di Antonio
Sirica
antonio.sirica@tin.it
Sono stravolto. Tutto a un tratto
ho capito che nella vita non c'è niente di sicuro.
Nemmeno i nostri punti fermi.
Nemmeno il nostro passato.
Nemmeno noi stessi.
Ad aprirmi gli occhi è stato
un testo che per caso ho ritrovato in mezzo a tanti altri, nella disordinata
memoria del mio vecchio personal computer. Non era altro che un breve resoconto
che, stando alla data di registrazione, risaliva a molti anni fa. Gli ho
dato un'occhiata poi, colpito dal contenuto, l'ho riletto molto attentamente,
incredulo. E subito dopo l'ho cancellato, in preda allo smarrimento. Sono
passati alcuni giorni, durante i quali ho portato dentro di me l'orrore
che ne avevo estratto. Dopo diverse notti in bianco, vittima dei miei incubi,
e alcuni giorni vissuti disordinatamente, tra realtà immaginaria
e flash di un passato dimenticato che riaffiorava amaremente, ho deciso
di rielaborare quel testo, anche se non so ancora per quale scopo. Forse
lo distruggerò, magari insieme a questa infernale macchina con la
quale sto scrivendo ora, o forse ne spedirò una copia alla polizia.
Una copia postuma.
Intitolerò questo rifacimento
con lo stesso nome dell'originale. Quello si chiamava:
I L R I S C H I O
Era incentrato sui terribili eventi
che costellarono il sedicesimo dei miei anni di vita. Anche allora a dettarmi
quel testo fu uno stato d'animo profondamente turbato ma che tuttavia non
voleva dimenticare. Ancora adesso non so stabilire se stenderne un resoconto
fu la cosa giusta o se sarebbe stato meglio non lasciare alcuna traccia
di quella vicenda. Ma è un problema che mi porrò soltanto
dopo aver ultimato anche questo secondo testo.
Tutto cominciò quando io
e un gruppo di miei amici cominciammo ad organizzare con sempre maggiore
frequenza degli ingegnosi scherzi. In principio non era niente di complesso
o pericoloso: ci divertivamo tempestando di telefonate i nostri professori
e redigendo fantasiose lettere d'amore anonime da indirizzare a delle nostre
compagne di classe. Ma, al contrario di quanto credevamo, da questi scherzi
non traevamo solo divertimento. Allora frequentavamo il secondo anno del
ginnasio e dovevamo avere tutti intorno ai quindici anni: a quell'età
anche nel mettere una lettera d'amore sotto il banco della destinataria
si annidava dentro di noi una sottile paura, che provocava un'eccitazione
che ancora non potevamo avvertire ma di cui saremmo ben presto diventati
schiavi. E infatti, soprattutto nell'estate tra la seconda ginnasiale e
il primo anno del liceo, facemmo "scherzi" - se così posso ancora
definirli - sempre più pericolosi, col desiderio perverso di sentire
scorrere sulla pelle il piacevole brivido del rischio, sempre più
forte. Fu proprio durante quell'estate che formammo il gruppo-R, dove R
stava naturalmente per Rischio. Non citerò i nomi dei componenti
solo per questioni morali, giacchè dal punto di vista pratico non
potrebbe nuocer loro in alcun modo, ma mi limiterò a chiamarli con
i soprannomi che eravamo soliti utilizzare quando "entravamo in azione".
Eravamo quattro in tutto: io, Tremor, l'ideatore dei piani; Dominator,
il nostro dux; Niger, che curava la parte tecnica procurandosi tutto quello
di cui avevamo bisogno, e Mentor, il freddo calcolatore. A spingerci a
fondare questo esclusivo club fu la stessa filosofia di vita che avevamo
sviluppato in quel periodo. Avevamo l'impressione che la nostra giovinezza
stesse scivolando via mal sfruttata, e che quando saremmo arrivati al "dubbioso
passo" non avremmo avuto da ricordare altro che un inutile passato. Insomma,
avevamo paura di morire col rimpianto di non aver mai vissuto. In fondo
lo scopo del gruppo-R era proprio di movimentare la nostra esistenza, e
l'obbiettivo sarebbe stato raggiunto in pieno.
