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Ambrogio.CICERI@snamprogetti.eni.it |
Un artista, un grande artista. Lavorava
il rame ed altri metalli. Li fondeva per poi farli solidificare e prendere
le forme che rappresentavano la sua vita, soprattutto quello che ci stava
intorno, il suo ambiente, le mura che lo circondavano, la sua Mostar. Così,
magicamente riusciva a riprodurre immagini dal metallo fuso. Come se nel
metallo stesso ci fossero già quelle figure, che non aspettavano
altro che venire fuori, o che qualcuno le facesse uscire fuori ricostruendole
secondo i meccanismi della propria anima.
Era un grande artista, spontaneo,
non aveva avuto bisogno di decidere cosa fare della sua vita, era stato
tutto molto semplice e automatico. Era molto conosciuto in Città,
aveva fatto esposizioni ed il suo nome risuonava nelle gallerie d’arte
di tutto il Paese. Ogni tanto lo si vedeva penzolare su qualche striscione
propagandistico tra un bordo e l’altro delle strade di Mostar.
Aveva anche un piccolo negozio
dove lavorava il rame e vendeva alcune delle sue opere. Proprio in quel
negozio lo vidi per la prima volta, ma io non lo conoscevo, non ne avevo
mai sentito parlare. Entrai per caso, solo per chiedere informazioni per
poter passare la notte da qualche parte. Stava lavorando, sudato e sporco.
Aveva i capelli bianchissimi e il viso provato, vissuto. Si interruppe
subito appena mi vide, e molto eccitato mi venne incontro per accogliermi.
Mi prese la mano tra le sue e continuando a stringerla disse:
– I ponti sono come lepri, bisogna
tenerli ben forte perché non scappino. Sì, sono veloci e
bisogna avere dei buoni riflessi per prenderli; se ti distrai un attimo
si nascondono, non li vedi più e rimani come un idiota a guardare
il buco nero che hanno lasciato dietro se’.
Non sapevo cosa rispondere esattamente,
neppure sapevo se dovevo dire qualcosa. Mi trovavo in una di quelle situazioni
surreali che non vedi l’ora che ti succedano, poi, quando ti capita, non
hai la più pallida idea di cosa fare. Sorrisi e dissi:
– Credo che i ponti restino sempre
lì dove sono, loro, quelli indistruttibili, rimangono sempre lì.
Mi uscì dalla bocca improvvisamente,
come se fosse sempre stato lì ad aspettare che io facessi partire
il colpo. Ma non avrei immaginato che potesse ferire qualcuno. Be’, lo
fece, diretto al cuore. Lo sciame di rughe che coprivano la sua faccia
si mosse all’unisono lasciando un’espressione grave sul volto. Si porto
una mano al petto, tirò un sospiro profondo e disse:
– Li hai trovati. Non e vero? Tu
li hai trovati.
In quel momento lo sconcerto che
provavo si fece più evidente e al rendersene conto, mi mise una
mano sulla spalla e con un ampio sorriso mormorò:
– Hai ragione. Questo non è
il posto più adeguato per parlare. Andiamo a berci una grappa, così
puoi anche riposare un po’.
In effetti il mio aspetto lasciava
molto a desiderare. Avevo una barba di quattro giorni e non avevo dormito
molto bene le due notti precedenti. Mi sembrava strano che lo avesse notato,
dato che pareva essere totalmente concentrato nel suo monologo alquanto
originale.
Uscii da quel piccolo negozio seguendo
i passi lenti ma agili di quell’uomo dagli intensi capelli bianchi. Diedi
un occhiata veloce alle vetrine del negozio, fu di riflesso, come per cercare
di incontrare qualcosa di solido che mi potesse dare le coordinate di una
qualche realtà che mi rassomigliasse. Trovai solamente metallo.
Le vetrine erano colme di opere fatte con il metallo. Solido, solidissimo
metallo. Opere con bassorilievi di tutte le dimensioni e colori. Ma c’era
qualcosa, un soggetto, che si ripeteva. Non riuscii a intenderlo subito,
lo percepii solo fugacemente.
La terrazza del bar dove ci sedemmo
era giusto di fronte al suo negozio, sull’altro lato della via. I tavoli
erano di legno massiccio ed invecchiato. C’era un tetto leggero fatto di
canne di bambù per riparare dal sole o dalla pioggia, o forse dall’impressionante
notte stellata che ci era caduta addosso. Uno spettacolo che avrebbe fatto
sollevare lo sguardo dal bicchiere anche al cliente più alcolizzato.
La luce tenue ravvivava i contrasti e l’eccentricità iniziale prese
forma di mistero. Eravamo faccia a faccia, seduti davanti a un bicchiere
di una di quelle grappe locali che bruciano persino le budella. Due sconosciuti,
senza nient’altro in comune se non una stretta di mano. Questa volta cominciai
per primo. La mia logica e razionale capacità di mettere a fuoco
le cose era tornata al suo posto. Dovevo prendere le redini della conversazione.
Non potevo sprecare il momento. Tutto mi sarebbe stato molto più
chiaro.
– Cos’è che ho trovato precisamente
qui? dissi dopo un sorso di acqua vite.
Lui bevve tutto d’un fiato la sua
grappa e ne chiese altre due. Stavo per rifarle la domanda, quando si senti
un rumore dal tetto ed entrambi guardammo verso l’alto. Si udirono dei
passi, poi qualcuno scese dalla scala che era appoggiata ad un angolo del
rustico.
– Smilzo! gli gridò l’artista
– Vieni qui, devo presentarti qualcuno.
Era veramente magro e tutto ossa
quel tal Smilzo. Si intuiva facilmente che li univa una lunga amicizia.
