L'Apprendistato


di Alessandra Libutti
alex@mask23.freeserve.co.uk

Brano tratto dal romanzo  <<Thomas Jay>>  di Alessandra Libutti

Non devo certo starti a spiegare, visto che mi conosci così bene, l'effetto che produsse in me quell'opera monumentale.
La lessi (non so come) in poco più di quattro settimane senza capirci quasi nulla. Ma mi scivolò dentro come un canto poetico, come quando da bambino ascoltavo mia nonna leggermi "La Divina Commedia", ed io, senza sapere di che parlasse, mi perdevo nel suono musicale delle parole e ne  avvertivo le tinte e gli odori.
Quella sintassi sontuosa ma infinitamente semplice mi aveva catturato nel suo continuo ripiegarsi e sbandolarsi senza un intoppo o una stonatura. E negli antri della "Recherche" mi persi completamente ed irrimediabilmente.
Aveva ragione Max a dire che mi avrebbe tenuto occupato per un bel po' di tempo. Non riuscivo a distaccarne il pensiero, e quando l'ebbi finita la ricominciai, e da allora non ho mai smesso.
Eppure, fu solo quando Max (una sera che avevo cenato con una foga eccessiva, impaziente di rimettermi a leggere, e declinato l'invito ad una partita a scacchi - cosa veramente inconsueta) mi tolse il libro dalle mani dicendo che era giunto il momento di scambiare quattro chiacchiere, che fui introdotto, come un adepto, nel labirintico mondo di Proust, finendo per capire quante cose, dopo quella mia prima affrettata lettura, avevo trascurato o mancato di afferrare.
A quel tempo, quando leggevo, ero ancora tutto intento a concentrarmi sulla storia, seguendo i fili della trama, tralasciando le parti che ritenevo noiose e trascinandomi tra capitoli che mi parevano insignificanti. Dostoevskij per esempio, che avevo letto fin troppo presto da bambino, l'avevo divorato saltando, senza timore, interi capitoli a pié pari.
Max invece m'insegnò ad infiltrarmi tra le intelaiature e ad addentrarmi nei grovigli dei lunghi dialoghi e di quelle che da principio mi parevano solo tediose descrizioni.
Mi svelò le architetture.
Quelle furono le prime "quattro chiacchiere" di una lunghissima serie che consumammo per lo più davanti alla scacchiera o passeggiando nei parchi, dando da mangiare a papere e piccioni, mentre l'universo intero si evolveva intorno a noi che lo esploravamo come davanti a un telescopio. E poiché io di cose ne sapevo ben poche, ma la fantasia non mi mancava, dovette essere proprio in una di quelle occasioni che un giorno presi a raccontargli una storia come avevo fatto anni prima con la nonna e la Lillina.
A Max piaceva ascoltarmi perché non avveniva di frequente che fossi loquace. Preferivo pittosto ascoltarlo in silenzio, ritenendo di avere più cose da imparare che cose da dire. Ma, con il tempo, notavo che mi ascoltava sempre più con interesse, tanto che riuscivo a catturare la sua attenzione al punto che se dovevamo interrompere perché la sera s'era fatto troppo tardi, mi diceva di tenere il seguito a mente, e il giorno dopo, buttava tutti fuori dalla lavanderia un'ora prima e saliva su dicendo: "Allora, come va a finire?" E siccome io come andava a finire non lo sapevo, perché per lo più improvvisavo, continuavo ad infilarci dentro nuovi personaggi conducendo la storia un po' dove mi portava, come se lei fosse già scritta da qualche parte ed io non ne fossi che il semplice narratore. In questo modo, riuscivo ad andare avanti per giorni e giorni e i miei personaggi entravano nell'immaginario di Max che me li ributtava là in continuazione, anche quando io me li ero già dimenticati perché ne avevo tirati fuori degli altri. Allora facevo un passo indietro e riprendevo a raccontare di questo o quello, là dove l'avevo lasciato, ramificando la mia storia in mille direzioni.
