El-Fayum 
di Nicola Vassallo
amguad@tin.it

 Me ne sto solo e in silenzio, abbracciato a me stesso con lo sguardo nei pensieri; talvolta sfioro inconsapevole i margini sfuggenti del paesaggio: il colore uniforme del vetro bruno del pullman mi restituisce la grazia malinconica dei vecchi dagherrotipi, i colori posso solo immaginarli; mia madre mi diceva spesso che l'inverno in queste zone non esiste e che l'autunno dura due stagioni, come l'estate.
 Ogni cosa nella velocità perde forma e genera sagome, buchi e anfratti slabbrati dal movimento. Solo le nubi sono ferme come altrettante macchie su un muro.
 Ricordo che mia madre guidava me e mia sorella all'interpretazione di immaginarie figure nelle nubi. In quelle macchie così speciali facevo mille associazioni fantastiche che stupivano anche me; restavo ore a guardare le nubi e a parlarne, non riuscivo a descrivere una forma che già se ne presentava un'altra, e mia madre giù a prendere appunti.
 Per farle piacere, per averla vicino più tempo, a volte mi studiavo prima dell'inizio delle sedute le cose che avrei potuto vedere, al momento giusto chiudevo gli occhi e ricordavo figure e forme.

 In questo viaggio fuori, tutto è in fuga e la luce si arrende agli spazi incolmabili del tempo; io mi arrendo alla stanchezza e stringo gli occhi brucianti.
 Oggi è l'ultima occasione, un pellegrinaggio anteriore alle azioni, (sono sempre dopo, mai durante o prima). Vado dove voleva morire mia madre, alle falde del Vesuvio.
"molti muoiono troppo tardi, e alcuni muoiono troppo presto.
Suona ancora strano l’insegnamento: muori al momento giusto"
 Solo da un punto di vista anagrafico mia madre è morta troppo presto, inoltre non penso che sia vissuta al momento giusto, come me del resto io.
 Quando seppe di avere un cancro si procurò decine di libri sulla morte. Subito questa si vendicò  facendola diventare cieca: le si era annidata nel cervello.
 Poi, dopo la vista, la morte si prese la parola, le gambe e il braccio destro; le lasciò per vendicarsi solo il braccio sinistro e una maggiore lucidità mentale: mia madre era ambidestra.
 Ha scritto moltissimo, sino alla fine, e Marina le è rimasta vicina raccogliendo tutto il materiale per ordinarlo velocemente, era loro intenzione scrivere l'ultimo libro insieme.
 Lavoravano giorno e notte unite in una pantomima grottesca e inutile, comunicavano toccandosi e aggrappandosi forsennatamente l'una all'altra, con la disperazione dell'intellettuale alle prese con un argomento troppo vasto e bello per poterlo esaurire in una sola vita.
 Ad ogni pagina Marina piangeva e rideva insieme, abbracciava mia madre già chiusa nel suo bozzolo, poi mi portava lo scritto. E io fingevo di leggere, chiedendomi il senso di quella ossessione.
 Il penultimo giorno scrisse che avrebbe voluto morire nella sua villa sul Vesuvio: morire lontano da tutti, al caldo di un vulcano per non morire nei pensieri.
 Non ci è  riuscita.
 Io sono riuscito a lasciare Marina che continua a trastullarsi con la collezione di scorpioni vivi a cui ha aggiunto una di ragni, aracnidi li chiama lei.
 Marina è stata la mia donna, è stata mia moglie, una donna non comune a suo modo affascinante; ora non riesco più a contenerla nella mia vita che si è tanto ristretta.   Neppure riesco a biasimarla, ma lei ci riesce perfettamente con me; è sempre stata la più forte, comunque e ovunque, più forte e razionale . Ed è stata la razionalità da lei contagiatami a farmi decidere. Sentimenti di paura che credevo  pensieri razionali mi hanno spinto al matrimonio. Presi la decisione in una giornata, il matrimonio di Romano.
 Il matrimonio di Romano non è un ricordo bello né brutto, è un ricordo che non mi appartiene più, ma che a volte ripensandoci fa male. La stessa sensazione che si prova dopo l'amputazione di un arto, si sente dolore dove non c'è più niente.
 Marina  è sempre stata una donna col culto della propria razionalità  e dell'intelligenza, colta  e persino bella, insomma l'ho sempre considerata la mia donna ideale.
