Crisi di uno scrittore

di Antonio Sirica
avv.as@tin.it

Il foglio è bianco.
E tale resterà: candido, immacolato. Almeno per oggi. Qualcosa è successo, qualcosa è cambiato. Quelle grandi porte d'oro che sempre sono state aperte per me, ora si sono improvvisamente chiuse. Nemmeno in sogno riesco più a raggiungerle. Sono preoccupato: dov'è finita la mia fantasia?
In fondo che cos'è uno scrittore senza fantasia? Di fantasia ho vissuto, fantasia ho mangiato, fantasia ho bevuto... e ora, cosa farò? Prima mi bastava mettermi a sedere davanti alla mia macchina da scrivere, il tempo di infilare un foglio, e già un'idea era sbocciata nel fertile campo della mia mente e come per magia le mie dita cominciavano a battere il titolo di un nuovo romanzo. Ma ora sono qui, a gingillarmi con questo tazza di caffè, vuota. Come la mia vita.
Io... non posso più resistere! Devo capire, devo sapere. So che esiste. E' qui da qualche parte, in questo infinito universo, o forse oltre, il mondo della fantasia. Ci sono stato, e ho visto l'impossibile divenire realtà: ho volato sulle ali d'oro dei Grandi Draghi, ho danzato insieme alle ninfe d'acqua, mi sono abbeverato nel lago dove nasce l'arcobaleno. Ricordo perfettamente di aver attraversato verdi boschi in compagnia di una bambina dal cappuccio rosso. Mi sembra quasi di sentire ancora addosso il profumo delle nuvole, mentre vi sfrecciavo attraverso come solo il Cavaliere di Pegaso può fare. Dov'è finito tutto questo? E la slitta di Babbo Natale? E quella strega col suo gatto nero? E il sorriso del gatto parlante? Svanito, tutto, come un bel sogno dopo un triste risveglio.
Dove, se non là, ho potuto incontrare quei personaggi per cui nessuno ha ancora intrecciato una storia? Là, nelle gole profonde scavate dai fiumi, ho sentito riecheggiare melodie che nessuno ha ancora cantato. Là, la luce che si riflette negli stagni rimanda immagini che nessuno ha nemmeno abbozzato. Raggiungere quel mondo è difficile, e non tutti possono farlo. Lo so, perchè io ci sono stato. E' lì che andavo quando avevo bisogno che il demone dell'ispirazione si impossasse di me, accelerando i battiti del mio cuore, scatenando una tempesta di brividi lungo la mia pella, resa ruvida come carta vetrata. Quello è il mondo dalle porte d'oro e a me bastava chiudere gli occhi per raggiungerlo, ma ora... mi sembra quasi di essermi smarrito... di aver perso la strada.
Ricordo che una volta raggiunsi quel mondo seguendo un lamento, giù, lungo i dedali di una grotta argentea che si insinuava nelle viscere della terra. Scesi a inimmaginabili profondità, fino al cuore del mondo e lì, in mezzo alle rocce luccicanti ho visto tutti quei personaggi che ho creato ma che non hanno mai avuto la loro storia, tutti i miei racconti spezzati, tutti i miei sogni nel cassetto. Stavano tutti lì, in silenzio, con lo sguardo fisso su quel fuoco blu che sembrava fatto d'acqua: improvvisamente hanno alzato gli occhi su di me e ho sentito le ossa congelarsi: non c'era odio in quegli occhi, non c'era rabbia in quegli occhi. No, c'era solo un'enorme, eterna tristezza. Mi sentii improvvisamente a disagio e la terra venne a mancarmi sotto i piedi, mentre la mia essenza cominciò a espandersi e il mio corpo svaniva, insieme con i mostri della mia mente e l'ultima cosa che vidi fu quella grotta vuota, e tutte quelle stalattiti che gocciolavano, e pareva piangessero, per loro e per me.
Ma nonostante quell'incidente ho sempre saputo di essere bene accetto nel mondo dalle porte d'oro. Ci sono state volte in cui ho creduto di essere nato lì, e non qui. E forse è così: magari quella era davvero la mia terra natale. Altrimenti perchè sento questo male sottile che aleggia nel mio petto, tutt'intorno al mio cuore, questa feroce nostalgia che mi strazia così lenta... Io non sono come gli uomini grigi che si affannano in questo mondo correndo dietro fantasmi eterei, spinti dagli idoli di falsi dei. Con loro non sono mai stato a mio agio, e non sono mai potuto essere me stesso. Mi sento come estraneo, uno straniero in un posto sconosciuto, incomprensibile, l'inviato di un altro mondo, spedito qui per portarvi una briciola di fantasia, un frammento di sogno...
Ma, un attimo. Ci sono! Il sogno: è un ricordo vago, l'ultimo che ho della mia patria, è un sogno... no... forse è un incubo.
Mi intrattenevo con delle fatine. Svolazzavano intorno a me, curiose, scatenando una tempesta di domande che scoppiavano furiose nella mia mente, annebbiandola: il mondo, il mondo degli uomini, che cos'è? Questo volevano sapere. Non volevo rispondere, non dovevo rispondere, ma i loro bagliori di un colore indefinibile, il loro movimento vertiginoso, le loro voci acute come aghi che mi penetravano direttamente nel cervello mi avevano intontito, e aprii loro la mia mente.
E' stata quella l'ultima volta che sono stato nel mondo dalle porte d'oro, poi quegli esseri fantastici le hanno chiuse e sprangate. Posso capirli: a chi piacerebbe sentirsi raccontare storie piene solo di odio senza scopo, di ingiustizie senza legge, di morte senza vita, di esseri senza sentimento, che vivono in mezzo a montagne di cemento e fiumi di letame, sotto il girigiore di un cielo che minaccia di caderti addosso in ogni momento.
Guardo la tazzina, ma il liquido rimasto sul fondo non mi suggerisce niente: è solo caffè. Sento da lontano una canzone, ma non è altro che un susseguirsi di note. Le nuvole immobili nella volta del cielo non sono altro che vapore acqueo condensato. Il sole sta calando, e le ombre sono così piatte e i colori così opachi. Allora voglio fuggire. Chiudo gli occhi, ma c'è solo il buio. Non ve ne andate! Non lasciatemi qui! Aprite le porte, anche solo di un soffio, e permettetemi di scappare con voi!
Mio Dio, cosa ho fatto? Che ne sarà di questo mondo, senza la fantasia? Che ne sarà di me, senza la fantasia? Cosa mi distinguerà dagli uomini grigi che incrocio per le strade della città? Cosa farò quando andrò a sbattere contro il muro della realtà? Come mi salverò? Tanti interrogativi, nessuna risposta.
Il mio ultimo pensiero è per l'autore maldestro di questo scalcinato racconto che è il mondo, per quel povero scultore che intaglia un ciocco di legno con un temperino spuntato, per quello che chiamiamo Dio. Lo so, io come tutti gli altri, sono solo una marionetta nelle sue mani, un attore che recita la sua vita, sullo squallido palco del mondo, ma la nostra storia non piace a nessuno, e nessuno ride per noi, nessuno è felice per noi.
Che cos'è il mondo, ora? Sento che sta per finire. Il racconto è giunto all'ultima riga, e mi sembra quasi di scorgere la scritta "FINE" avvicinarsi minacciosa... Ma, un momento! Forse non tutto è perduto: "Che cos'è il mondo?" Solo un'ultima immagine, un'ultima metafora. Solo una. Il mondo è come... è come... è come...
 
 

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Ultimo aggiornamento: 15. 04. 2000
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