GLICINE

di Mario Abbati
marioabb@hotmail.com

Quando la signora Warren si rese conto che dalle finestre della sala da pranzo non filtrava più luce, decise che era ora di passare all’azione : la pianta di glicine doveva morire. Se solo avesse provveduto in tempo, quando le prime timide foglioline avevano deciso d’allargare il proprio spazio vitale a spese delle inferriate, se solo l’avesse fatto.... Una situazione drammaticamente compromessa, adesso le grate metalliche erano intrappolate nelle spire di robusti rampicanti, le foglie s’erano dilatate a dismisura e la luce non trovava più spiragli per illuminare la sala da pranzo della pensione. La signora Warren aveva dovuto subire le prime lamentele, giustamente i suoi ospiti non gradivano i neon a colazione, non bisognava essere metereopatici per apprezzare il caldo abbraccio della luce solare. Dopo un rapido sopralluogo aveva optato per un taglio, unico rimedio per rimuovere un oggetto che oramai era più giusto classificare fra gli alberi che fra innocenti piantine da giardino. L’operazione avrebbe richiesto l’intervento di un boscaiolo o un falegname, figure professionali ormai rarissime sul mercato, costi e tempi di realizzazione non sarebbero stati bassi. Così, quando quella fatidica sera accese la televisione sul canale dei documentari e scoprì che la benzina funzionava da veleno letale per qualsiasi tipologia di pianta, si ricordò automaticamente della tanica abbandonata in un angolo impolverato della cantina, gliela aveva lasciata in dote un suo vecchio cliente, un impiegato che lavorava là vicino, faceva avanti e indietro con una moto scalcinata e teneva sempre una scorta di miscela per le emergenze. Miscela : benzina più piccola percentuale d’olio, quindi in prima approssimazione benzina. Aveva dovuto smuovere qualche scatolone, un televisore sgangherato e una vecchia lavatrice, però alla fine l’aveva trovata, ghirba trasparente da dieci, il livello del fluido rossastro ancora oscillava laddove si ricordava, aveva avuto paura che col tempo fosse evaporato. Svitò il tappo, attese che l’aria intrappolata potesse svignarsela in uno sbuffo, annusò la familiare puzza e decide che sarebbe stata quella l’arma con cui avrebbe neutralizzato la crescita smodata del glicine. La mattina dopo, quando tutti erano fuori, trascinò la tanica nel giardinetto del retro, studiò per qualche istante il terreno, poi versò il contenuto del recipiente in un intorno del temibile fusto. Attese che la terra assorbisse la miscela, rimase ipnotizzata sul glicine per alcuni minuti, quasi sperando di osservare i primi effetti distruttivi. Ma non accadde nulla, evidentemente bisognava aspettare qualche ora, un giorno magari, il documentario non aveva specificato nulla sui tempi. Tornò a guardare il glicine durante il giorno, nel pomeriggio, e poi ancora alla sera, dopo che tutti s’erano ritirati nelle stanze. Nessun effetto percepibile con i cinque sensi. La mattina dopo però, quando scese nella cucina per preparare la colazione, trovò ad attenderla una spiacevole sorpresa : le ramificazioni del glicine erano sempre ben ancorate alle inferriate, in compenso un pesante olezzo di benzina incombeva sulla sala da pranzo. Qualcosa non aveva funzionato evidentemente, forse il veleno era sceso troppo in profondità, l’odore s’era propagato al livello delle fondamenta e sfruttando qualche ignota fonte di calore era risalito in superficie coinvolgendo l’interno della pensione. Dove aveva sbagliato ? Difficile che in quei documentari si divertissero a raccontare balle.... forse non doveva utilizzare la miscela al posto della benzina, quel due per cento d’olio poteva aver compromesso tutta l’operazione, chissà. La signora Warren si precipitò nello sgabuzzino, spalancò l’armadio dove conservava i prodotti per le pulizie e trafugò un paio di spray deodoranti, mughetto e pino silvestre. Mancava ancora una mezz’ora poi i più mattinieri fra i suoi ospiti sarebbero scesi in salone. Iniziò a spruzzare in maniera sistematica, in modo da impregnare ogni centimetro della stanza, sperava che i due nuovi entrati, giocando su una posizione di superiorità, avrebbero sconfitto la puzza che regnava incontrastata nell’atmosfera della sala da pranzo. Quando udì le urla del ragionier Stella e lo vide sbraitare per le scale in mutande e canottiera, un brivido le percorse la schiena : che le esalazioni avessero invaso anche il piano superiore ? No, magari fosse stato quello, magari.... la signora Warren rimase pietrificata quando il ragionier Stella rivelò le ragioni del suo profondo stato d’agitazione : il rubinetto del bagno stava vomitando carburante per motorini. Altre grida dall’alto, il dottor Puddu s’affacciò dalla balaustra del primo piano, indossava l’accappatoio bianco con il nome della pensione in rilievo. Anche la doccia era impazzita e aveva deciso di piovere benzina. Maledetta mattinata di fine novembre. E pensare che gli altri clienti ancora dovevano alzarsi. La strategia di avvelenamento del glicine si stava rivelando un boomerang : anche senza una dignitosa illuminazione della sala da pranzo la sua modesta pensioncina funzionava