 Persone complesse come noi è fatale che vadano incontro a esperienze del genere, lei così dice.
 D'altronde  sarebbe troppo facile addossare tutte le colpe a nostro figlio down, eppure entrambi ci siamo caduti proiettando su di lui la nostra incomunicabilità e chiudendoci nel silenzio interiore dei colpevoli.
 E lei, la madre, invece di urlare com'era giusto, la sua rabbia contro il cielo, si vestì di gelo razionale pontificando sul numero dei cromosomi e su leggi genetiche.
 Scoprii il suo furore per caso, leggendo un  libro della sua biblioteca, <Così parlò Zarathustra>; una sola frase era sottolineata con feroce accanimento, più volte e senza la solita precisione: "Il raggio di una stella risplenda nel vostro amore! La vostra speranza si chiami: Possa io partorire il superuomo".

 Un vecchio mi chiede se può sedersi accanto a me, vuole parlare un po', è stanco di viaggiare da solo; me lo dice francamente, guardandomi negli occhi.
 Il vecchio mi è simpatico, ma non ho voglia di parlare; eppoi non saprei cosa dire, sono vuoto di ogni argomento e nel contempo gravido di pensieri e di idee in confusione.
 Mi piacerebbe parlargli, ma pensare che qualcuno possa attendere le mie parole, i miei pensieri mediati da una serie di suoni decisamente insufficienti ad esprimerli, mi impedisce di dire una qualsiasi cosa, anche la più banale.
 Poi all'improvviso mi viene voglia di fischiare, emettere suoni svincolati da parole, mugugni e biascichii ("L'anteriore di ogni significante: il flauto di Krishna  che genera il mondo per magia"), il vecchio mi crederebbe pazzo e se ne andrebbe via.
 Sorrido asimmetrico a tale eventualità.
 Ma il vecchio è molto affabile e cerca di lenire quello che lui crede imbarazzo.
 Correggo l' asimmetria del sorriso, cerco di sorridere nel modo più cordiale possibile, sperando che sul volto non mi si disegni quel ghigno involontario che ho sempre chiamato sorriso.
 Il vecchio parla, mi dice che è un medico a riposo e tante altre cose che mi sfuggono tra le pieghe dei pensieri.
 Poi vuole sapere di me, forse è stanco di parlare; mi sento tradito, come scoperto. Non so cosa dire, allora mi invento qualcosa, il mio aspetto garantisce la verità.
 Gli racconto che vado a trovare mia madre che vive con mia moglie e i miei tre figli: il talento di bugiardo non sembra svanito. E parlo, straparlo facendomi coinvolgere dal mio stesso dire, mi invento una esistenza banale di cui sono contento, addirittura fiero.
 Ma il pullman fa una sosta e il vecchio scende per sgranchirsi un po', così fanno tutti gli altri.
 Rimango solo ripensando alle menzogne che ho raccontato, cerco  il perché di questo improvviso sentore di benessere, non me lo spiego anche se il grumo velenoso non è molto distante.
 Cammino un po' nello stretto corridoio urtando qua e là, esploro dai finestrini: ognuno di questi una foto con la dominante seppia dei vetri fumé.
 La realtà si illude di uniformarsi immergendosi nel morbido colore di un vetro fumé. Ed è una sensazione già percorsa, ogni cosa sembra svanire e la mia mente, come uno stampo, ricrea nuove forme senza riferimenti a traumi oggettivi, in contrasto con ogni legge del buon senso.
 Tutto diventa ghiaccio, ogni scheggia svapora nei contorni del nulla: l'apparenza mi convince dell'assurdo essere.
 Siamo fermi in una specie di area di servizio a trenta chilometri circa da Napoli.
 Venditori di ogni razza ovunque, con bancarelle improvvisate ma ben organizzate.
 I colori prima filtrati dalla dominante seppia, ora mi abbagliano, guizzano ovunque sfregiando la mia malinconia.
 Il vecchio intanto mi ha raggiunto e mi fa mille raccomandazioni  sui   possibili   borseggi   a cui turisti inesperti possono andare incontro in queste zone, indica probabili delinquenti locali e infine mi esorta a non comprare niente perché sono tutte fregature.
 Poi la mia attenzione viene attratta da una sagoma lontana, azzurrina e vagamente conica. Sembra una montagna isolata nella pianura, ma io so che non lo è: il Vesuvio.
