La bestia umana (Emile Zola)


di Marcello Bartolacci
breadandwine@libero.it

In un'estate torrida decisi di leggere un romanzo, così mi avviai alla fornitissima edicola del lungomare; alcuni libri esposti nello scaffale, i best-seller americani che tanto andavano di moda ed i più interessanti libri tascabili a poco prezzo, tra questi scelsi la bestia umana non per scelta culturale, ma perché quel titolo mi colpì immediatamente con la sua crudezza.
Mi ricordavo appena di questo autore che fino ad allora era solo un nome letto sui libri del liceo scientifico, o sulla gazzetta dello sport per il suo omonimo calciatore.
La bestia umana, un titolo forte, violento ed il romanzo dà ciò che il titolo lascia immaginare.
La bete humaine è pubblicato nel 1890 quando Emile Zola era già uno scrittore affermato, ed in un certo senso questo romanzo chiude un ciclo narrativo <<storia naturale e sociale di una famiglia sotto il Secondo Impero (serie dei Rougon-Macquart) costruito con geniale coerenza da realista quale era Zola.

<<...questa è la mia occupazione più importante io studio la gente con cui questo personaggio avrà a che fare, i luoghi in cui dovrà trovarsi, l'aria che dovrà respirare, la sua professione, le sue abitudini...

Ma non è solo il realismo che coinvolge il lettore, ma la vivisezione che l'autore fa dei suoi personaggi ed il simbolismo profondo che attraversa tutto il libro sotto forma di locomotiva.

Il treno sarà la grande metafora di tutto il libro, ne scandirà il tempo e ne rileverà i momenti salienti dell'amore e della morte fino all'inevitabile conclusione della macchina lanciata in folle corsa senza conducente.

I personaggi sono travolti da passioni così forti che non possono non coinvolgere il lettore.

<<... Subito, fin dal primo momento, quasi senza parole, fu lei che l'attirò a sé, che lo forzò a prenderla. Non lo aveva previsto. Quando lui era arrivato, non sperava più di vederlo, ed era stata travolta dalla gioia inaspettata di tenerlo tra le braccia, in un improvviso e irresistibile bisogno di essere sua, senza calcolo né ragionamento. Era così perché doveva essere cosi. La pioggia cadeva con sempre maggior violenza sul tetto della rimessa, e l'ultimo treno di Parigi, che entrava in stazione, passò, urlando e fischiando, facendo tremare il terreno.

Jacques, alzandosi, udì con sorpresa lo scrosciare della pioggia. Dov'era? E, sentendo per terra, sotto la mano, il manico di un martello, che aveva visto poco prima, fu inondato dalla felicità. Allora l'aveva fatta, aveva posseduto Séverine e non aveva impugnato quel martello per spaccarle la testa. Era stata sua senza lotta, senza che si scatenasse in lui la brama istintiva di ucciderla e di caricarsela sulla schiena, morta, portandosela via come una preda strappata agli altri. Non sentiva più quella sete di vendetta per le antichissime offese delle quali aveva perduto perfino il ricordo, quel rancore accumulato di maschio in maschio, fin dal primo tradimento, nel fondo delle caverne. No, il possesso di quella donna era stato di un formidabile incanto; lei lo aveva guarito perché lui la vedeva diversa da tutte le altre donne: violenta nella sua debolezza, intrisa del sangue di un uomo che le faceva come una corazza di orrore. Lui, che non aveva mai osato uccidere, ne era dominato. E fu con tenera riconoscenza, col desiderio di fondersi in lei, che la riprese tra le braccia.

