|
amguad@tin.it |
Me ne sto solo e in silenzio,
abbracciato a me stesso con lo sguardo nei pensieri; talvolta sfioro inconsapevole
i margini sfuggenti del paesaggio: il colore uniforme del vetro bruno del
pullman mi restituisce la grazia malinconica dei vecchi dagherrotipi, i
colori posso solo immaginarli; mia madre mi diceva spesso che l'inverno
in queste zone non esiste e che l'autunno dura due stagioni, come l'estate.
Ogni cosa nella velocità
perde forma e genera sagome, buchi e anfratti slabbrati dal movimento.
Solo le nubi sono ferme come altrettante macchie su un muro.
Ricordo che mia madre guidava
me e mia sorella all'interpretazione di immaginarie figure nelle nubi.
In quelle macchie così speciali facevo mille associazioni fantastiche
che stupivano anche me; restavo ore a guardare le nubi e a parlarne, non
riuscivo a descrivere una forma che già se ne presentava un'altra,
e mia madre giù a prendere appunti.
Per farle piacere, per averla
vicino più tempo, a volte mi studiavo prima dell'inizio delle sedute
le cose che avrei potuto vedere, al momento giusto chiudevo gli occhi e
ricordavo figure e forme.
In questo viaggio fuori, tutto
è in fuga e la luce si arrende agli spazi incolmabili del tempo;
io mi arrendo alla stanchezza e stringo gli occhi brucianti.
Oggi è l'ultima occasione,
un pellegrinaggio anteriore alle azioni, (sono sempre dopo, mai durante
o prima). Vado dove voleva morire mia madre, alle falde del Vesuvio.
"molti muoiono troppo tardi, e
alcuni muoiono troppo presto.
Suona ancora strano l’insegnamento:
muori al momento giusto"
Solo da un punto di vista
anagrafico mia madre è morta troppo presto, inoltre non penso che
sia vissuta al momento giusto, come me del resto io.
Quando seppe di avere un
cancro si procurò decine di libri sulla morte. Subito questa si
vendicò facendola diventare cieca: le si era annidata nel
cervello.
Poi, dopo la vista, la morte
si prese la parola, le gambe e il braccio destro; le lasciò per
vendicarsi solo il braccio sinistro e una maggiore lucidità mentale:
mia madre era ambidestra.
Ha scritto moltissimo, sino
alla fine, e Marina le è rimasta vicina raccogliendo tutto il materiale
per ordinarlo velocemente, era loro intenzione scrivere l'ultimo libro
insieme.
Lavoravano giorno e notte
unite in una pantomima grottesca e inutile, comunicavano toccandosi e aggrappandosi
forsennatamente l'una all'altra, con la disperazione dell'intellettuale
alle prese con un argomento troppo vasto e bello per poterlo esaurire in
una sola vita.
Ad ogni pagina Marina piangeva
e rideva insieme, abbracciava mia madre già chiusa nel suo bozzolo,
poi mi portava lo scritto. E io fingevo di leggere, chiedendomi il senso
di quella ossessione.
Il penultimo giorno scrisse
che avrebbe voluto morire nella sua villa sul Vesuvio: morire lontano da
tutti, al caldo di un vulcano per non morire nei pensieri.
Non ci è riuscita.
Io sono riuscito a lasciare
Marina che continua a trastullarsi con la collezione di scorpioni vivi
a cui ha aggiunto una di ragni, aracnidi li chiama lei.
Marina è stata la
mia donna, è stata mia moglie, una donna non comune a suo modo affascinante;
ora non riesco più a contenerla nella mia vita che si è tanto
ristretta. Neppure riesco a biasimarla, ma lei ci riesce perfettamente
con me; è sempre stata la più forte, comunque e ovunque,
più forte e razionale . Ed è stata la razionalità
da lei contagiatami a farmi decidere. Sentimenti di paura che credevo
pensieri razionali mi hanno spinto al matrimonio. Presi la decisione in
una giornata, il matrimonio di Romano.
Il matrimonio di Romano non
è un ricordo bello né brutto, è un ricordo che non
mi appartiene più, ma che a volte ripensandoci fa male. La stessa
sensazione che si prova dopo l'amputazione di un arto, si sente dolore
dove non c'è più niente.
Marina è sempre
stata una donna col culto della propria razionalità e dell'intelligenza,
colta e persino bella, insomma l'ho sempre considerata la mia donna
ideale.
Persone complesse come noi
è fatale che vadano incontro a esperienze del genere, lei così
dice.
D'altronde sarebbe
troppo facile addossare tutte le colpe a nostro figlio down, eppure entrambi
ci siamo caduti proiettando su di lui la nostra incomunicabilità
e chiudendoci nel silenzio interiore dei colpevoli.