 E rapidi e misteriosi mi ritornano su le parole di Mefistofele: "Io sono parte di quella parte del tutto che vuole fare il male e compie il bene".
 Ma queste sono parole, e le parole sono facili, tanto facili da nullificare ogni speranza di redenzione attraverso di esse.
 Mi ritrovo davanti una di quelle bancarelle multicolori, non so come ci sono arrivato, ma il mio primo attimo di lucidità è per una stampa incorniciata alla meglio in una scadente  cornice metallica. Una donna, un volto antico dai lineamenti affilati, il lungo collo e i colori mi ricordano certi affreschi pompeiani, poi, lentamente tutto sembra acquistare forme modiglianesche.
 Prendo il quadro per guardarlo meglio, e subito c'è qualcuno che mi tesse le presunte qualità dell'opera con il palese motivo di far salire il prezzo; ma l'imbonitore parla troppo in fretta e in un linguaggio troppo arabizzato perché possa capirlo.
 Voglio acquistarlo, anche contro il parere del vecchio che a malincuore accetta la mia decisione. Così mi spinge da parte per poter condurre meglio l'acquisto; mercanteggia magistralmente col quasi arabo, litiga per poche  migliaia di lire. Vorrei pagare l'intero prezzo pur di non vederli litigare e porgo al quasi arabo il denaro contato, ma questi preferisce litigare col vecchio, e infine accetta soddisfatto i soldi che ha pattuito e che sono meno di quanto gli offrivo. Poi mi consegna l'acquisto e si inchina compiaciuto; lo ringrazio come lui si aspetta.
 Ora il volto di donna non è più quello di prima, dopo un istante è ancora un altro e poi ancora uno. Queste rapide metamorfosi mi colpiscono rifugiandosi nell'angolo folle della mia mente: assomiglia ad ogni donna che ho conosciuto eppure non mi ricorda nessuno in particolare.
 Risalito sul pullman guardo ancora la stampa, il volto ha un'espressione severa e un po' triste, i grandi occhi neri vivono della forza di un intero popolo. Poco per volta mi accorgo che nonostante i tratti somatici nordici, il colorito e i capelli sono tipicamente mediterranei, come fosse la madre del quasi arabo.
 Il vecchio mi lascia fare, lo intravedo sorridere bonario, un po' enigmatico. Ci guardiamo in silenzio finché lui esplode  in una fragorosa risata che fa voltare i presenti, poi mi dà spiegazioni: quello che ho comprato è un ritratto del tipo "El-Faiyum",  risale agli antichi egizi che li inserivano tra le fasce delle mummie: ritraggono le persone mummificate; un po' le foto che noi oggi lasciamo sulle tombe dopo la sepoltura.
 Cerco di ridere anch'io, il legame con mia madre è fin troppo chiaro! come è chiaro il richiamo all'altra donna della mia vita, Marina.
 Marina e mia madre per me sono mummie.
 Strutture immobili, coagulate nel mio essere, stalattiti e stalagmiti, l'una verso l'altra nell'antro della mia esistenza; fasciate dal tempo, dai momenti vissuti insieme, da tutte le parole dette fra noi e da qualsiasi tentativo di comunicazione.
 Ed è ancora solitudine: ognuno avvolto nelle bende dell'incomunicabilità, dalla nascita alla morte; le bende dei pensieri, azioni e misfatti di una vita imbalsamata.
 Le coincidenze sono strane, quando poi assumono valore simbolico sembrano illuminare da angolazioni diverse i fatti quotidiani: le sincronicità addolciscono il gelo di ogni aspirazione fallita.

 La sagoma conica che a trenta chilometri era azzurrina, ora è di colore rosso scuro tendente al nero.
 Una montagna cava che si nutre di pensieri e di vite: solo in un vulcano i quattro elementi si fondono insieme.
 Ed è nella geologia del Vesuvio che sono riuscito a trovarmi una spiegazione alla decisione di mia madre: fino ad ora il vulcano ha avuto nella sua lunga vita tante morti quante rinascite.
