Laura Stefanini aveva
sempre manifestato un'eccezionale propensione al ballo. La musica le entrava
così tanto dentro il suo piccolo ed eseguo corpicino da indurla,
per vocazione del tutto naturale e difficile da spiegare ulteriormente,
a far passare i suoni dal suo corpo facendole assumere le posture più
strane che soltanto la Natura può averle trasmesso. Così
sul sagrato della chiesa del suo piccolo villaggio, all'Isola d'Elba, ballava,
ballava alle piccole note di un'ocarina che uno zio barbiere strimpellava
con nessun'arte ma con tanto mestiere. Mentre le sue coetanee se ne stavano
in circolo intorno al vecchietto arzillo che di fronte al sole del tramonto
di quell'inverno del 1928 si faceva riscaldare, lei occupava con slancio
lo slargo della folla e nel centro del circolo ballava. Suono e corpo.
Insieme, come la terra dell'Isola a contatto con il mare. Un binomio inscindibile.
Fu così che mosse i primi passi nel mondo della danza. Qualcuno
ben pensante del villaggio dei minatori di Rio nell'Elba incoraggiò
Virginia, la madre, a mandarla in qualche scuola del continente a far danza
per diplomarsi. Così Laura si staccò dal proprio nido per
conoscere il mondo. E il mondo lo conobbe bene, perché la sua carriera
fu davvero sfolgorante, seguendo quell'impulso interiore che ti porta a
migliorare il modo d'esprimere la tua personalità attraverso il
linguaggio più consono ed adatto al tuo essere. Per la giovane isolana
era il ballo. Non tardò molto ad imporsi e a farsi notare. Trovò
una gran compagnia e cominciò a frequentare i migliori teatri del
nord Italia. Ogni sua rappresentazione era un successo. Era giovane, bella,
intelligente. Davvero difficile non avvertire il suo fascino. E avvenne
in una tournée a Torino che un rampollo della Casa Reale la notò
e s'invaghì di lei. Di qualche anno più grande di lei il
Duca - così amava chiamarlo quando nel suo ritiro da vecchia rievocava
i suoi anni ruggenti a qualche compaesano che si attardava con lei a scambiare
due parole - provava una gran passione: amava il suo portamento. Le braccia
bianchissime, la pelle dal colore di latte e i capelli così corvini.
Ma soprattutto era il profumo che emanava il suo corpo quando ti sfiorava
accanto. Come una foglia di castagno si adagia in autunno sull'erba del
bosco, così lieve, così delicata. Per un po' di tempo la
loro storia d'amore andò avanti in sordina, ma quando l'amore prevalse
sulla passione, qualcuno della Casa reale cominciò a preoccuparsi.
Che bisogno c'era ad esempio che la compagnia di ballo restasse così
a lungo nella capitale del Regno sabaudo. Perché non lanciarla anche
in Europa e nel Nuovo Mondo? Così avvenne davvero. Laura partì
per i suoi viaggi e dove andava era un successo Il Duca che soffriva della
sua lontananza non poteva fare a meno di seguirla leggendo sulle cronache
dei giornali le sue incredibile performance rinsaldandosi nei suoi sentimenti.
Ad un certo punto ci fu un periodo nel corso del quale Laura si era dimenticata
di che cosa fosse l'estate. Si spostava in lungo e in largo tra un continente
e l'altro che aveva del tutto perso le condizione dell'alternare delle
stagioni. Viveva un eterno autunno e inverno che per lei significava successo
di fama e di soldi.
Come tutte le cose
umane, la sua parabola poi cominciò a piegarsi verso occidente.
L'età ma soprattutto la vita fino a quel momento condotta minò
il fisico. Le gambe non erano più così fresche e leggiadre
come ballava al villaggio, sulla sua isola, perdevano d'elasticità.
Poi forse quel senso d'appagamento fece il resto. Il fuoco sacro non bruciava
più nel braciere d'Olimpia. Non si acquietava però la passione
per il Duca.
Fu allora in questo
periodo che ebbe un forte vitalizio e fu invogliata, ricca di fama e di
soldi, di rifugiarsi sulla sua Isola per attendere alle sue inedite attività
di viticoltrice e produttrici di calce. A Nisporto, una piccola cala sulla
costa nord dell'Elba, comprò 50 acri di terra, vi fece costruire
il villino e sulla spiaggia la fornace per la calce e così iniziò
la sua attività. Finché un pomeriggio un bellissimo brigantino
inglese gettò le ancore nel golfo.
I pescatori del luogo
videro i marinai scendere a terra e notare che stendevano un tappeto rosso
che arrivava all'imboccatura di una carrareccia che portava in direzione
della collina. Dalla barca scese un uomo vestito di bianco che si diresse
al Villino. Nessuno fu in grado di dire chi fosse quel personaggio che
rimase ospite della ballerina fino di mattino seguente. Alle prime luci
dell'albo il brigantino spiegò le bianche vele alle brezze marine
e come un gabbiano desideroso di aprirsi nuovi orizzonti lasciò
Nisporto.
E l'effetto di questa
venuta si ebbe subito dopo quando un nipote di Laura si rivolge a lei per
avere dei favori dato che si doveva presentare alla leva militare. Andò
su una corvetta della Marina militare ed ebbe un posto di comando - Adesso
dormi, figlio mio. Desidero fermarmi qui con la storia. Non ti racconto
che la vita non fu prodiga verso di lei. La sorte, che era stata generosa
durante la sua splendida gioventù, non lo fu altrettanto nell'ultima
parte del tempo concessole e, come una specie di legge di contrappasso,
si riprese ciò che le aveva generosamente donato. Per debiti contratti
con le banche ben presto fu costretta a disfarsi del gran patrimonio e
finì la sua vita in un ospizio per vecchi. Neppure i soldi per i
funerali; qualche persona pietosa pagò il Comune per un posto nell'umida
terra. E' bene che questo tu ancora non lo conosca, piccolo mio, perché
ancora non hai l'accesso per comprendere il senso del mondo. E per me è
meglio che tu apprezzi ed ami un fiore, quando risplende sul suo stelo,
anziché vederlo appassito al bordo del campo. Anche se questa è
la vita, tutto questo, almeno per ora, preferisco evitartelo perché
duri più a lungo la tua felice Età dell'Oro.
***
(riduzione di un racconto che attende
un editore)
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