E lei, la madre, invece di
urlare com'era giusto, la sua rabbia contro il cielo, si vestì di
gelo razionale pontificando sul numero dei cromosomi e su leggi genetiche.
Scoprii il suo furore per
caso, leggendo un libro della sua biblioteca, <Così parlò
Zarathustra>; una sola frase era sottolineata con feroce accanimento, più
volte e senza la solita precisione: "Il raggio di una stella risplenda
nel vostro amore! La vostra speranza si chiami: Possa io partorire il superuomo".
Un vecchio mi chiede se può
sedersi accanto a me, vuole parlare un po', è stanco di viaggiare
da solo; me lo dice francamente, guardandomi negli occhi.
Il vecchio mi è simpatico,
ma non ho voglia di parlare; eppoi non saprei cosa dire, sono vuoto di
ogni argomento e nel contempo gravido di pensieri e di idee in confusione.
Mi piacerebbe parlargli,
ma pensare che qualcuno possa attendere le mie parole, i miei pensieri
mediati da una serie di suoni decisamente insufficienti ad esprimerli,
mi impedisce di dire una qualsiasi cosa, anche la più banale.
Poi all'improvviso mi viene
voglia di fischiare, emettere suoni svincolati da parole, mugugni e biascichii
("L'anteriore di ogni significante: il flauto di Krishna che genera
il mondo per magia"), il vecchio mi crederebbe pazzo e se ne andrebbe via.
Sorrido asimmetrico a tale
eventualità.
Ma il vecchio è molto
affabile e cerca di lenire quello che lui crede imbarazzo.
Correggo l' asimmetria del
sorriso, cerco di sorridere nel modo più cordiale possibile, sperando
che sul volto non mi si disegni quel ghigno involontario che ho sempre
chiamato sorriso.
Il vecchio parla, mi dice
che è un medico a riposo e tante altre cose che mi sfuggono tra
le pieghe dei pensieri.
Poi vuole sapere di me, forse
è stanco di parlare; mi sento tradito, come scoperto. Non so cosa
dire, allora mi invento qualcosa, il mio aspetto garantisce la verità.
Gli racconto che vado a trovare
mia madre che vive con mia moglie e i miei tre figli: il talento di bugiardo
non sembra svanito. E parlo, straparlo facendomi coinvolgere dal mio stesso
dire, mi invento una esistenza banale di cui sono contento, addirittura
fiero.
Ma il pullman fa una sosta
e il vecchio scende per sgranchirsi un po', così fanno tutti gli
altri.
Rimango solo ripensando alle
menzogne che ho raccontato, cerco il perché di questo improvviso
sentore di benessere, non me lo spiego anche se il grumo velenoso non è
molto distante.
Cammino un po' nello stretto
corridoio urtando qua e là, esploro dai finestrini: ognuno di questi
una foto con la dominante seppia dei vetri fumé.
La realtà si illude
di uniformarsi immergendosi nel morbido colore di un vetro fumé.
Ed è una sensazione già percorsa, ogni cosa sembra svanire
e la mia mente, come uno stampo, ricrea nuove forme senza riferimenti a
traumi oggettivi, in contrasto con ogni legge del buon senso.
Tutto diventa ghiaccio, ogni
scheggia svapora nei contorni del nulla: l'apparenza mi convince dell'assurdo
essere.
Siamo fermi in una specie
di area di servizio a trenta chilometri circa da Napoli.
Venditori di ogni razza ovunque,
con bancarelle improvvisate ma ben organizzate.
I colori prima filtrati dalla
dominante seppia, ora mi abbagliano, guizzano ovunque sfregiando la mia
malinconia.
Il vecchio intanto mi ha
raggiunto e mi fa mille raccomandazioni sui possibili
borseggi a cui turisti inesperti possono andare incontro in
queste zone, indica probabili delinquenti locali e infine mi esorta a non
comprare niente perché sono tutte fregature.
Poi la mia attenzione viene
attratta da una sagoma lontana, azzurrina e vagamente conica. Sembra una
montagna isolata nella pianura, ma io so che non lo è: il Vesuvio.
E rapidi e misteriosi mi
ritornano su le parole di Mefistofele: "Io sono parte di quella parte del
tutto che vuole fare il male e compie il bene".
Ma queste sono parole, e
le parole sono facili, tanto facili da nullificare ogni speranza di redenzione
attraverso di esse.
Mi ritrovo davanti una di
quelle bancarelle multicolori, non so come ci sono arrivato, ma il mio
primo attimo di lucidità è per una stampa incorniciata alla
meglio in una scadente cornice metallica. Una donna, un volto antico
dai lineamenti affilati, il lungo collo e i colori mi ricordano certi affreschi
pompeiani, poi, lentamente tutto sembra acquistare forme modiglianesche.
