...Barboni 

di Mayo de May@
enzomes@libero.it

Girava con sporte e sacchetti dove stava tutta la sua vita racchiusa in poche cose.

Girava la grande città senza meta, non importava dove, tanto l’avrebbero scacciata ovunque.

Solo il rumore, le bestie e la solitudine le facevano compagnia nella sua mente, pochi ricordi.

Non era brutta, se si fosse guardato bene sotto lo sporco di sempre, una quarantina d’anni portati male e mai piu’ ripresi dalla sorte cattiva.

I cani l’annusavano felici se soli, ringhiavano con i padroni ma mai usarono le zanne su quella carne sofferta che raccontava di se stessa nell’odore acido di vecchia bimba sperduta nella vita.

Era stata bella, era stata desiderata e era stata loro, dei grandi.

Poi quel rapido cadere nelle droga e sulla strada trovare conforto in mani crudeli, labbra menzoniere e pagate a volte.

Aveva vinto, erano anni che non si drogava più ma erano anni che non si lavava.

Per chi, si chiedeva.

Per destino malvagio e sfottente era a primavera che si era ammalata.

L’inverno e le sue sofferenze, la coperta di carta e scatoloni era passato senza ferire come gli inverni della sua vita tutta.

Si stese sotto la siepe, in un cantuccio caldo dello sfiatatoio del metró, era la fine pensava e, forse, sapeva.

Le venne in mente la figlia in collegio, poi a casa di chi l’aveva adottata, bimba fortunata.

Si chiuse a riccio, tremante, le sue cose vicine come tesori, piccole cose di una vita spezzata bruscamente.

Sentiva di tremare, un tremore strano che arrivava ai denti passando per lo stomaco chiuso su se stesso.

Rimpicciolito dalla paura del dopo.

La morte, e chi tremava per la morte?

Non lei.

Quante volte l’aveva vista in faccia, no, la morte è amica, si disse cauta.

Ma l’inferno la spaventava, un’altra volta?

Vide i suoi occhi, era uomo o cane?

Era uomo.

Barbone.

Anche lui in cerca di calore.

Si guardarono, s’avvicinò.

Allungò una mano, lei si retrasse come se s’aspettasse botte.

Vedeva il sudore e la tremata, quella barbona era morta, era già andata ma il calore dei suoi occhi era sole, era limpida mattina.

Si avvicinò di più, più indietro lei non poteva andare e s’avvide che la mano sporca le accarezzava la fronte ed era fredda la mano, quasi, quasi di morte.

Capì dallo sguardo, non era lupo quell’uomo, era umano e accettò il calore di quel corpo che si era avvicinato sulla griglia e al suo seno vuotato.

Era vecchio e lo si vedeva, tremava ora, quasi piangeva.

    - Siam morti donna.- lo sentì mormorare.

Si, pensò lei, siamo morti vecchio e moriremo soli come soli siamo vissuti, barboni.

La notte pietosa incombeva ma ancora si vedeva lo sguardo vagare nei loro occhi.

    - Vuoi morire con me, donna?-

Capì, la paura di quell’uomo era la solitudine eterna, quella che aveva sofferto nella vita, era sciocco portarla in Paradiso.

Allungo la mano e prese la sua, senza smettere di guardarlo e senza che lui smettesse di guardarla.

Vi era il sole in quegli occhi e il mare in quel blu.

La notte scese lenta, come fermata da Dio.

Lo sentì rantolare felice, l’occhio non si spense, si spense il suo.

Era bello morire insieme, pensò, morire con un uomo.

Chi era?

Chi sono?

Senza piu lacrime ormai, occhi seccati dal dolore.

Forse lo avrebbe conosciuto in cielo.

Avrebbero fatto all’amore tra gli angeli, angelo morto su questa terra.

Sorrise alla morte venuta a prenderla, lui era avanti a preparare la casa mai avuta, ma chi era?
 



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Ultimo aggiornamento: febbraio 2001
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