si era trasformato
in una maschera di disperazione.
In fondo era così facile.
Come aveva detto la signora: "Senti, Rick, io non posso più tenere
dentro di me questo segreto". Una bella frase. "Senti mamma, io non posso
più tenere dentro di me questo segreto" ripeté mentalmente.
Suonava bene. Avrebbe detto così. Sì, doveva dire così.
Guardò sua madre, ma anche
lei era persa tra le immagini dello schermo televisivo. "Senti mamma" cominciò.
Sua madre accennò con il
capo senza staccare gli occhi dalla TV.
Forse era meglio. Almeno non si
sarebbero trovati faccia a faccia nel momento in cui l'avrebbe saputo.
"Io..." balbettò. "Vedi,
io ti volevo dire che..." esitò cercando le parole, ma la sua ricerca
fu interrotta dallo sferragliare della serratura. Sulla soglia della cucina
comparve suo padre.
"Eccoti qua!" disse sua madre alzandosi.
"Ma come mai hai fatto così tardi?"
Suo padre si sfilò il soprabito.
"C'era un traffico incredibile!" Corse al suo posto e cominciò a
mangiare "Sono stato tre quarti d'ora fermo... Cose dell'altro mondo" Ingoiò
un boccone freddo. "Devo cominciare a prendere l'autobus."
In quel momento risuonarono le
prime note della sigla finale di Wonderful.
Con un sincronismo perfetto suo
padre afferrò il telecomando al centro della tavola e cambiò
canale.
"Il bilancio delle vittime di questo
nuovo scontro è terribile. 17 morti e 43 feriti, di cui buona parte
in gravi condizioni. La capitale è ormai nelle mani dei rivoluzionari..."
Sullo schermo si alternarono scene
di uomini che scaricavano in aria i caricatori dei loro potenti fucili
a immagini sanguinolente che sembravano opera di un mago degli effetti
speciali.
Sara aveva cominciato a mangiare
un po' di carne. Sua madre stava già sparecchiando. Paolo finì
la carne tralasciando l'insalata, poi fece un profondo respiro.
Se possibile, la situazione era
anche peggiorata. Ora c'era tutta la famiglia al completo. Si sentiva come
un relatore alla sua prima conferenza.
Aspettò che sua madre venisse
a sedersi. Fece mente locale, abbozzò un discorso. Poi si alzò
in piedi e si schiarì la voce. Subito dopo suo padre portò
un dito contro il naso ed emise un sibilo tanto acuto che sembrava un coltello
puntato alla gola dei presenti.
Svanirono tutti i suoi propositi,
tutte le sue certezze. Le sue parole si dispersero come soldati dopo la
sconfitta.
Paolo credeva quasi che si sarebbe
zittito anche il giornalista alla TV. Ma non fu così: "Ritorniamo
alla politica interna. Sono cominciati oggi i lavori per la nuova legge
finanziaria..."
Per un attimo rimase fermo. Cercò
ad uno ad uno lo sguardo di ciascuno dei suoi familiari ma non ne incrociò
nessuno. Poi guardò la TV, e si arrese.
Andò in camera sua, chiuse
la porta e si buttò sul letto. Provò a dormire ma non gli
riusciva di prendere sonno. Accese lo stereo e ascoltò un po' di
musica. Si perse per qualche secondo nei poster che tappezzavano le pareti.
Poi si alzò, sfogliò svogliatamente i libri di scuola. Ma
alla fine abbandonò tutto e uscì fuori dalla stanzetta. Attraversò
il corridoio e passò davanti alla cucina. La TV intratteneva i suoi
familiari con i retroscena dell'ultimo Festival. Non si fermò, e
proseguì fino all'uscita. Sul pianerottolo imboccò le scale
che portavano al tetto.
Il sole incombeva immobile proprio
sopra il palazzo. Lassù tutto era un silenzioso biancore. Paolo
fece qualche passo tra i fili metallici da cui penzolavano come tanti impiccati
i panni del bucato. Si avvicinò al muretto e guardò nella
strada deserta, sette piani sotto di lui. Aiutandosi con l'asta di un'antenna
televisiva salì in piedi sul muretto. Prima guardò il sole
in alto, poi abbassò lo sguardo. Si sentì le gambe che gli
tremavano, sempre più forte, fin quando non lo ressero più,
come se fossero di burro. Barcollò paurosamente all'indietro, poi
in avanti. Si afferrò di nuovo all'antenna, ma quella si piegò
sotto il suo peso fino a spezzarsi. Cadde. Nel vuoto.
E mentre cadeva pensò.
Pensò che stava morendo.
Pensò che in fondo quello
era un bel modo di morire.
Pensò che volare era bello.
Pensò che forse morire lo
è un po' meno.
Pensò alla sua famiglia
tutta riunita attorno alla TV.
Pensò a sua sorella, che
gli stava dicendo qualcosa quando lui l'aveva zittita.
Pensò a sua madre, che aveva
voluto dire qualcosa ma poi non l'aveva fatto.
Pensò a suo padre che forse
aveva qualcosa da dirgli, ma non l'avrebbe mai più fatto.
Pensò che anche lui aveva
qualcosa da dire, ma che in fondo ora non aveva più importanza,
perchè non avrebbe parlato mai più con nessuno.
E infine, si chiese se il TG della
sera avrebbe parlato di lui.
Poi i suoi pensieri si infransero
insieme con il suo corpo contro l'asfalto caldo. E morì.
Intanto nella cucina i suoi familiari
erano riuniti ancora attorno alla TV. Improvvisamente l'immagine saltellò
e poi scomparve del tutto, sostituita da una tempesta di puntini neri e
grigi che danzavano sullo schermo gracchiando.
Rimasero tutti di stucco.
"Un'interferenza..." mormorò
Sara stupita.
Suo padre ritornò al piatto
mugugnando qualcosa e riprese a mangiare.
Sua madre si alzò e fece
per prendere la caffettiera. Poi notò la sedia del figlio, vuota.
Si guardò intorno e riempiendo la caffettiera si chiese: <Ma
dov'è andato Paolo?>
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