Prendo il quadro per guardarlo
meglio, e subito c'è qualcuno che mi tesse le presunte qualità
dell'opera con il palese motivo di far salire il prezzo; ma l'imbonitore
parla troppo in fretta e in un linguaggio troppo arabizzato perché
possa capirlo.
Voglio acquistarlo, anche
contro il parere del vecchio che a malincuore accetta la mia decisione.
Così mi spinge da parte per poter condurre meglio l'acquisto; mercanteggia
magistralmente col quasi arabo, litiga per poche migliaia di lire.
Vorrei pagare l'intero prezzo pur di non vederli litigare e porgo al quasi
arabo il denaro contato, ma questi preferisce litigare col vecchio, e infine
accetta soddisfatto i soldi che ha pattuito e che sono meno di quanto gli
offrivo. Poi mi consegna l'acquisto e si inchina compiaciuto; lo ringrazio
come lui si aspetta.
Ora il volto di donna non
è più quello di prima, dopo un istante è ancora un
altro e poi ancora uno. Queste rapide metamorfosi mi colpiscono rifugiandosi
nell'angolo folle della mia mente: assomiglia ad ogni donna che ho conosciuto
eppure non mi ricorda nessuno in particolare.
Risalito sul pullman guardo
ancora la stampa, il volto ha un'espressione severa e un po' triste, i
grandi occhi neri vivono della forza di un intero popolo. Poco per volta
mi accorgo che nonostante i tratti somatici nordici, il colorito e i capelli
sono tipicamente mediterranei, come fosse la madre del quasi arabo.
Il vecchio mi lascia fare,
lo intravedo sorridere bonario, un po' enigmatico. Ci guardiamo in silenzio
finché lui esplode in una fragorosa risata che fa voltare
i presenti, poi mi dà spiegazioni: quello che ho comprato è
un ritratto del tipo "El-Faiyum", risale agli antichi egizi che li
inserivano tra le fasce delle mummie: ritraggono le persone mummificate;
un po' le foto che noi oggi lasciamo sulle tombe dopo la sepoltura.
Cerco di ridere anch'io,
il legame con mia madre è fin troppo chiaro! come è chiaro
il richiamo all'altra donna della mia vita, Marina.
Marina e mia madre per me
sono mummie.
Strutture immobili, coagulate
nel mio essere, stalattiti e stalagmiti, l'una verso l'altra nell'antro
della mia esistenza; fasciate dal tempo, dai momenti vissuti insieme, da
tutte le parole dette fra noi e da qualsiasi tentativo di comunicazione.
Ed è ancora solitudine:
ognuno avvolto nelle bende dell'incomunicabilità, dalla nascita
alla morte; le bende dei pensieri, azioni e misfatti di una vita imbalsamata.
Le coincidenze sono strane,
quando poi assumono valore simbolico sembrano illuminare da angolazioni
diverse i fatti quotidiani: le sincronicità addolciscono il gelo
di ogni aspirazione fallita.
La sagoma conica che a trenta
chilometri era azzurrina, ora è di colore rosso scuro tendente al
nero.
Una montagna cava che si
nutre di pensieri e di vite: solo in un vulcano i quattro elementi si fondono
insieme.
Ed è nella geologia
del Vesuvio che sono riuscito a trovarmi una spiegazione alla decisione
di mia madre: fino ad ora il vulcano ha avuto nella sua lunga vita tante
morti quante rinascite.
Il Vesuvio è un vulcano
strato, cioè composto da strati di materiale piroclastico alternato
a colate di lava. Nella vita di un vulcano la lava viene emessa durante
lo stato giovanile, mentre i frammenti sono eiettati alla fine del ciclo
vitale. Per il Vesuvio la morte non sembra mai arrivare, a causa del fatto
che il magma nelle viscere della terra subisce contaminazioni dalle rocce
circostanti che lo ringiovaniscono quando è prossimo alla morte:
forse mia madre voleva vincere la morte associandosi simbolicamente al
vulcano: l'eruzione del 79 d.C. è avvenuta il ventiquattro agosto,
data che per il calendario romano indicava una ricorrenza solenne: in quel
giorno gli dei mani ritornavano alla luce.
E la vista del vulcano mi
dà ancora una nuova energia, ridivento logorroico e mi osservo
lateralmente.
Come quando raccontavo bugie
straparlo con ferocia vendicandomi dei miei deliqui esistenziali. Poi resto
in silenzio, gli occhi fissi e in silenzio; la presenza conica
mi devia verso fiocchi di energie incongruenti.