Solevamo far coincidere il giorno
dell'unificazione ufficiale del gruppo con quello in cui mettemo in atto
il piano n 1 ovvero la "Minaccia al Preside". Già in quelle
famose vacanze sognavamo di attuarlo e mai come allora attendemmo trepidanti
la ripresa delle lezioni: credevamo che quello scherzo avrebbe funto da
simbolo del nostro gruppo, da limite oltre il quale non avremmo potuto
osare nulla di più audace. Ebbene, ci sbagliavamo. La prova è
che in seguito quello sarebbe diventato soltanto il piano n 1. Questo
prevedeva di mettere sulla scrivania del preside del nostro istituto, un
essere orribilmente colto e superbo oltre i confini del credibile, una
lettera nella quale lo minacciavamo di avere le prove del suo flirt con
l'insegnante di educazione fisica. In effetti giravano voci del genere
durante la ricreazione ma il nostro era solo un bluff perchè non
ne sapevamo più degli altri. Già durante l'estate io e Mentor
avevamo preparato la lettera minatoria, attaccando su un foglio di carta
lettere ritagliate da giornali che acquistammo apposta e che bruciammo
dopo l'uso. Ma la parte più difficile era mettere la lettera sulla
scrivania. Si offrì Dominator per quel rischioso compito: con la
scusa di posare un vocabolario, il cui scaffale occupava proprio la parete
vicina alla porta della presidenza, vi si introdusse di soppiatto e posò
la lettera sulla poltrona del preside. Non ci fu alcuna manifesta risposta
da parte del destinatario, e noi ripetemmo più volte lo scherzo,
adducendo sempre nuove minacce e false prove e attuando una rotazione per
quanto riguardava il ruolo di "postino".
Tutto questo ci sarebbe sembrato
un'inezia se avessimo saputo ciò a cui andavamo incontro. Infatti,
dopo una vana serie di ricerche e pedinamenti mirati allo scopo di sorprendere
il preside e l'insegante di educazione fisica in flagrante, passammo a
qualcosa di ben più impegantivo, che richiedeva la nostra piena
partecipazione fisica. Si trattava del piano n 14 ovvero "Scherzo
a Giovanni" con il quale la nostra seconda vita di membri del gruppo-R
arrivò a una svolta decisiva. E dietro l'angolo c'era l'abisso.
L'idea del piano nacque dall'intento
di smuovere quell'indolente di Giovanni, l'apatico bidello che si occupava
del nostro corridoio. Io stesso ebbi l'idea base del finto omicidio, che
fu poi ritoccata dall'apporto di tutti e infine da me ordinatamente pianificata
e memorizzata nello stesso computer di cui mi sto servendo ora. Quella
di stendere i piani con il text processor acquistato da mio padre era ormai
divenuta la procedura standard per la maggior parte dei piani realizzati
e per quelli che sarebbero venuti. Alla preparazione del piano partecipammo
tutti attivamente: io procurai un coltello finto con lama rientrante e
spruzzo d'inchiostro rosso; Mentor seguì per due settimane i movimenti
dei bidelli dopo l'orario di chiusura realizzando un'accurata tabella;
Niger trafugò delle tute nel garage di suo zio e Dominator completò
fornendo la pistola di suo padre e alcune cartucce a salve.
Quando tutto fu pronto mettemo
in atto il piano: un giorno, alla fine delle lezioni, fingemmo di uscire
dalla scuola con i nostri amici, ma, quando gli altri studenti furono ormai
lontani, tornammo indietro. Nascondemmo i nostri zaini in uno sgabuzinno
nel sottoscala, salimmo le prime due rampe e ci fermammo sul pianerottolo
per indossare le tute sopra i vestiti e per occultare i nostri volti con
delle maschere. Arrivati all'entrata del liceo attendemmo il momento opportuno
per sgattaiolare fino alla sala dei professori, dove aspettammo che nell'edificio
rimanesse solo Giovanni. Come aveva annotato Mentor infatti, era proprio
lui ad avere le chiavi della scuola e il compito di chiuderla, e di conseguenza
era l'ultimo ad uscire. Quando non rimase che il pigro inserviente oltre
a noi nel Liceo, Niger corse fuori dalla stanza, nell'ampio corridoio,
invocando aiuto. Lo seguirono a breve distanza Mentor e Dominator. Richiamato
dalle grida, Giovanni fece capolino da una classe in fondo al corridoio,
giusto in tempo per vedere Niger che, sparato da Mentor, si accasciava
al suolo, in una pozza di sangue. Non so cosa successe allora di preciso.
