di Antonio
Sirica
avv.as@tin.it
Non vedo l'ora che finisca. Fingo
di scrollarmi la polvere dalla giacca per poter sbirciare l'orologio. Saranno
già al ventesimo. Avessi almeno una radio portatile per seguire
la telecronaca. Chissà che effetto farebbe? Scommetto che ti rivolteresti
nella tomba anche tu, Paolo, esimio socio in affari.
Con lo sguardo basso scendo dal
pulpito. Passo lentamente vicino alla tua bara e non posso fare a meno
di lanciare un'occhiata fugace. Una bella bara davvero, la migliore. Non
per niente l'ho scelta io. Raggiungo il mio posto e mi siedo, composto.
Mi sembra quasi di sentire gli sguardi fissi su di me, come tanti aghi
che premono su ogni millimetro quadrato della mia pelle. E' il momento
di asciugare quella lacrima immaginaria che tutti aspettano di veder scivolare
sul mio viso. Ecco, così va bene. Adesso tutti penseranno: guarda,
si è commosso, come gli voleva bene e altre cose del genere. Com'è
sciocca la gente.
Intanto è ricominciata la
solfa del prete. Se taglia corto, ce la faccio a vedere il secondo tempo.
Finalmente trovo la forza di alzare la testa, e accompagno questo gesto
con un sospiro liberatorio. Il peggio è passato: ho pronunciato
il discorso, due parole buttate giù rapidamente, fingendo commozione
e turbamento. D'altra parte chi meglio del tuo grande amico avrebbe potuto
contraffare tanto la tua figura, sorvolando su tutti i tuoi difetti e inventando
tanti pregi? Così impone la regola: sono sempre i migliori che se
ne vanno. Ma sono solo cose che si dicono: parole, parole, solo parole...
Guardo la bara: sei morto. Non
ci posso ancora credere. Quasi quasi vorrei controllare che dentro quella
cassa di legno ci sia davverto il tuo cadavere. Ma che vado a pensare?
Sarà mezzo decomposto e un po' sformato, ma in fondo non è
una novità: non sei mai stato una bellezza. Comunque, se ancora
non te ne fossi accorto, e ti venisse la bizzarra idea di tornare indietro,
te lo ripeto: sei morto.
Finalmente. Dopo aver trascorso
tutta la tua vita a tessere sospetti su di me, a sbirciare tra i miei documenti,
a frugare nella mia scrivania. Una volta addirittura ti sorpresi mentre
armeggiavi attorno alla mia cassaforte. Non sono mai riuscito a spiegarmi
cosa t'importasse dei miei affari. Certo, eravamo soci, ma fino a un certo
punto. In fondo i tuoi affari andavano a gonfie vele, mentre per me perdurava
la bonaccia. Ma non ti bastava, perchè io lo so quello che volevi:
volevi che io finissi sul lastrico e dovessi strisciare ai tuoi piedi per
implorare pietà e magari un prestito. Senza dire una parola, ma
con un eloquente ghigno stampato sul volto, il prestito alla fine me l'avresti
concesso, ma la pietà di certo non l'avresti provata. Non a caso
nel tuo lavoro sei sempre stato il migliore, il che equivale a dire ipocrita,
avido e senza scrupoli. Riuscivi sempre a cadere in piedi, come un gatto.
Che io ricordi solo una volta non ci sei riuscito: l'altro ieri, dal balcone.
Hai fatto proprio una brutta fine,
spiacciato come un moscerino sul parabrezza di un'auto. Dopotutto l'avevi
voluto tu l'ufficio al tredicesimo piano, perchè non hai mai creduto
a "tutte quelle stronzate che chiamano superstizione". Forse ti sbagliavi.
Il sermone è finito, ma
ora vorrei che continuasse ancora un po'. E' giunto il momento che temevo:
trasportare la bara sul carro. Naturalmente io non posso non offrire la
mia spalla per te, mio caro amico. Accidenti se pesi. Avevo sempre sospettato
che fossi un falso magro. Meno male che il tragitto è breve.
Si sta formando il corteo, e io
mi piazzo in prima fila, di fianco a tua moglie. Il suo sguardo basso sembra
stia ripercorrendo tutti i momenti felici che avete passato insieme. Già,
sembra. Non credo che ne abbiate mai avuti molti, di momenti felici, voi
due insieme. Insieme al suo amante invece... Beh, quella era tutta un'altra
storia. Una storia che d'altra parte conoscevi, ma non ti ha mai interessato
più di tanto, perchè di lei non te n'è mai fregato
niente. L'hai sposata solo per una questione d'immagine, perchè
eri stanco di andare solo agli incontri mondani, perchè eri invidioso
di mia moglie.
Ah, eccola là, mia moglie.