Dovevano essere degli habitué di quel bar, di quei personaggi che
passano notti interminabili a discutere nella forma più trascendentale
e filosofica degli argomenti più mondani e popolari, grazie anche
all’alcol e alla pazienza del barista, che ormai si era rassegnato a posticipare
il suo orario notturno solo per loro.
Lo Smilzo si avvicinò e
mi porse la mano. Ci presentammo, ma non riuscii a capire il suo nome,
quello vero. Si sedette e mi resi conto che era più ubriaco di quanto
mi era sembrato in piedi. Non riuscivo ad immaginarmi come fosse potuto
salire e scendere da quella scala stretta e camminare sul quel tetto precario,
senza cadere e spaccarsi la testa.
– Smilzo, cosa facevi là
sopra? Bevi una grappa, vero?
– Domani c’è la mostra.
La tua mostra. Non ricordi che ti dissi che mi sarei occupato io di convincere
il tipo a lasciarti far appendere lo striscione dal suo tetto? Be’, detto,
fatto. Eccolo lì. Si legge dall’inizio della strada, è il
posto migliore.
Non c’era più alcun dubbio,
era un artista. Un semplice artigiano non se ne va in giro a fare esposizioni.
Inoltre, quell’aria singolare, che rasentava quasi la pazzia, lo rendeva
ancora più evidente.
– Qui dove lo vedi, questo giovane,
sostiene che ci sono ponti che sono indistruttibili, che rimangono sempre
lì. Cosa ti sembra? Eh?. Chiediglielo a lui se non ci credi! Ha
detto proprio così. Indistruttibili! Rimangono lì!
Lo Smilzo fece una smorfia, che
più che di stupore fu di tutto il contrario.
– Sempre suonando la stessa musica.
– disse – Sembra un disco graffiato.
– Io non suono niente. – disse
l’artista – In ogni caso suona mio figlio. È un musicista. Lui sì
che è un artista, un grande artista.
– Davvero gli hai detto così?
– mi chiese lo Smilzo con un tono accondiscendente e confidenziale. – Ci
mancava solo questo, che qualcuno gli dicesse che ci sono ponti indistruttibili.
Sono più di vent’anni che lo conosco e ha sempre avuto la stessa
ossessione, quei maledetti ponti. Quando lo aiutai a mettere su il suo
negozio, non avevo un briciolo di fiducia in lui. Ero quasi sicuro che
avrebbe perso tutti i soldi che aveva investito, però mi faceva
pena, sai? Avresti dovuto vederlo. Non si ricordava niente, neppure il
suo nome. Ma poco a poco cominciò a ricordarsi, la sua famiglia,
i viaggi all’estero...Puoi credere che nonostante abbia viaggiato tanto,
adesso è incapace di ricordare una sola parola delle lingue che
conosceva? È incredibile! Incredibile. A volte lo guardo e mi dico:
non può essere! Non può essere, maledetto lavoro del cazzo!
Non poteva capitare a me, cazzo? Lo so’ che parlo da egoista. Lo dico perché
sono ubriaco, sì, lo dico proprio per quello, perché è
la verità e perché sono ubriaco. Vedi, lui non deve bere
per dimenticare, come me. Beve solo perché gli piace, non per dimenticare,
perché tanto non ricorda niente...niente di niente...tranne il maledetto
ponte. Quello sì che non se lo scorda e fa’ in modo che nessuno
se ne dimentichi. Che fottuto! Solo a lui poteva capitare! Quando mi disse
del negozio, di lavorare il rame, di fare bassorilievi in metallo, pensai
che aveva stoffa e che l’aveva ereditato da suo padre che lavorava il metallo,
ma non credevo che fosse in grado di realizzare realmente un’opera d’arte.
No, no, non avevo neanche un po’ di fiducia. E dopo...che sorpresa! Le
faceva come ciambelle, una dietro l’altra, grandi e piccole, di tutti i
colori, da tutte le prospettive. Ma sempre e comunque lo stesso tema, il
radioso ponte. Ha fatto anche molti altri particolari della città,
ma all’inizio...all’inizio solo ponti, unicamente ed esclusivamente ponti.
Ponti ed ancora ponti. Ponti come lepri. Erano da per tutto. Ti veniva
voglia di prenderli a colpi, ma il maledetto li fa’ in metallo, sai? Così
non c’è nessuno che li distrugga. A volte penso che lo aiuti passare
tutto il giorno a fare quei raffinati rilievi, per lo meno non si distrugge
il fegato come faccio io. E alla fine ha ragione lui, se pensi che un ponte
millenario è capace di saltare in aria in pochi secondi, come se
fosse una lepre che saltando si nasconde in una buca, e così mandare
in malora la tua città, il tuo lavoro, il tuo futuro...Il futuro,
cioè i figli. Uno dei suoi è saltato in aria con il fottuto
ponte. Stava andando a suonare, a fare un concerto. Voi giovani siete così!
È normale. E quando avete la vena artistica è ancora peggio.
Se vi mettete in testa che volete essere musicisti e dedicare a quello
anima e corpo, lo fate e basta, che ci siano o non ci siano spari nell’aria.
Sì, ha proprio ragione lui. Qualcuno deve cercarlo quel fottuto
ponte ed andare a vedere dove sia finito. E credo che continua a pensarlo.
Pensa che suo figlio non avrebbe dovuto attraversare quel ponte, ma uno
indistruttibile. Cominciò a farli dello stesso materiale che trovò
in quel luogo. Io credo che stia conservando i più belli per regalarli
a suo figlio...quando troverà il ponte che lo porterà fino
a lui.
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