Forse fu l'urlo di Giovanni e la paura nei suoi occhi. Forse il finto sangue
sul pavimento. Forse il piacere del Rischio. I due "assassini" persero
il controllo e, in un folle fuori-programma, corsero verso Giovanni che,
cieco, non vide altra via di scampo se non i servizi. E là, dietro
quella fragile porta di legno, lo aspettava, paziente come sempre, la Signora
con la Falce e con la Clessidra. Giovanni riuscì a trovare la chiave
per aprire la porta in mezzo alle altre del pesante mazzo prima che i miei
amici lo raggiungessero. Mentre stava ancora girando la chiave nella serratura
spinse la porta, quasi a volerla scardinare. Quella cedette di colpo sotto
la pressione della sua mole obesa, scaraventandolo dentro come una molla:
Giovanni scivolò sul pavimento umido col capo proteso in avanti,
andando a sbattere la testa contro il davanzale della finestra di fronte,
poi ricadde sulla schiena, morto. Lo raggiunse Dominator che, montatogli
in groppa, lo colpì col pugnale sporcandolo di liquido rosso, che
si mischiò alla linfa vitale fuoriuscita dallo squarcio praticato
nel mezzo dell'ampia fronte del bidello. Credendo che Giovanni fosse svenuto,
portammo avanti lo scherzo: io, sopraggiunto insieme a Niger, scattai qualche
foto con l'istantanea (non potevamo rischiare di far sviluppare la pellicola)
acquistata qualche tempo prima allo scopo di realizzare un archivio fotografico
delle nostre imprese. Non posso descrivere le emozioni che mi scombussolarono,
mi eccitarono, mi martellarono. Mi fecero sentire vivo. Vivo, per la prima
volta in quindici anni. In seguito mi sarei accorto che i quindici minuti
dello scherzo erano stati i più lunghi, pieni e significativi di
tutto il resto della mia vita. Fu proprio in preda a questi sentimenti
che ce ne andammo, lasciando il bidello nel posto che più gli si
addiceva. Dominator suggerì di portare via le chiavi della scuola
-quelle stesse chiavi di cui Giovanni si era servito per aprirsi un varco
verso la Morte- perchè ci sarebbero potute tornare utili per gli
scherzi che avevamo già in mente. Tornati i bravi ragazzi di sempre,
lasciammo la scuola e tornammo alle nostre case, dalle nostre famiglie,
come se nulla fosse. Non oso immaginare con che coraggio potei baciare
mia madre, abbracciare mio padre, prendere in braccio mio fratello, io
che ero un assassino.
Il giorno seguente apprendemmo
la triste notizia: Giovanni era stato trovato nel gabinetto, morto in seguito
a un incidente. Quel giorno le lezioni furono sospese e potemmo riunirci
in gran segreto fra i ruderi del castello-base che dall'alto della collina
dominava il nostro paese. Lì, con orribile freddezza, vagliammo
attentamente tutte le possibili soluzioni e i rispettivi pro e contro.
Alla fine decidemmo di tenere nascosta la nostra colpevolezza e avevamo
le nostre buone ragione. Innanzitutto, noi eravamo all'apparenza quattro
ragazzi normalissimi: studiosi, di buona famiglia, tutta casa e chiesa.
Nessuno avrebbe mai nemmeno potuto immaginare di sospettarci. In secondo
luogo, anche se non avevamo previsto quel funesto incidente, avevamo comunque
agito con la massima cautela, non lasciando dietro di noi alcun indizio
della nostra colpevolezza. Dulcis in fundo, eravamo venuti a sapere che
la polizia non aveva abbracciato neanche per un momento l'ipotesi dell'omicidio,
ma aveva subito liquidato il caso come incidente e quell'inutile Giovanni,
che nulla aveva significato in vita e ancora di meno in morte.
Anche se non lo dicemmo esplicitamente,
era sottinteso che quella sarebbe stata l'ultima riunione del gruppo-R.
