Di notte.

di Antonio Sirica
 avv.as@tin.it

Non ho sonno stanotte. Mi giro da un lato. Niente. Mi giro sulll'altro. Peggio. Mia moglie dorme profondamente. Mi stendo sulla schiena. Il soffitto è sempre lì. Sembra che voglia crollarmi addosso. Il caldo è ancora più opprimente. Sudo, mi alzo. Mia moglie dorme sempre. Al buio vago per la casa. I miei piedi nudi trovano refrigerio sulle mattonelle del pavimento. Mi siedo alla scrivania, ma non c'è lavoro da sbrigare. Accendo la TV, ma non c'è un programma che mi interessi. Apro il frigo, ma non c'è niente da mangiare. Sono stufo. Improvvisamente capisco perché di notte si dorme: non c'è altro da fare.
Una leggera brezza gonfia le tende e mi attira sul balcone. La strada sotto di me è deserta. Poi un movimento. Da un bidone salta fuori un gatto nero. Si ferma nel centro della strada, alza lo sguardo verso di me, poi si dilegua. Alta, nella volta nera del cielo, incombe il disco dorato della luna. La guardo e rimango incantato. Sembra che mi dica qualcosa, sembra che mi urli qualcosa... ma io non riesco a capire. Poi un impulso. Irrefrenabile. Irresistibile. Incontrollabile. Torno in camera da letto. Mi vesto in tutta fretta. Mia moglie si rigira nel letto. Dorme ancora. Corro in anticamera. Afferro le chiavi ed esco fuori. Nella notte.
Muovo qualche passo lungo la strada deserta. Dove vado? Non lo so, ma devo andarci. E in fretta. Comincio a correre, non so il perchè. E' colpa di quell'impulso. Corro fino a spossarmi. Sfinito, mi lascio andare contro un muro, e allora nel silenzio della notte sento il mio respiro affannoso e il mio cuore che batte a folle. Mi guardo le mani, poi le braccia e le gambe, come se non fossero le mie. Mi sembra di averne ripreso possesso dopo tanto, tanto tempo.
Riprendo a camminare, seguendo il sentiero tracciato dall'istinto. All'improvviso da un vicolo sbuca un cane. Si avvicina. Mi annusa le scarpe. Lo accarezzo. Non m'importa se è solo un povero bastardo pulcioso. In fondo stanotte non sono molto diverso da lui. Entrambi siamo soli, in questa notte. Entrambi siamo svegli in questa notte. Qualcosa cresce dentro di me, e mi rinvigorisce. Mi sento diverso, ma non ho paura. Finalmente so di esistere, finalmente non sono più uno fra i tanti. La luna è lì e io alzo le mani verso di lei e grido. Il mio urlo rimbomba contro le pareti dei palazzi, e corre lungo la strada vuota, di eco in eco, ma nessuno lo sente. Gli altri dormono. Io no.
Il mio amico mi segue ancora per un po', poi le nostre strade si dividono. Non mi meraviglio, perchè nemmeno la vita è una strada dritta: ad ogni instante un bivio, uno dopo l'altro e qualunque strada imbocchiamo, alla fine dei conti, è sempre quella sbagliata. Anch'io ho sbagliato, ma non me ne pento. In fondo qualunque strada avessi preso, avrebbe anche potuto essere peggiore di questa e anche se fosse stata migliore mi sarei sentito comunque insoddisfatto. Ripercorro le tappe della mia vita e improvvisamente mi ritrovo a dire "e se..."
Ad un tratto noto che sto quasi correndo. Rallento. In fondo non vado da nessuna parte: è la prima volta che non vado da nessuna parte. Non ho un appuntamento, non ci sono le lancette dell'orologio a rincorrermi, non c'è fretta, non c'è affanno. Vedo un'ombra davanti a me. Si avvicina lentamente. All'inizio ho paura, ma poi capisco che neanche lui ha fretta. Anche lui è un uomo della notte. Si ferma davanti a me. "Buonanotte" dice. Ricambio il saluto. Lo guardo in faccia, negli occhi. E' tanto che non lo facevo. Per me gli sconosciuti sono sempre rimasti tali, ma non questa notte. Lui comincia a parlare: mi racconta della sua vita, dei suoi sogni, delle sue ambizioni. Non so perchè lo fa, ma io faccio lo stesso. Alla fine mi dice che deve andare. "Dove?" gli chiedo. "Non lo so" risponde allontandosi, "ma ci vado lo stesso."
Anch'io. Guardo la strada vuota e voglio una rivincita. Mi piazzo nel mezzo della carreggiata. Guardo da un lato, poi dall'altro. Mi siedo, a terra, sull'asfalto. Lo tocco, non mi sembra vero, non l'avrei mai creduto possibile. "Non sono nemmeno sulle strisce!" ironizzo tra me e me. Finalmente la strada è mia. Rimango lì a lungo, immobile. E penso. Penso a tante cose, una dopo l'altra, tutte collegate tra loro, tutte diverse tra loro. Sono cose strane, cose di cui avevo smesso di chiedermi il perché. Sono le cose inutili, quelle cose a cui non pensa più nessuno, ma stanotte mi assillano e mi sembrano importantissime.
Penso a quella volta, quando mio nonno mi regalò un verme. Era un bel verme rosso. Lo misi in un vaso, il vaso più grande del giardino. Poi cominciai a pensare al nome che gli avrei dato. Cominciai a camminare avanti e indietro sovrappensiero, poi mi accorsi che il verme era uscito dal vaso e io l'avevo schiacciato. Non aveva ancora neppure un nome. Piansi. E le mie lacrime caddero nel vaso, e la terra le assorbì. Sto pensando a questo, quando sento una lacrima scorremi lungo la guancia. E' tanto che non piangevo. Perchè? Che cosa mi è successo? Forse non sono più io? Il mio cuore aveva per caso smesso di battere? Tocco la lacrima. E' fredda. Troppo fredda. Non è una lacrima. E' una goccia di pioggia.
Sta piovendo. Pioggerella fitta, sottile come aghi, ma altrettanto pungente. Balzo su con l'intento di ripararmi sotto un portone, ma poi ci ripenso. In fondo è solo acqua. "E se piovesse fuoco?" mi dico. Sbottono la camicia e resto lì, lasciando che l'acqua scorra sul mio corpo. Scopro che è terribilmente piacevole. Vorrei che non finisse mai. Ma finisce, e io torno indietro.
Sono a casa, nella mia stanza da letto. Non ho ancora voglia di dormire. Esco sul balcone. Percepisco, in lontanaza il rumore di un treno, interrotto dal latrare rabbioso di un cane. Poi più niente. Rimango ad ascoltare il silenzio. La luna sta calando. Improvvisamente sento qualcosa dentro di me. Qualcosa che nasce dal cuore, risale lungo la gola a velocità folle e preme contro la bocca. E' una poesia. Non ho mai pensato una poesia. Questa la intitolerò "Di Notte." "Notte, che notte..." comincio a recitare a bassa voce.
"Caro" mi interrompe una voce familiare alle mie spalle. Mi volto e vedo mia moglie. "Che fai lì, perchè non vieni a dormire?" Le dico di tornare a letto, che verrò subito. Com'era la poesia? "Notte, che notte..." E poi? L'ho dimenticata. E' ancora buio, ma capisco che la notte è già finita. Ora ho sonno. Mi alzo, e d'improvviso sento qualcosa rigarmi la guancia. Sembra una goccia di pioggia. Poi la tocco e mi accorgo che non è pioggia: è una lacrima.


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Ultimo aggiornamento: febbraio 2001
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