LASSASSINIO DI GUIDO ROSSA

di   P ier L uigi B aglioni
bapilu@tin.it
 

La vicenda coinvolse due miei amici, Guido Rossa e Franco Berardi, morti entrambi tragicamente, il primo assassinato dalle BR e l’altro suicida (impiccandosi) in carcere. La vissi da vicino, con grande partecipazione. Rossa lavorava nel mio medesimo reparto, ‘officina di manutenzione’, di cui eravamo delegati, lui operaio io dei ‘colletti bianchi’, nel consiglio di fabbrica. Invece con Berardi nacque una simpatia ai tempi dell’autunno caldo del ’69 quando, insieme, affittammo le pecore da un pastore sardo delle alture genovesi, e le portammo davanti alla direzione generale dell’italsider perché gli impiegati della sede non partecipavano agli scioperi. Qualche anno dopo fece un viaggio turistico in Turchia con la famiglia, servendosi dell’Orient Espress. Qui avevano corso una brutta avventura restando per ore in balia di una banda di rapinatori e stupratori. Ho detto amici ma il sostantivo non è esatto. Non avevano comuni rapporti personali privati ma quelli tra compagni di lavoro e di sindacato. Amavamo conversare di politica, anche se non avevamo coincidenze di pensiero, io, del PSI, sostenevo Craxi. Loro, benché iscritti entrambi al PCI, avevano posizioni diverse; ligiamente berlingueriano Rossa, estremista filo-cinese Berardi.  Cioè Rossa era favorevole al ‘compromesso storico’ con la DC. Berardi decisamente contrario ‘al sistema capitalistico’ quindi alla DC per cui ci considerava entrambi dei revisionisti, quindi traditori dell’ideale marxista-leninista a cui egli si diceva fedele. Sosteneva che il mitra,  non le chiacchiere, facevano la rivoluzione e lo diceva tanto apertamente che in fabbrica ritenevano quelle idee di folklore politico innocuo, piuttosto che reale convinzione di prassi anche se la guerriglia delle BR stava seminando sangue. In sostanza egli giustificava le BR, mentre Rossa si diceva convinto (non so quanto intimamente) della formula ‘Brigate Rosse eguale Brigate Nere’.
   Verso la fine del 1978,  un mattino, passai dal consiglio di fabbrica per informarmi delle ultime novità sindacali. Tra delegati dei reparti ci intrattenevamo insieme agli ‘esentati’ (i distaccati a tempo pieno, tre per organizzazione) prima di cominciare il nostro lavoro in maniera risaputa e tollerata dai capi reparto. Quella mattina sopraggiunse nel capannello di operai un uomo trafelato che raccontò: "Ho visto un tizio che gira la fabbrica in bicicletta seminando volantini delle Brigate Rosse". Mostrò la copia del ciclostilato che teneva in mano: Il foglio era intestato con la stella sghemba a cinque punte inserita nel cerchio con la sigla laterale B e R. Il titolo incitava gli operai: "Attaccare il disegno controrivoluzionario del capitalismo nazionale nel suo cuore: la fabbrica. Sviluppare la lotta armata nel cuore della produzione costruendo a partire dalla fabbrica il partito comunista combattente e gli organismi rivoluzionari di massa". "Bisogna prenderlo!" comandò secco il segretario del CdF. Un gruppo uscì di corsa per dargli la caccia formando delle piccole squadre che si diressero in varie direzioni nell’interno della fabbrica. Chi verso il laminatoio, chi verso la cokeria. Io restai in consiglio affatto entusiasmato da quello zelo. Un gruppo lo sorprese e ‘catturò’.  Nel petto, sotto la camicia, aveva il pacco residuo dei volantini. Si trattava, appunto, di Franco Berardi l’estremista noto e sottovalutato. Dal ’69 in poi stava in prima linea nei cortei sindacali ma quale padre di famiglia (due figli) nessuno pensava si compromettesse col terrorismo eversivo. Personaggi con simili estremismi verbali erano frequenti nel movimento operaio, assai educato quindi vulnerabile dalla demagogia.
Lo portarono come un prigioniero nel CdF. Non era affatto spaventato, forse non si rendeva perfettamente conto della situazione. Lui si sentiva personaggio del caravanserraglio ‘fabbrica’ inviso ai piccoli apparatnicki intolleranti al dissenso; ma amato dagli operai perché era pur sempre una frangia della ‘classe’. In lui vidi il classico ‘compagno che sbaglia’, da fargli una lavata di testa, dargli un solenne ammonimento, e finirla lì.
Invece, interpretando pedissequamente le direttive  del partito, i delegati comunisti, Rossa in testa, chiesero di dare esempio di fermezza, dimostrare platealmente all’opinione pubblica che la ‘classe operaia’ era contro l’eversione e quindi la lotta armata. Berardi così divenne la vittima sacrificale di tale assunto politico, innescando una scia di sangue che coinvolse sei vite. La sua, Rossa ed i quattro della colonna Walter Alasia.