Quelle storie, che nascevano quasi dal nulla e si protraevano all'infinito, erano assurde e piene d'imprevisti e cose strane, perché non mi prendevo mai troppo sul serio e della mia immaginazione non avevo alcun timore. Inoltre potevano talvolta essere malinconiche ma mai tristi, perché Max mi piaceva vederlo sorridere e se dal sorriso riuscivo a condurlo fino alla risata, allora mi sembrava d'aver toccato il cielo con un dito. E da allora in poi, ogni volta che ho scritto, ho sempre cercato quel sorriso sul volto del lettore come la più gratificante delle ricompense, perché la tragicità della vita non è mai un fattore oggettivo: saper ridere di essa è come esorcizzare quel mostro che si cela dietro la nostra e l'altrui sofferenza.
Grazie alle mie storie, il mio rapporto con Max si reggeva su equilibri perfetti, e il nostro reciproco interesse si muoveva su ascisse e coordinate su cui tracciavamo i diagrammi del legame che ci univa.
Le sue parole erano mattoni che si ergevano dando vita all'edificio della mia conoscenza, aiutandomi a mettere a fuoco quello che già sapevo ma non capivo e spingendomi ogni giorno più in là.
Dopo quelle chiacchierate, allora, mi rituffavo sui libri con un'attenzione tutta nuova, dove dal caos nasceva l'ordine ed ogni pezzo sembrava trovare il suo posto.
La filosofia la incontrammo una domenica pomeriggio nel parco quando mi presentò Socrate, dicendo che era un nuovo amico con cui sarei andato certamente daccordo. Se ne stava lì con noi sulle rive di un laghetto mentre davamo da mangiare alle papere ed io mi ero tolto le scarpe e tuffato i piedi nell'acqua sebbene si fosse in gennaio.
Me lo descrisse come un buon tempone tutto taverna e paccate sulle spalle, sempre sbronzo e con un nasone a patata rosso, grassoccio e felice. Diceva al mondo intero che non sapeva niente e rivolgendo domande a tutti insegnava alla gente a pensare.
Io ridevo a crepapelle rincorrendo le papere e scivolando giù nell'acqua bagnandomi fino al collo, immaginando questo Socrate con la tunica e il barilotto a inventarsi la filosofia dal fondo di una bottiglia; questo Socrate Bacco pozzo delle contraddizioni e pieno di difetti, nullafacente, balordo e coerente, che aveva finito per bere la cicuta come il suo ultimo brindisi all'umanità.
Questo Socrate che comunque fosse esistito per me aveva preso forma attraverso le parole di Max;  inquadrato dall'alto, dal basso, da destra e da sinistra. Me lo sviscerò tutto come una commedia d'Arlecchini e Pantaloni, ma dicendomi tutto quello che c'era da sapere. E per anni avrei letto libri su libri cercando altro senza trovarlo, perché mai nessuno riuscì ad aggiungere nulla a quello che mi aveva detto Max sminuzzando briciole di pane nell'acqua.
Era il suo modo ironico, armonioso e passionale a farmi apprezzare e capire qualsiasi soggetto toccasse. Si occupava della mia educazione senza darmelo a vedere, trasformando la conoscenza in un grande gioco, facendomi ridere di tutto.
Se Sam ci avesse visti a me e Max, come eravamo e che cosa ci univa, e non mi avesse conosciuto quando Max era già sul letto di morte e io avevo passato tre anni nei riformatori a cercare di sopravvivere, si sarebbe intrufolato nella mia vita in un modo diverso ed io avrei forse potuto accettarlo. Ma per lui ero solo un ragazzino arrogante, maleducato e ribelle che non rispettava nessuno e rifiutava le regole e la disciplina. E non nego fosse vero ma non era tutta la verità; e lui, l'altra, avrebbe voluto tirarmela fuori con la forza piuttosto che con la tolleranza.
 


I N D I C E



 

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Pagina pubblicata il  15. 04. 2000
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