Allora non ne soffrii affatto, gravato da immani paure, ma in seguito avrei
desiderato riunire il gruppo. Per non dare nell'occhio, nei giorni successivi
frequentammo normalmente la scuola e, contrariamente a quanto temevamo,
riuscimmo a dissimulare a pieno la tensione. Nel giro di qualche settimana,
tutti dimenticarono Giovanni e la sua assurda morte e poco dopo anche noi
seguimmo l'esempio della massa. Allora, anche se aborrivo a dirlo, ebbi
la piacevole sensazione che provavo quando scampavo a un'interrogazione
per la quale non ero preparato.
Due mesi dopo l'overdose di paura
causata dall'incidente di Giovanni, mesi trascorsi nell'ormai insopportabile
monotonia quotidiana, si impadronì di me per l'ennesima volta, insopprimibile,
la voglia di "rischiare". Ciò nonostante passò un altro mese
prima che ne parlassi con i miei amici, e quando trovai il coraggio di
farlo scoprii, in un misto di stupore e felicità, che anche loro
avevano la mia stessa tentazione.
Da questo punto in poi il testo,
che dall'analisi dei tempi e della forma mi era sembrato il riassunto più
o meno sintetizzato di eventi passati, diventava una sorta di diario nel
quale annotai progressivamente ciò che successe in seguito. Sento
che sarebbe inutile parlarne perchè se scendessi troppo nei dettagli
non avrei il coraggio di conservare questa cronaca. Dirò solo che
il gruppo-R fu ricostituito e per molto tempo ancora traducemmo in realtà
i frutti della nostra fervida immaginazione: scherzammo con i nostri compagni
di classe e molti di loro cambiarono sezione, altri si trasferirono in
un'altra scuola e i restanti in un'altra città; scherzammo con la
scuola e quella fu distrutta da un incendio; scherzammo con i professori
e in quello stesso anno accidentalmente i professori Matematica e Italianolatino
morirono; scherzammo col Preside e quello pose fine alla sua esistenza
in seguito ad un infarto. Ma ciò che più di tutto mi tormenta
senza lasciarmi un attimo di tregua, sono le misteriose parole con le quali
terminava il testo opera di Altro-Me-Stesso. Tante volte i miei occhi hanno
scorso quelle righe che ora sono impresse a lettere di fuoco nella mia
mente, senza che possa cancellarle. Le ripropongo qui, testualmente: <<Dannazione!
I miei amici sono delle femminucce. Non riescono a stare al passo e ora
non sono altro che un ostacolo, una palla al piede. Sono stanco di sentire
i loro no e di vederli sobbalzare a ogni mia proposta un po' più
divertente. Non ho bisogno di loro per andare avanti perchè il gruppo-R
sono IO. Domani daremo fuoco alla scuola. Penso che domani sia il giorno
adatto per risolvere tutti i miei problemi. Sì, domani eliminerò
ogni ostacolo."
Non oso immaginare quale orrible
misfatto possano nascondere queste arcane parole. Sin da quando ho letto
per la prima volta "Il Rischio" cerco di convincermi che non era altro
che un fantastico racconto da me elaborato. Ma nemmeno posso ignorare le
parole di mia madre. Ricordo chiaramente che dopo l'incidente capitatomi
all'età di diciotto anni e in seguito al quale persi cinque anni
di ricordi, mentre tentavo di ricostruire la mia vita passata, mia madre
mi disse che una volta avevo avuto tre strani amici, morti nel tentativo
di dare fuoco al Liceo. Ho indagato negli archivi giornalistici per scoprire
che è tutto vero: l'incendio c'è stato e vi hanno trovato
la morte i tre miei amici. La data del quotidiano dal quale attinsi questa
notizia è posteriore a quella con la quale si chiudeva il mio diario.
Ma ciò che più mi inquieta è che allora avevo
sedici anni mentre ebbi l'incidente a diciotto anni. Cosa ho fatto in quei
due anni?
Mi viene da piangere. Paradossalmente
-come diceva sempre il povero professore Italianolatino- ora che ho trovato
l'ultimo tassello di quel puzzle contorto che è il mio passato,
ora che ho ricostruito tutta la mia vita, ora...
Ora non so più chi sono.
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