di Antonio
Sirica
avv.as@tin.it
L'uomo pensò alle costruzioni.
Ma non erano le costruzioni di ora: erano quelle di una volta. Di quando
era più vicino all'inizio e meno alla fine e viveva ancora nella
vecchia casa giù al paesino. Quella col camino a legna sempre acceso,
i cani che rincorrevano i gatti sull'aia e la piccola cantina con quelle
grandi ragnatele e i cartoni attaccati alle finestre. Ricordava ancora
la vecchia porta di legno attraverso cui filtrava la luce e le strette
scale scivolose. E ricordava la lampadina gialla appesa a un filo e il
pavimento in pendenza. E l'odore della polvere e le macchie di umidità
sulle pareti screpolate. E le costruzioni.
Non ricordava quando avesse cominciato.
Sapeva solo che era cresciuto assieme con le costruzioni ed erano stato
il suo unico gioco. Da sempre.
Non ricordava neppure come fosse
la sua città all'inizio, ma doveva essere molto piccola. Forse una
casetta appena e qualche strada. Ma quello all'inizio. Poi si era procurato
altri pezzi: quelli che aveva comprato con la paghetta mensile e quelli
che gli erano stati regalati a natale, quelli che gli aveva regalato suo
cugino perchè ormai era troppo grande e quelli presi in prestito
da quel suo vicino di casa che aveva un sacco di pezzi e poco cervello
per usarli. E così, con questo lento e costante lavorio aveva ingrandito
il suo villaggio, che era diventato un paese, che era diventato una città,
che era diventata una metropoli. Allora non sapeva neppure cosa fosse una
metropoli, ma era così che l'aveva chiamata una volta suo padre,
quando vide l'opera.
La ricordava mattoncino per mattoncino,
la sua metropoli: la stazione della polizia, la villetta del sindaco, il
castello, il parco, il porticciolo. Aveva cominciato a costruirla per terra,
ma poi era diventato troppo scomodo e l'aveva spostata su un tavolo di
legno, a cui ne aveva dovuto aggiungerne un altro e così via fino
a invadere tutti i vecchi mobili che erano accantonati lì. Aveva
dovuto utilizzare persino l'anta di un vecchio armadio.
Ricordava le strade di cartone,
e le pareti che erano fatte di pezzi di colori diversi. Ricordava i pilastri
fatti con le lattine di pelate attaccate col nastro adesivo, e le facce
scolorite degli abitanti. Ricordava che la sua città era un perenne
divenire: case crollavano, palazzi crescevano. E ricordava quando scavava
nello scatolone alla ricerca di un pezzo che non si trovava mai, e che
i pezzi erano sempre troppo pochi per tutto quello che avrebbe voluto costruire.
Chissà com'è che
quel giorno, sprofondato nella grande poltrona nera dietro la scrivania
lucente nel suo ufficio, aveva pensato alle costruzioni. Era tanto che
non ci pensava. Di certo non aveva avuto tempo per giocare in quegli anni.
Ma le costruzioni erano state comunque il suo pane quotidiano, anche se
erano costruzioni diverse. Erano quelle vere, ora, che costituivano la
sua principale attività. Era esaminando quel progetto per il nuovo
centro commerciale che si era ricordato delle costruzioni. Aveva sempre
voluto qualcosa di simile nella sua città, ma naturalmente le sue
disponibilità non glielo avevano consentito. E fu questo pensiero
che gli fece venire l'idea.
Tornò nel vecchio paesino,
nella sua vecchia casa e scese nella vecchia cantina. Lì niente
era cambiato, perfino i ragni sembravano essere ancora gli stessi. Cercò
in giro dappertutto e alla fine li trovò: tre scatole di cartone,
quelle dell'olio d'oliva, sigillate con il nastro adesivo marrone. Ne prese
una dove c'era disegnato con un pennarello nero un teschio e la scritta
sotto: "NON TOCCARE: PERICOLO DI MORTE!" Aprì lo scatola e poi avidamente
immerse le mani nei mattoncini colorati che riempivano lo scatola fin quasi
all'orlo.
