di Carlo
Oggiano
carloggiano@tin.it
Si
accorse all'improvviso che stava arrivando la notte. Il bosco era sospeso
in un istante irreale. I rumori che prima lo attraversavano, lo riempivano
con sonorità pulsanti, si erano spenti, allontanati come echi impalliditi.
Pensò di essersi perso. Si guardò intorno e notò che
tutto aveva qualcosa di familiare. In una radura scorse delle grosse piante
di nocciole che formavano come un quadrato, lasciando all'interno uno spazio
protetto, un tappeto d'erba racchiuso tra quattro mura. Gli sembrò
di riconoscere il nascondiglio segreto eletto a quartier generale dalla
banda di bambini con cui aveva trascorso tante estati. Lì dentro
ci si sentiva sicuri, invisibili al mondo, padroni di inventare qualsiasi
pazzo progetto. Poi attirò la sua attenzione un alto ciliegio selvatico.
Doveva già esserci salito da ragazzo. C'era un grosso ramo abbastanza
in basso da potercisi appendere balzando da terra con un po' di slancio;
dopo era facile incrociarci sopra le gambe e ruotare il corpo per trovarsi
a cavallo del ramo, e da lì, passando da uno all'altro dei numerosi
rami che via via si facevano sempre più deboli, salire quasi su
in cima, fin dove il peso poteva essere sostenuto. Ricordava chiaramente
il sapore dei frutti: un gusto asprigno, penetrante, che si spandeva nella
bocca appena schiacciava quei piccoli globi rossi, più nocciolo
che polpa. Ancora in là, dove il bosco si inerpicava e il terreno
era ricoperto da una bassa ma rigogliosa vegetazione, un punto gli fece
tornare alla memoria la meta prediletta delle sue escursioni solitarie.
Quel posto era sempre ricco di funghi dal bel colore giallo intenso, non
grandi ma carnosi, sodi; trasmettevano al tatto una deliziosa sensazione
di pienezza, di consistenza, come se la terra avesse voluto concentrare
in quei frutti tutta la sua sostanza. Erano ben celati dall'erba, dai cespugli
di molte varietà di pianticelle, dallo stesso muschio che l'umidità
faceva crescere alto. Doveva guardare con molta attenzione; una volta individuato
il primo si piegava in ginocchio e perlustrava con le mani tutto intorno,
forse più per entrare in contatto con la vegetazione fresca e frusciante
che per riportare un maggiore bottino a casa. Era sempre stato attratto
intensamente dalla terra, dai profumi dei prati. Si sdraiava bocconi con
il viso immerso nell'erba e sentiva che il suo corpo assorbiva gli effluvi
vitali che la terra emanava. Poi si girava e rimaneva sdraiato a guardare
il cielo, con la sensazione di trovarsi a grande altezza e di poter precipitare
giù in basso verso le nuvole se il suolo non lo avesse più
stretto a sé.
Oramai
il buio era quasi completo. Ma non provava nessun sentimento di paura.
Piuttosto un senso di serenità, di pace, la percezione di non essersi
propriamente smarrito; il sentore di essere arrivato dove da tempo desiderava
tornare, guidato da qualcosa o qualcuno, o più semplicemente dal
suo desiderio sempre vivo. Lo assalì una grande spossatezza; aveva
camminato tanto a lungo e sentiva che era arrivato il momento di riposare.
Entrò nel rifugio offerto dalle piante di nocciole e si sdraiò
sul muschio con lo sguardo rivolto al cielo. La notte era proprio arrivata.
Nell'oscurità intravide ancora una luce vivida che si andava smorzando;
gli sembrò una stella cadente. Poi cedette alla stanchezza e si
abbandonò tra le braccia del bosco.
Si soffermò
a guardarlo. Traspariva dal volto rugoso una letizia singolare. Si chiese
in quale posto meraviglioso fosse approdato. Una voce dall'altra estremità
della corsia la chiamò. Prima di avviarsi con il carrello dei medicinali,
alzò la reversina del lenzuolo e gli coprì il viso, per meglio
proteggere quella beatitudine.
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