Accidenti se è bella. Sul suo viso vedo scivolare una lacrima. No,
forse è sudore. In effetti fa piuttosto caldo... e poi, perchè
mai dovrebbe piangere per te?
Mia moglie. Forse è per
quello che mi hai sempre odiato. Sei sempre stato migliore di me, fin dai
tempi della scuola: nello studio, nello sport, nel lavoro, in qualsiasi
competizione, sei sempre risultato vincitore rispetto a me. Sicuramente
è per questo che quell'unica sconfitta pesava più di tutte
le tue vittorie.
Ricordo ancora quando, all'uscita
dal liceo, entrambi la seguivamo a lungo, la ragazza che si era impadronita
del nostro cuore, cercando di farci notare, aspettando l'occasione giusta
per dichiararci. Piaceva a te e piaceva anche a me: noi due, lei una. Alla
fine ha scelto me. Un brutto smacco davvero. Sì, è sicuramente
questa la scintilla che aveva attizzato l'odio che covava lento nel tuo
cuore.
Qualcuno mi pesta una scarpa. Mi
volto e vedo la tua segretaria. Cerca di scusarsi, ma io la fermo con un
sorriso. Chissà perchè ai funerali ci si sforza di essere
tutti più buoni. Per migliorare qualcosa in questo mondo dovrebbe
esserci un morto al giorno. Ma in fondo è tutta apparenza. Per esempio,
la segretaria: sembra così sconvolta, affranta per la perdita del
suo datore di lavoro, quando in realtà l'unica perdita di cui le
importa è quella del posto.
La nostra marcia prosegue avvolta
in un velo di silenzio. Ma che vociare si solleverebbe se i pensieri di
tutte le persone qui riunite diventassero parole. Sveglierebbero anche
te. Solo ora mi accorgo che tua figlia non c'è. Sottovoce, chiedo
informazioni, e tua moglie si giustifica dicendo che proprio non se la
sentiva. In realtà penso che non gliene freghi niente, anzi forse
è felice che te ne sei andato al Creatore, insieme con i tuoi "DEVI"
e "NON DEVI". Finalmente potrà parlare al telefono quanto le pare,
stare in giro tutto il giorno e spassarsela con quel "capellone" del suo
ragazzo.
Incredibile! Ora che ci penso:
non dispiace proprio a nessuno che sei morto. E perchè dovrebbe
dispiacere in fondo? Non ricordi quel dipendente che hai licenziato, quel
mendicante a cui non hai lanciato mai uno spicciolo, quel cane che hai
preso a calci perchè aveva fatto la pipì sulla ruota della
tua Porsche. Forse quel tuo gesto tanto normale, eppure tanto crudele,
li ha uccisi. Ora potrebbero essere morti, e tu non sei mai stato al loro
funerale, non hai mai avuto compassione per loro. Perchè qualcuno
dovrebbe farlo per te? Ma allora noi che ci facciamo tutti qui? Provo un
attimo di esitazione e mi fermo. Vorrei gridarlo a tutti, vorrei che nel
discorso che ho fatto in chiesa avessi detto questo al posto di tutte quelle
cazzate. Vorrei che tu fossi ancora vivo per farti vedere quanto sei stato
bastardo.
Varco la soglia del cimitero. La
prossima volta che passerò sotto quell'arco di ferro lavorato, sarà
tutto finito. La fossa è lì e mi ricorda un bambino ingordo
che aspetti di essere imboccato. Ondeggiando, la tua bara viene portata
fino alla fossa, che l'ingoia tutta d'un colpo. Il sole si riflette sulla
lapide di marmo. A grandi lettere, c'è inciso addirittura un epitaffio.
L'ho scritto io e si chiude con le parole "al fianco del Signore". Non
credo proprio. Nel senso che non penso tu possa essere al fianco di Dio.
Comunque se è così, mi dispiace per Lui.
Mi affaccio sulla buca per lanciarvi
un fiore. Piomba sulla tomba e la sua corolla scoppia, sparando petali
un po' dappertutto. Resto un attimo là, e provo rimorso. Ma non
è per quello che ho pensato di te e degli altri, no. Probabilmente
è perchè ti ho ucciso io. Lo dicevo, che la tua mania di
ficcanasare ti avrebbe messo nei guai. Anzi nella tomba. Se mi avessi dato
ascolto, non avresti mai scoperto che nei miei affari qualcosa di sporco
c'era davvero.
Ma ora penso a tutto il bene che
ho fatto con una semplice spinta, a tutta la gente che ho vendicato e a
tutta quella che senza di te vivrà meglio, e il rimorso svanisce
come il disegno di un bambino sul bagnasciuga. Che importanza ha se ti
ho ucciso?
Tanto, ormai sei morto.
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