Convocato immediatamente, nel consiglio di fabbrica si accese una animata discussione. Contrapposti chi voleva l'immediata denuncia ai carabinieri e chi era per spegnere l'episodio senza drammatizzarlo. Io dissi nel mio intervento: "Franco lo conosciamo, è un esaltato. Sarà stato messo in mezzo da qualcuno più furbo di lui. Non roviniamolo". D’accordo erano i socialisti della Fiom, quelli della uilm, la Fim nella parte che si richiamava al Pdup. La discussione si accanì senza possibilità di conciliazione. Purtroppo il segretario comunista della sezione di fabbrica, Occhi, politicamente più avvertito e moderato, era in ferie (quando tornò mi disse che, con lui presente, le cose avrebbero avuto un'altra piega). Mancando il suo apporto prevalse la rigidità dei delegati comunisti. Insieme a Rossa andarono a denunciarlo al capo  della vigilanza interna. Io prima feci con Rossa estremo tentativo di persuasione: "Non transigere sulla linea della fermezza, considera e privilegia il rapporto di amicizia". Mi rispose secco: "La posta in gioco è troppo importante." Insistei: “Lo denunceremo in caso si renda recidivo. Quei volantini delle BR non comportano alcun pericolo di proselitismo, sono una accozzaglia di cazzate, che presa vuoi abbiano sugli operai?" "O non capisci o fai finta di non capire" mi gridò infuriato "Non è una marachella da perdonare o no. E’ un atto politico che va rintuzzato. chiaro?" A questo punto abbozzai e loro andarono in delegazione dal capo della vigilanza.
Questi dichiarò la pratica irricevibile: “dovete andare al comando dei CC, non da me” disse loro. Altra riunione del CdF per decidere il nuovo passo. Ripetendosi le stesse posizioni  inconciliabili, sciogliemmo seduta lasciando che ognuno si comportasse come credeva meglio ‘secondo coscienza’: “Se voi delegati comunisti volete denunciarlo, fatelo, ma da voi. Il CdF non c’entra”.
 Al comando dei carabinieri, finita la battitura del verbale, l'ufficiale, porgendo il documento chiese la firma dei presenti in calce. Gli operai non se l’aspettavano; credevano bastasse la formalità dell’esposto, non di sottoscriverlo personalmente. Il Tenente spiegò che non era possibile: "Occorrono le firme dei dichiaranti; la dicitura ‘un gruppo di delegati italsider non ha personalità giuridica". A questo punto vennero i ripensamenti decidendo di soprassedere alla denuncia. Comportamento che a Guido Rossa parve di viltà. Generosamente, impulsivamente, appose da solo la sua unica firma sotto il documento. Unico e solitario, col nome e cognome, firmò così la sua condanna a morte.
 Nei giorni successivi si rese conto del pericolo in cui si era cacciato. Feci con lui una ultima discussione alla mensa aziendale davanti alle maestranze. Mi stupivo che restasse in vista, continuasse una assurda normalità: “Ti rendi conto che sei un obiettivo? Vai al partito, fatti mandare in qualche posto meno agibile!” La prese come una intimidazione, una sconfessione e si arrabbiò. Dopo quel litigio non ci parlammo più se non con gli occhi. Notai da essi il cambiamento: non era più fiero e altero come il suo portamento d’intrepido alpinista l’aveva abituato. Lo vedevo spaventato dall’essere solo di  fronte alle reiterate minacce. Orgogliosamente se ne lamentò con nessuno,  ma il suo sguardo lo diceva a tutti.  Passarono due mesi terribili per ambedue perché anche io con la mia sincerità ero divenuto reietto, in odore di fiancheggiamento brigatista. Dovevo, come l’ipocrisia generale della fabbrica, encomiare il gesto ‘esemplare’ del compagno Rossa. In quel periodo ebbi persino il dubbio di essere controllato dalla polizia su segnalazione dei miei stessi compagni. Intanto Rossa riceveva nella cassetta delle lettere foglietti: 'delatore' 'infame'. E telefonate che gli annunciavano imminente la punizione.
  Il mattino della grigia alba dell’24 gennaio 1979 l'imboscata. Guido uscì da casa, come sempre, per recarsi sul lavoro. Dovendo timbrare il cartellino alle sette, partì tre quarti d'ora in anticipo per essere in portineria, cambiarsi gli abiti nello spogliatoio, e leggere L’Unità, prima di iniziare il lavoro. Aprì la portiera della vettura, sedette al volante e avviò inutilmente il motore. Il 'commando' BR apparve bruscamente ai vetri. Probabilmente prima degli spari volarono reciproche offese. Poi Dura lo fulminò scomparendo subito insieme agli altri facilmente avendo il loro covo molto vicino. Rossa venne trovato allungato sul sedile quasi volesse porgere le gambe agli assalitori. Ciò fece dire che volevano gambizzarlo, e non ucciderlo.
Quel mattino arrivando in officina notai capannelli di operai fermi in mezzo al reparto. Commossi e rabbiosi, disponevano sciopero e manifestazione di protesta.  Intuì il grave accadimento a Rossa. Me lo confermò un tanghero che in malo modo, col dito sotto il naso e la bava alla bocca, mi gridò:  "Sei contento? L'hanno ammazzato! Cacciati in ufficio, non ti far vedere!" come se il tutto fosse colpa mia! Davanti all’energumeno fuori di testa non alitai verbo: "Il partito della fermezza voleva il martire: L'ha avuto!" pensai.
Nei giorni successivi quei delegati che si erano recati al Comando dei Carabinieri sparirono dalla circolazione. Chi raggiunse parenti lontani, chi andò a lavorare in Cooperative emiliane. Il comandante della vigilanza, avendo scansato la responsabilità di affrontare personalmente il problema, cadde in disgrazia. Divenne il capro espiatorio aziendale.
Lo stesso anno 1981 morirono gli altri protagonisti della vicenda. Franco Berardi si impiccò in carcere. La colonna di Dura, intercettato il covo dalla Digos, venne sterminata durante l’irruzione dentro l’appartamento.

I N D I C E



 

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Data di pubblicazione marzo 2000
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