Il gesto

di Roberto Tosato
robertot@sisted.it
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[ Capita che l’uomo, anche se mutilato di ciò che è suo, continui a  vivere e poi rinvigorisca ciò che gli è rimasto.  Come una pianta che potata, cresce nuovamente e prospera con un unico scopo: unirsi al cielo sopra di sé. ]

Bello  il  tempo al  suo  variare in  quei giorni in  cui l’estate  lascia  il posto alla nuova stagione.  Il sole ancora caldo sembra amico finché una nube, più veloce dell’ancora  lontano  fronte scuro e minaccioso,  lo copre.   Ed allora, solo allora, provi una prima sensazione di freddo,  repentina e veloce, come la corsa della nuvola che presto si scosta. Subito  risenti la pelle scaldarsi come se nulla fosse stato. Guardi la parte sgombra del cielo, luminoso e fulgido con i raggi che scintillano sull’acqua del mare come tante stelle, ma là in fondo il fronte avanza e segna la nuova stagione.

Così vedeva Luca il cambiare del tempo in quei giorni  sulla  costiera. Quel pomeriggio si era recato su, al  bastione  saraceno. Aveva  percorso prima la lunga strada  lastricata ed infine era  arrivato  al castello dove erano state antiche fortificazioni per le lunghe  notti di  veglia  delle sentinelle.  Il lato del  bastione che dava sul mare  era   imponente,  aveva  resistito al tempo ed alle tempeste,  e da  lì si  potevano  ammirare di  pomeriggio, quando il  vento soffiava  tiepido, i  marosi  che  impetuosi   si  frangevano  sulla  scogliera,  improbabile  punto  di  approdo di invasori e nemici.

Sulla cuspide di roccia all’estremità destra del bastione  stava la torre.
Li si poteva osservare lo spettacolo dei gabbiani   che giocavano  con il vento.   Il vento, batteva sull’alto muraglione,  e poi fuggiva , veloce e verso  l’alto, e così  gli  scaltri  uccelli   si  avvicinavano   alle  mura rasentando  le  onde  per  poi  salire  in  traiettoria verticale  e senza un battito d’ala.  Passavano  a  pochi  metri  dallo  sguardo  di   Luca  che  li  ammirava  nell’imponenza della  loro  apertura  alare  e mentre muovevano la testa a destra e a sinistra , con fare noncurante,  come  a godersi il paesaggio durante un riposo. Arrivati molti metri  più in  alto  il vento li  lasciava , ed ecco allora che loro muovevano un’ala  in maniera impercettibile  e con  un’  ampia  virata,  morbida  ed elegante tornavano  indietro,  giù in basso , a rasentare nuovamente le onde, per ripetere il carosello senza fine.

Guardò in alto Luca a seguire il volo di uno di essi, poi portò le mani vicino alle  labbra, con le palme aperte, come ad  amplificare  il  suono che  avrebbe emesso,  infine  lanciò verso il cielo  un  verso  simile al  grido ed al gracidio. Lo aveva imparato da un suo amico pescatore che talvolta    accompagnava nelle sue uscite in mare. Si alzavano la mattina con il buio, uno per vivere, l’altro  per  divertirsi, ed  uscivano  in mare  con  il gozzo.   Il pescatore,  aveva insegnato  a  Luca nelle brevi pause dopo mangiato, come fare ad imitare  quel verso.  In realtà non chiamava i gabbiani, ma chiamava un gabbiano che con il passare del tempo era diventato suo amico e compagno di pesca.
Quando  il gabbiano era presente  nella  moltitudine  che volava  sopra  la sua testa, allora gli rispondeva. Così Luca aveva imparato a sua volta a chiamarlo,  a  riconoscerne  le  fattezze  ed in qualche modo ad esserne amico e compagno. Poi il pescatore partì, tirò il gozzo a secco in un posto riparato ed emigrò dove gli sarebbe stato più facile vivere. Luca, fortunato,  era  rimasto, e  con  lui  era  rimasto anche  il gabbiano  che saltuariamente  rispondeva  al suo richiamo  al bastione.
Quel  giorno  probabilmente  il gabbiano era altrove e quello che Luca aveva  creduto  di riconoscere  non  era altro che  un semplice volatile.