<<..."Perché, Dio mio, perché?"
Lui calò il pugno, e il coltello le strozzò la domanda in gola. Colpendo, aveva girato l'arma, per un irresistibile bisogno della mano: lo stesso colpo assestato al presidente Grandmorin, nello stesso punto, con la stessa furia. Séverine aveva gridato? Non lo seppe mai. In quel momento, passava l'espresso di Parigi, così violento, così rapido, che il pavimento ne tremò, e lei era morta, come fulminata in quella tempesta.
Immobile, Jacques ora la guardava, stesa ai suoi piedi, davanti al letto. Il rumore del treno si perdeva in lontananza, e lui continuava a guardarla, nel pesante silenzio della camera rossa. In mezzo alle cortine rosse, alle tende rosse, per terra, perdeva molto sangue: un fiotto rosso le ruscellava tra i seni, si spandeva sul ventre, fino a una coscia, ricadeva sul pavimento in grosse gocce. La camicia, strappata a metà, ne era intrisa. Non avrebbe mai creduto che avesse tanto sangue. E quello che lo tratteneva lì, a fissarla, ossessionandolo, era la maschera di abominevole terrore che, nella morte, aveva assunto quel volto di donna, così bella, così dolce e docile. I capelli neri si erano drizzati in un casco d'orrore, nero come la notte. Gli occhi di pervinca, smisuratamente sbarrati, supplicavano ancora, smarriti, terrificati dal mistero. Perché, perché l'aveva uccisa? Era stata stritolata, travolta dalla fatalità del delitto, ignara che la sua vita fosse rotolata dal fango nel sangue, e tuttavia ancora tenera e innocente.
Jacques si stupì. Udiva un ansimo di bestia, un grugnito di cinghiale, un ruggito di leone, ma si tranquillizzò: era lui, lui che respirava di sollievo. Finalmente! Finalmente! Era appagato, aveva ucciso! Sì, lo aveva fatto. Si sentiva trasportato da una gioia sfrenata, da un godimento sconfinato, nella piena soddisfazione del suo eterno desiderio. Del gesto compiuto provava un orgoglio sorpreso, una rafforzata fiducia nella sua supremazia di maschio. Aveva ucciso la donna, e ora la possedeva, come da tanto tempo desiderava possederla, completamente, fino all'annientamento

<<... Quel corpo delicato, così bianco, macchiato di rosso, era lo stesso rottame, il burattino rotto, lo straccio informe che una coltellata fa di un essere umano. Sì, era proprio cosi. Egli aveva ucciso, e per terra c'era quella stessa misera cosa. Come l'altro, era caduta, ma sul dorso, con le gambe divaricate, il braccio sinistro ripiegato sul fianco, il destro storto, mezzo staccato dalla spalla. Non era stato proprio quella notte che, mentre il cuore che gli batteva a grandi colpi, si era giurato di osare anche lui, in una bramosia di delitto esasperata come una concupiscenza dallo spettacolo dell'uomo sgozzato? Ah! Non essere vigliacco, appagarsi, affondare il coltello! Oscuramente, quel seme aveva germinato in lui, era cresciuto: da un anno, non c'era stata un'ora senza che quella bramosia non lo avesse spinto verso l'inevitabile. Anche tra le braccia della donna, sotto i suoi baci, il sordo lavorio procedeva e si completava, fino a che i due delitti si erano raggiunti: l'uno non era forse la logica conseguenza dell'altro?

<<... Che importanza avevano le vittime che la locomotiva travolgeva nella sua corsa? Non si precipitava forse verso l'avvenire, incurante del sangue versato? Senza conducente, in mezzo alle tenebre, come una bestia cieca e sorda, correva verso la morte, carica di carne da cannone: di quei soldati, abbrutiti dalla stanchezza, e ubriachi, che continuavano a cantare.

Il finale, conclusione della grande tragedia, avvolto nel simbolismo della locomotiva, ci mette di fronte, condensato in una potenza narrativa unica, tutti gli argomenti, le riflessioni ed i sentimenti che l'autore vuole lasciarci; l'uomo, la sua società, le sue scelte ed il suo destino.

Dopo aver letto la bestia umana mi sono profondamente appassionato di questo autore, e credo che molti altri suoi romanzi potranno coinvolgere i lettori: Germinal, Nanà, l'ammazzatoio etc.

Perché leggere questo libro?

Per la passione che travolge.

I N D I C E




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Pagina pubblicata il 15. 04. 2000
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