Caricò i tre scatole sulla
station wagon e se ne tornò nella sua grande città, nella
sua splendida villa e ripose gli scatole in una stanza ampia, spaziosa
e ben illuminata. Aprì gli scatole ed estrasse qualche piattaforma.
Poi prese qualche mattoncino. Pensò a cosa costruire per prima cosa,
ma non gli veniva niente in mente. Si decise alla fine per una casetta.
Cominciò a cercare qualche mattoncino. Poi gli serviva una porta.
La cercò ma non riusciva a trovarla da nessuna parte. Eppure lì
dovevano essercene a decine. Non ricordava che cercare i mattoncini fosse
così stancante e noioso. Trovò la porta che era già
stanco. Lasciò la stanza senza aver neppure finito le fondamenta
della casa.
Non tornò più nella
stanza delle costruzioni per molto tempo. Se ne dimenticò completamente.
Una domenica che vagava per casa in cerca di tranquillità, vi finì
quasi per caso. Accese la luce e lì, al centro della grande stanza
vuota vide i mattoncini sparsi per terra e gli scatole di cartone. Fu allora
che gli venne l'idea. Mise un annuncio sul giornale e di lì a una
settimana si presentarono a casa sua una decina di bambini che cominciarono
a giocare, a costruire a costruire. Di settimana in settimana controllava
come procedessero i lavori, ma non era soddisfatto: non era quello che
voleva. I bambini esaurirono tutti i pezzi, costruirono tutto quello che
era possibile costruire e poi se ne andarono. Ma l'uomo non era soddisfatto.
Voleva qualcosa di più.
Acquistò un terreno e vi
costruì un grande magazzino. Poi assoldò un costruttore professionista,
gli diede i pezzi e lo mise al lavoro. Il costruttore creò una bella
cittadina, con un castello. Ma l'uomo non era soddisfatto: i mattoncini
erano pochi, e vecchi. Allora l'uomo comprò scatole e scatole di
altri pezzi e gli disse di continuare. Il costruttore impiegò anche
quelli e ingrandì la sua città. I lavori però procedevano
troppo piano e così l'uomo assoldò altri costruttori e li
mise a lavorare. Crearono una grande città, ma l'uomo non era ancora
soddisfatto. Voleva qualcosa di diverso.
Fece distruggere la città,
e distrusse il magazzino per farne costruire uno ancora più grande.
E pagò decine di persone che studiarono nei minimi dettagli il progetto
di una enorme metropoli fatta di milioni di pezzi. I lavori andarono avanti
per più di due anni, quando un giorno gli arrivò una lettera
dove lo invitavano a vedere la città. Si fiondò sul posto
ed entrò nell'enorme magazzino dove lo attendeva uno spettacolo
incredibile. La città era veramente come l'aveva sempre sognata
da bambino, e forse anche più bella: c'era la rete ferroviaria e
l'aeroporto, la tangenziale e l'imbocco dell'autostrada, un'enorme centrale
della polizia, l'illuminazione e la metropolitana e perfino una riserva
naturale. La città era posta su un enorme ripiano ad U, e nello
spazio interno vi era una poltrona con un computer che comandava un braccio
meccanico in modo che si potesse raggiungere qualsiasi punto della città.
L'uomo si mise in poltrona, ruotò lentamente guardando il
capolavoro, quindi imbracciò i comandi e diresse il braccio verso
la stazione della polizia. Le dita metalliche afferrarono delicatamente
una pattuglia della polizia e poi la guidarono per le strade della città.
L'uomo accennò con la bocca a un suono, quello della sirena, ma
emise solo un distorto lamento. Eppure ricordava che quello era il suono
più frequente quando giocava da piccolo e gli veniva così
bene allora... e ora non ricordava più neppure come si faceva. Allora
si alzò e prese in mano l'automobilina. La guardò per qualche
secondo e poi la scagliò lontano, contro una parete. I pezzi si
sparsero tutt'intorno. Afferrò i comandi e cominciò a muovere
il braccio vorticosamente, buttando giù i palazzi, sollevando le
strade, distruggendo tutto quello che era intorno a lui.
Quando la città fu in pezzi
lasciò cadere i comandi, si portò entrambe le mani al volto
e cominciò a piangere. Come un bambino.
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