 Luca ammirava la perfezione del volo di questi uccelli. La gestualità naturale che li portava a compiere evoluzioni, a vivere nel vento e a sorprenderlo con la loro eleganza nei giochi al bastione.
Tanti  anni prima, da  giovine, Luca  volle  provare  la  sensazione del silenzio che solo nel vuoto si può sentire. Si imbracò, salì e saltò. La delusione fu grandissima,  non riuscì  ad  abbracciare  l’aria  come   avrebbe voluto;  il suo essere  uomo lo aveva richiamato alla paura del vuoto e  cosi  si  rannicchiò  in  posizione  fetale  finché  non  rimase appeso ad un paracadute  che gli dava  la sensazione di galleggiare nel vuoto.   Nel silenzio, si certo, nel più profondo silenzio, però in una maniera che era un trucco e non certo la perfezione del volo.
Gli rimase il sogno. Capitava a lui di sognare di volare,  ed ecco che con le braccia aperte e senza  minimo  battito  volava  e  picchiava verso le onde e la spiaggia per poi cabrare e stallare e riprecipitare in un gioco senza fine. E sempre nello stesso sogno, a volte, si vedeva dall’esterno,  sgraziato, nudo, volare  con  le sembianze rigide  di un Cristo  tolto  dalla  croce.  Non era importante volare, ma come volare. Apparteneva definitivamente alla terra.
Si  accorse che anche l’acqua era pur simile all’aria e che anche il più elegante nuotatore,  sbuffava,  digrignava,  sbatteva  sull’acqua  delle membra per un risultato davvero misero.  Si appassionò cosi ogni giorno  di  più  alla  gestualità  e  cominciò  a  scrivere  l’alfabeto. Dapprima  minuscolo, poi maiuscolo, poi le parole ed infine a scrivere da sinistra a destra e da destra a sinistra. C’era  una  frase,    che   in particolare sapeva scrivere con un’eleganza che raggiungeva  per lui la perfezione della calligrafia.  Presto dovette però soccombere anche a ciò e capì  che erano solo dei diversivi, dei rivelatori per qualcosa  di più grande che doveva  invece appartenere  all’uomo in qualche parte della sua esistenza.         Probabilmente ciò era nella quotidianità, nei gesti  più semplici,  nel  raggiungere  la  perfetta  consapevolezza  del momento presente,  senza  il passato a turbare la mente, senza il futuro con false chimere a distoglierci dall’attimo. Quello che vedeva intorno a sè era invece un  tumulto  di  pressioni,   persone che rimbalzavano, spinte, tirate, strattonate  in  una  rappresentazione  di   disordine universale.

Si avviò verso casa, un  po' preso dai suoi pensieri ed un po' contento di essere stato al bastione.    Costeggiò il molo del piccolo porticciolo che  nel  pomeriggio  riparava  le  barche  dal  mare  agitato e vide giù presso una grossa bitta Andrea.  Andrea era un vecchio, suo amico, con il quale divideva un po' del suo tempo quando poteva e quando lo incontrava giù al molo a pescare. Andrea era cieco, lo accompagnava lì  la nipotina,  sebbene  fosse   in  grado  di arrivarci  anche da solo, e stava  seduto  sulla  sua  seggiolina  a  pescare  in  silenzio e con i suoi occhiali scuri ed il cappello di paglia.     Era vestito sempre in maniera molto  semplice,  con  una  camicia  vecchia,  ma pulita, ed i pantaloni ricuciti qua e là.       Sicuramente non era ricco, ma pieno di dignità e portamento . Pescava con una vecchia canna di bambù, di tipo oramai introvabile e di cui lui si vantava non avere spezzato il cimino da anni. La  montava  lentamente  e  con  gesti  misurati  riusciva  a  trovare  la scatola  posta  per  terra,  lì  vicino,  che  conteneva   la  lenza. La  prendeva,  la annodava  e  si preparava  a gettare l’esca.  Luca si avvicinò  ad  Andrea  e lo salutò, con la voce piuttosto fioca, come si usa con i pescatori.  Andrea si voltò e sorrise mostrando tutto il disegno delle rughe sul volto.
“come va?” disse Andrea
“bene, sono stato al bastione” rispose Luca.
“Al bastione, a sentire i gabbiani ” mormorò il vecchio quasi fra sé
“si, a vedere i gabbiani” rispose Luca
Andrea pescava seduto, con i gomiti appoggiati alle gambe e proteso leggermente   in   avanti  e  tenendo  la  canna  lievemente,  quasi   in equilibrio nella mano destra.  Non usava il galleggiante, era oramai diventato  attentissimo   ad ogni  minima vibrazione e ciò gli bastava.
Passavano  il tempo  senza parlare troppo, a volte basta la presenza per capirsi.  Ad un tratto, senza alcun preavviso Andrea mosse il polso in maniera  decisa   ma  non  strattonata  ed  accompagnò  il  movimento alzandosi in piedi. In quel momento Andrea aveva in mano la canna che era piegata in un’ampia curva e la teneva  con padronanza , salda e seguendo il pesce  con piccoli  movimenti a destra e a sinistra, tenendo la lenza sempre  in tensione, ma senza strappare. La lenza, invisibile, univa il vecchio che apparteneva alla terra e che nella curva del bambù si prolungava fino in acqua dove forte ed elegante  un muggine lottava per la sua libertà. Lo portò sotto, ed infine con maestria lo tirò fuori, e lo posò sul molo. Appena la tensione della lenza cessò il pesce si slamò,  guizzava  per  terra,  senza più alcuna  bellezza, alla  ricerca disperata dell’acqua.  Allora Luca vide Andrea davvero cieco, senza più sguardo, fisso davanti a sè.  Si chinò, bagnò le mani sul pelo dell’acqua , prese il muggine e lo buttò in acqua.
 Clock.
Un rumore secco, armonioso.
Ed  il pesce  con  un solo  movimento  rapido ed  elegante guizzò via.
Andrea , noncurante della sua cecità,  aveva compiuto tutto  come se fosse stato un rito del gesto e  Luca l’aveva  percepito  nell’attimo  del suo svolgersi.

Si sedette nuovamente Andrea, sorrise a Luca e cominciò a  smontare la canna da pesca, poi si volse verso di lui e gli disse: “domani mi porti al bastione, a  sentire i gabbiani …”


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Ultimo aggiornamento: febbraio 2001
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