di P ier
L
uigi
B
aglioni
bapilu@tin.it
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Il ‘samizdat’ è una pubblicazione clandestina (dal russo "edizione in proprio") nata durante la dittatura comunista nell’ex URSS ad opera di autori russi dissidenti. Cominciò a diffondersi negli anni Cinquanta e durò fino alla nuova politica introdotta da Michail Gorbaciov nella seconda metà degli anni Ottanta, chiamata ‘perestroyca’. Con essa vennero pubblicati molti testi prima sequestrati dal KGB di cui l’esempio più famoso è certamente (sul piano letterario) ‘Il dottor Zivago’ di Pasternak e (sul piano politico saggistico) ‘Ho scelto la libertà’ di Kravchenko. Dattiloscritte in carta carbone su fogli sottili da ottenerne un alto numero di copie (l'uso delle fotocopiatrici era rigidamente controllato), venivano passate di mano in mano clandestinamente. Alla maniera delle catene di Sant’Antonio il materiale pubblicato (narrativa, poesia, giornali, opere storiche, saggistiche e religiose) circolava sotterraneamente senza però dare alcun riscontro economico e di notorietà agli autori che anzi per non correre rischi o non firmavano o usavano pseudonimi.
Questa imposizione il cui acme venne raggiunto col Ministro della Cultura Zdanov (equipollente al nostro Starace durante il fascismo) assoggettava ogni tipo di creazione artistica all’agiografia e propagandismo del partito dominante, creando un sinedrio di vassalli culturali al regime che inglobava tutta l’ufficialità degli operatori culturali. Chi non si piegava passando la forca caudina della più pedissequa omologazione non aveva speranza alcuna non solo di emergere o quanto meno di farsi conoscere ma anzi, di andare in galera. Restando in Italia si spiega così l’aderenza al fascismo di giovani promettenti artisti (che poi divennero l’intellighenzia comunista) che avevano nei Litorali la possibilità di prorompere e quindi pubblicare.
Sapete perché mi vengono alla mente tutte queste considerazioni sul ‘samizdat’, e gli scrittori di regime? Perché molti aspetti di quel clima si sono imposti, nel nostro paese, anche con il ritorno alla libertà e la riconquista della democrazia. Pare un paradosso ma non lo è. Prendete la letteratura di paesi che non hanno conosciuto dall’ottocento ad oggi dispotismo dittatoriale come l’Italia. I romanzi sono opere narrative che raccontano storie e intrecci che hanno il fine di avvincere alla lettura. Difatti i best seller abbondano e da essi si traggono ottimi film di successo. Da noi no: non importa cosa si scrive, importa ‘fare letteratura’. Se negli Stati Uniti un libro come ‘Orcino Orca’ sarebbe respinto dagli editori perché fuori mercato, in Italia sono queste le opere che si stampano considerando indegne quelle che vanno incontro al gusto popolare dei lettori.
Si premia l’organicità culturale o l’estetismo accademico in una alleanza tra intellettualità omologata nel quadro di ‘fare tendenza’ oppure formare la ‘coscienza democratica’ e ‘antifascista’. Cioè viva Tabucchi e Busi mentre si dimenticano i nuovi autori che continuano il filone di Dino Buzzati e Corrado Alvaro. Da parte sua il governo della sinistra, guidato da un ex comunista, professa la politica culturale enunciata dal ministro Melandri in una lettera aperta 'ai giovani talenti' riportata da Repubblica (14 maggio 1999) nel 'convegno sul futuro degli artisti italiani' (Sala dello Stenditoio di San Michele a Ripa, luglio 1999). Partendo dal presupposto di "cinquanta anni di deserto nelle politiche a favore della creatività ha reso muto il mondo dell'arte" esponendo la volontà di riparare propone una serie di interventi che sono la solita aria fritta: cioè aiuti e soldi dati a artisti già affermati con spirito clientelare alla maniera delle consulenze per arricchire ‘i nostri’. A sua volta Maria Concetta Scoca, nuovo sottosegretario della Melandri nominato per fare spazio nel governo a Mastella (dopo il suo salto della quaglia da destra a sinistra), constatato che in Italia si vendono pochi libri chiede agli imprenditori di allegarne uno in omaggio mensilmente insieme allo stipendio o busta paga (naturalmente quelli dei pupilli editi che ogni anno sfornano graziose quanto illeggibili cagate da salotto).
Quindi non promuovere la creatività dei soliti spompati, bensì scoprire quella dei nuovi ignoti ma validi talenti dando loro il mezzo, il veicolo, per farsi conoscere e apprezzare. Fino a che i premi letterari per inediti chiedono tasse di iscrizione esose e anche se vinti lasciano il tempo che trovano. Fino a che le piccole case editrici domandano agli esordienti condizioni capestro per pubblicare libri… non resta che il classico ‘samizdat’ reso oggi più facile oggi dal computer e la stampante. Un ‘cane sciolto’ della narrativa ha trovato voce in codesto sistema. Però, diciamoci la verità, è molto triste!
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