bene, ma adesso, senz’acqua pulita, quanto avrebbe potuto resistere ? Lavare, cucinare, pulire.... La signora Warren fece un paio di telefonate, riunì i suoi cinque ospiti in cucina, perché oramai il salone era inutilizzabile, e gli comunicò che stava arrivando un autocisterna d’acqua e che quindi non dovevano preoccuparsi. Un rimedio temporaneo, e soprattutto costoso ; con la scorta d’acqua che le avevano recapitato la pensione poteva tirare avanti due, tre giorni al massimo, ma poi il problema si sarebbe ripresentato. Il glicine da parte sua non pareva particolarmente turbato dalla situazione, la signora Warren lo fissò per un’ora intera, a volte il vento scuoteva i suoi rami e lui rispondeva stridendo, sembrava quasi che ridesse, o forse tutta quella storia stava cominciando a influire sul suo stato mentale. In effetti qualche foglia era caduta, ma in autunno inoltrato tutte le piante notoriamente perdono le foglie, non bisogna certo innaffiarle di carburante. Anche l’aria là intorno pareva impregnata, al che la signora Warren iniziò a preoccuparsi sul serio, se avesse anche lontanamente subodorato il rischio di una catastrofe ambientale per colpa di una misera gettata di miscela su una pianta di glicine, probabilmente avrebbe optato per un taglio. Trascorsero due giorni e la situazione non migliorò, anzi l’olezzo si rivelò imbattibile per dozzine di agenti chimici deodoranti e finì per coinvolgere tutte le stanze della pensione; i rubinetti della casa, da parte loro, non cessarono di sbrodolare il pestifero liquido rossastro. Si decise a chiamare una seconda volta quelli dell’autocisterna, non aveva alternative. La tizia del servizio clienti però le rispose che non sarebbero venuti, il ministero dell’ambiente aveva messo in quarantena la proprietà della signora Warren, il tasso d’inquinamento aveva oltrepassato il livello di guardia. Il dottor Puddu fu il primo a fare i bagagli, si scusò con la padrona di casa, le promise che una volta risolti i problemi sarebbe tornato, dopotutto il servizio era stato ineccepibile fino a quel giorno. Però se ne andò, e altrettanto fecero gli altri ospiti della pensione Warren. Così la poveretta se ne rimase sola, immaginò che da un giorno all’altro al telegiornale avrebbero annunciato l’imminente trasferimento sulla luna di tutti gli abitanti della terra, per colpa di un’anonima signora che aveva innaffiato una pianta di glicine con una tanica di miscela al due per cento. In pochi giorni il suo microscopico universo le era crollato addosso, tutto per colpa di quella maledetta pianta. Oramai la scrutava da dentro il salone, di fronteggiarla a tu per tu non se la sentiva, un misto di rispetto e terrore. I rami del glicine s’erano ulteriormente moltiplicati, i pochi raggi di sole che ancora s’ostinavano a penetrarli decisero finalmente di dedicarsi a compiti meno ingrati. Cullata dal buio, la signora Warren scoppiò in lacrime.
L’uomo del bancone sollevò il plastico e lo mostrò al cliente.
<< E’ un pezzo unico >> gli disse, << fatto apposta per i collezionisti. >>
Pensione neo-vittoriana, in legno e plastica.
<< Guardi bene le rifiniture >> continuò, << chi ha costruito questo modellino di pazienza doveva averne da vendere. >>
<< Anche le piante sembrano vere >> commentò il cliente strabuzzando gli occhi.
<< Dia un’occhiata ai rampicanti sulle finestre >> stavolta il negoziante s’aiuto col libretto delle istruzioni, << dovrebbe trattarsi di una pianta di glicine, da come è scritto qui sopra. >>
<< Sembra irreale.... sproporzionata direi >> disse il cliente, << che sia un difetto ? >>
<< Non credo, tutto è studiato nei minimi dettagli, forse l’autore della casa aveva un gusto particolare per il giardinaggio, magari era un maniaco del glicine, che so, e con questa pianta voleva conferire un tocco personale all’intera opera. >>
<< Una specie d’autografo! >>
<< Può darsi >> disse il negoziante, << insomma.... la compriamo o no ? >>
L’uomo al di là del bancone prese in mano la casa in miniatura e la scrutò con attenzione.
<< Incredibile, non l’avevo notato >> esclamò.
<< Cosa? >>
<< Dietro le finestre del piano terra, con le piante aggrappate alle inferriate non si vedeva bene, però.... c’è una donnina. >>
<< Magari rappresenta la padrona della pensione >> provò ad indovinare il commesso.
<< Forse, però ha un’aria triste, dimessa, chissà cosa significava per chi ha costruito la casa, comunque... va bene, la compro. >>
<< Perfetto >> sorrise il negoziante, << sono sicuro che rimarrà soddisfatto, un pezzo come questo non lo si trova molto facilmente. >>
Ripose l’oggetto nella scatola di cartone e lo porse al neo-acquirente.
<< Grazie di tutto allora >> il cliente pagò il dovuto e s’apprestò a congedarsi, << magari un giorno deciderò di tagliare quel glicine così la donnina si vedrà meglio. >>
<< Come vuole, adesso il padrone della pensione è lei. Arrivederci ! >>
L’osservò mentre sfilava davanti alla vetrina, il pacco sotto braccio.
<< Io però non glielo consiglio. >>
 
 


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Ultimo aggiornamento: febbraio 2001
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