Ora la Montagna (non può
non essere un luogo sacro) scivolando lenta sulla destra si allontana dalla
mia visuale, e le stanche immagini evocate dal suo disegno contro il cielo
verde sfocano lasciando un buio umido di interruzioni.
E dal buio emerge pesante
e minacciosa Ecate, triste titanessa che mai dimorò in questi posti.
I suoi tre volti terrorizzano, mentre i febbrili segugi che la precedono
sventrano la terra con gli artigli appesantiti dai muscoli volgari.
Dalle pianure dell'inconscio
ai verticali orizzonti dei palazzi napoletani.
E tutto si liquefa nell'ansia
di città.
Le esigenze mitologiche vengono
sostituite da chimere meccaniche insensate e inconcludenti nelle loro presenze
ossessive.
"Il viaggiatore è
soltanto colui che parte per partire". Questo è l'unico pensiero
che mi gira per la mente quando salutato il vecchio mi infilo in un taxi
con il quadro della madre del quasi arabo.
Giunto in periferia, una
piccola cittadina dell'entroterra napoletano, mi faccio lasciare distante
da casa, ho già chiesto rapide informazioni ed ora percorro piano
le poche centinaia di metri che mi separano dalla meta.
Mi guardo intorno, ma non
ho voglia di vedere, indovino solo il Vesuvio che occhieggia dai tratti
liberi delle costruzioni: il suo sviluppo conico cuce i muri ai muri, gli
angoli agli angoli ed ogni cosa che si trova sulla prospettiva concava
dei suoi versanti.
Ora tutto mi sembra in bilico
tra parvenza e rappresentazione: strade ampie e trafficate si intrecciano
con viottoli di campagna, le ombre si innestano e scompaiono nella tinta
dominante, quel rosso bruciato che avvolge torcendosi intorno a sprazzi
di cielo azzurro, e nelle ferite neghittose del crepuscolo ogni cosa è
il fantasma di se stesso.
Ovunque ci sono donne, ciascuna
con la stessa severità nello sguardo della donna del quadro, le
confronto una ad una, mi scrutano sospettose, direttamente, mi guardano
in fondo agli occhi con la voglia di scoprirvi chissà che. A volte
sostengo gli sguardi, ma più spesso abbasso il capo con vergogna.
Con le donne ho sempre provato
un senso di pudore che mi eccitava più della donna stessa, vincevo
tale disagio solo trasformandolo in una potente arma per possederne il
più possibile: ora quel disagio va sempre più confondendosi
con la ripugnanza per l'alcool dopo la sbornia.
Poi giungo a casa di mia
madre, mi ci avvicino lentamente, affinché ogni particolare penetri
in me nel modo più indolore possibile.
E di colpo svanisce la sovrapposizione
con mia madre, è una casa come tante, smorta, dal colore slavato
e ipocrita: una casa stonata, come ogni cosa qui.
Il sortilegio angoscioso
che mi creavo dentro è svanito, e mi domando se n'è valsa
la pena venire sin qua per quattro vecchie mura. Avrei dovuto svincolarmi
prima dell'assurdo complesso di colpa, avrei capito subito che la casa
non è mia madre e mia madre non è la casa. Invece ora le
sono così vicino da non poterla comprendere tutta nel campo visivo,
posso solo analizzarla a pezzetti: l'intonaco è screpolato e bolloso,
butterato di crateri lasciati da improbabili schegge; e dalle bolle crepate
un vecchio colore lilla spia severo come uno spettro attraverso un biancore
inconsistente. Nelle fessure una miriade di insetti nervosi dànno
movimenti sinusoidali alle pareti.
Se avessi un microscopio
l'adopererei.
Esprimete
la vostra opinione sul racconto
|
||||||||||
|
|
|||||||
| Per partecipare al nostro "Angolo della
Poesia" è sufficiente compilare il modulo
di adesione alla nostra rubrica e quindi potrete inviarci i vostri
scritti. Scopo della rubrica è anche quello di dare la possibilità
a nuovi autori di farsi conoscere al grande pubblico.
Le vostre opere saranno pubblicate appena possibile. |
|||||||
| A vostra disposizione, otto forum: sulla poesia, la musica, l'arte, il teatro, il cinema (con le recensioni dei film), il mondo di Internet, la nostra società... | |||||||
| Visitate la nostra raccolta di gif animate dove potrete scaricare in comodi file compressi numerose risorse grafiche per dare un tocco di originalità alle vostre pagine. | |||||||
| Visitate la nostra raccolta di sfondi dove potrete scaricare in comodi file compressi numerose background per abbellire le vostre pagine. | |||||||
| Scaricate dalla nostra Area Multimedia i file midi per associare dei motivi musicali alle vostre pagine web. | |||||||
|
|
|||||||
|
|
|||||||
|
|||||||
|
|
|||||||
|
|