Il vecchio cimitero

di Carla Vannetti
carlavannetti@tin.it

Il cimitero vecchio del paese aveva per noi ragazzini un fascino particolare. Forse perché era così piccolo e raccolto, lontano dal paese, alla fine di una strada impervia.  O forse solo perché era stato quasi abbandonato dopo la costruzione del cimitero nuovo. A pochi passi dal paese, quest'ultimo, lungo la provinciale. Raggiungibile anche in automobile.
Ricordo che,  arrivati al paesello per le vacanze, il nostro primo appuntamento era lassù al cimitero vecchio. Scavalcavamo il muro di cinta se trovavamo il cancello chiuso.
Le tombe erano appena abbozzate sul terreno disseminato di croci. Le rare foto  tutte sbiadite. A mala pena si intravedevano uomini scarni con enormi baffi. E donne  coi capelli a crocchia. Gli occhi sbarrati per il lampo che aveva illuminato il loro viso al momento dello scatto.
Giravamo qua e là tra le tombe cercando di decifrare i nomi incisi sulle croci e ormai quasi illeggibili.  Qualcuno, tra le croci di ferro divelte e appoggiate qua e la' lungo il muro di cinta, scopriva talvolta un omonimo. Un bisnonno forse. O un prozio.
Anche mia cugina aveva un'omonima. Era la sua sorellina morta poco prima che lei nascesse. Andava subito alla sua tomba, ricordo, e rimaneva a lungo a fissare quella croce su cui a fatica riusciva a leggere il suo nome seguito da una data di morte.
Ricordo che qualche giorno prima dei  Morti, quando anche gli abitanti del paese salivano fino al  piccolo cimitero per mettere un fiore sulla tomba dei loro defunti, lo stradino andava a togliere le erbacce. Riportava un po' di terra sulle tombe e, da capo ad ogni cumulo, infilava a caso una delle croci che trovava appoggiate al muro di cinta. E i parenti  erano così costretti ogni volta a  girare tutto il cimitero per ritrovare le croci dei loro cari piantate ogni anno su una tomba diversa.
Fu proprio per i Morti che dentro la cappelletta del cimitero vecchio vedemmo per la prima volta quella portantina. Era mezza scollocata e buttata là in un angolo. Su un lato, a caratteri cubitali, era scritta una frase: "HODIE MIHI, CRAS TIBI".
Non sapevamo cosa volesse dire, ma non prometteva niente di buono. Lo chiedemmo a Don Bruno.
- Oggi a me. Domani a te.- Rispose laconico il prete.
Sentimmo un brivido correrci giù per la schiena.
Sembrava una minaccia.  Come se i  morti volessero lasciare un messaggio ai vivi che li accompagnavano nel loro ultimo viaggio terreno.
State attenti a come vivete, sembrava volessero dire. Ricordatevi che presto (quel domani lasciava davvero sgomenti!) morirete anche voi.
Eravamo ragazzini allora e il pensiero della morte  non ci aveva  mai sfiorato. Certo, sapevamo che c'era. Tutti avevamo pianto almeno una volta  per la morte di un parente che ci era particolarmente caro. Il nonno. La nonna. Oppure una zia.
- E' morto.- Ci dicevano.
- E' volata in cielo.
Non c'era più. Ci dispiaceva. Per un po' ne sentivamo la mancanza. Ma la vita continuava e noi eravamo vivi. Non pensavamo ancora alla morte come ad un evento che prima o poi sarebbe capitato anche a noi.
"Oggi a me. Domani a te." Per giorni, dopo la rivelazione di Don Bruno, quelle parole  ci martellarono in testa. Come un ritornello. Un'ossessione.
E da allora la morte ci sembro'  più vicina


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Ultimo aggiornamento: febbraio 2001
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