 Il Vesuvio è un vulcano strato, cioè composto da strati di materiale piroclastico alternato a colate di lava. Nella vita di un vulcano la lava viene emessa durante lo stato giovanile, mentre i frammenti sono eiettati alla fine del ciclo vitale. Per il Vesuvio la morte non sembra mai arrivare, a causa del fatto che il magma nelle viscere della terra subisce contaminazioni dalle rocce circostanti che lo ringiovaniscono quando è prossimo alla morte: forse mia madre voleva vincere la morte associandosi simbolicamente al vulcano: l'eruzione del 79 d.C. è avvenuta il ventiquattro agosto, data che per il calendario romano indicava una ricorrenza solenne: in quel giorno gli dei  mani  ritornavano alla luce.
 E la vista del vulcano mi dà ancora una nuova energia, ridivento logorroico  e mi osservo lateralmente.
 Come quando raccontavo bugie straparlo con ferocia vendicandomi dei miei deliqui esistenziali. Poi resto in  silenzio,  gli occhi fissi e in silenzio; la presenza conica mi devia verso fiocchi di energie incongruenti.
 Ora la Montagna (non può non essere un luogo sacro) scivolando lenta sulla destra si allontana dalla mia visuale, e le stanche immagini evocate dal suo disegno contro il cielo verde sfocano lasciando un buio umido di interruzioni.
 E dal buio emerge pesante e minacciosa Ecate, triste titanessa che mai dimorò in questi posti. I suoi tre volti terrorizzano, mentre i febbrili segugi che la precedono sventrano la terra con gli artigli appesantiti dai muscoli volgari.

 Dalle pianure dell'inconscio ai verticali orizzonti dei palazzi napoletani.
 E tutto si liquefa nell'ansia di città.
 Le esigenze mitologiche vengono sostituite da chimere meccaniche insensate e inconcludenti nelle loro presenze ossessive.
 "Il viaggiatore è soltanto colui che parte per partire". Questo è l'unico pensiero che mi gira per la mente quando salutato il vecchio mi infilo in un taxi con il quadro della madre del quasi arabo.
 Giunto in periferia, una piccola cittadina dell'entroterra napoletano, mi faccio lasciare distante da casa, ho già chiesto rapide informazioni ed ora percorro piano le poche centinaia di metri che mi separano dalla meta.
 Mi guardo intorno, ma non ho voglia di vedere, indovino solo il Vesuvio che occhieggia dai tratti liberi delle costruzioni: il suo sviluppo conico cuce i muri ai muri, gli angoli agli angoli ed ogni cosa che si trova sulla prospettiva concava dei suoi versanti.
 Ora tutto mi sembra in bilico tra parvenza e rappresentazione: strade ampie e trafficate si intrecciano con viottoli di campagna, le ombre si innestano e scompaiono nella tinta dominante, quel rosso bruciato che avvolge torcendosi intorno a sprazzi di cielo azzurro, e nelle ferite neghittose del crepuscolo ogni cosa è il fantasma di se stesso.
 Ovunque ci sono donne, ciascuna con la stessa severità nello sguardo della donna del quadro, le confronto una ad una, mi scrutano sospettose, direttamente, mi guardano in fondo agli occhi con la voglia di scoprirvi chissà che. A volte sostengo gli sguardi, ma più spesso abbasso il capo con vergogna.
 Con le donne ho sempre provato un senso di pudore che mi eccitava più della donna stessa, vincevo tale disagio solo trasformandolo in una potente arma per possederne il più possibile: ora quel disagio va sempre più confondendosi con la ripugnanza per l'alcool dopo la sbornia.
 Poi giungo a casa di mia madre, mi ci avvicino lentamente, affinché ogni particolare penetri in me nel modo più indolore possibile.
 E di colpo svanisce la sovrapposizione con mia madre, è una casa come tante, smorta, dal colore slavato e ipocrita: una casa stonata, come ogni cosa qui.
 Il sortilegio angoscioso che mi creavo dentro è svanito, e mi domando se n'è valsa la pena venire sin qua per quattro vecchie mura. Avrei dovuto svincolarmi prima dell'assurdo complesso di colpa, avrei capito subito che la casa non è mia madre e mia madre non è la casa. Invece ora le sono così vicino da non poterla comprendere tutta nel campo visivo, posso solo analizzarla a pezzetti: l'intonaco è screpolato e bolloso, butterato di crateri lasciati da improbabili schegge; e dalle bolle crepate un vecchio colore lilla spia severo come uno spettro attraverso un biancore inconsistente. Nelle fessure una miriade di insetti nervosi dànno movimenti sinusoidali alle pareti.
 Se avessi un microscopio l'adopererei.


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Ultimo aggiornamento: maggio 2000
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