927 passi 
di Luca Di Persio
ldipers@tin.it

 di MaOgni sera usciva.
Alle 18.15 in punto.
Scacchi.

Chiuso nel suo cappotto logoro, scuro,
di un blu qualsiasi ma caldo, andava via. alle 18.15. per la strada.
In punto.
Ogni sera.

927 passi,
li faceva alla svelta, ma con cadenza ripetuta e scrupolosa, per misurarli, ognuno, senza che alcuno di loro potesse sfuggirgli. Se avesse avuto più memoria li avrebbe chiamati per nome. Quei passi.

Per via Shadonery, poi per via Glosser, e ancora per vicolo Moneroux, andava.
E facce qualsiasi spente da un'altra vita mai vissuta, vedeva, dal suo cappotto, insoddisfatte ripetersi all'infinito ogni sera.
3 ristoranti di pesce, poi, accendevano le insegne.
Lampioni dietro di lui, ed i suoi passi infilati in nubi di vapor d'acqua, respiri invernali di quelle facce qualsiasi. Insoddisfatte.

Via Couldonet, numero 35, terzo portone:
2 piani di scale ed un silenzio rispettoso ad accoglierlo, paziente, permissivo solo verso gli affanni un po' rumorosi di lui, che nel suo cappotto inumidito ne turbava la quiete perfetta.
Come un tè alle cinque e non un minuto dopo, 36 scalini e non uno di più.
Poi la porta di noce scuro e tre mandate che l'aprivano: scacchi.
Ogni sera giocava a scacchi con il signor Valdoler. Da sempre, forse.
E ogni sera perdeva. Da sempre.

"64, oggi."

64 mosse per finire lì, in quel punto del tempo in cui s'arrestava ogni altra attenzione per il mondo, tutto perfettamente immobile e fermo tranne quell'unica consapevolezza: aver perso il re, nero, ancorato ad uno dei 4 angoli della scacchiera. E vederlo lì,  - come tu solo puoi vederlo -

Pausa.
Silenzio.

Poi si alzava, due piani di scale al ritorno, tre mandate dietro di lui, 927 passi:
Casa.

"64. stavolta 64 mosse per perdere".

E lui le segnava.
Ieri 58,
ieri l'altro 86.
Oggi 64.
In un diario segnava quei numeri, al buio, in cucina. Sempre con la stessa attenta amorevolezza.
Ogni pagina del diario un giorno. Un numero.
Eppure, un quaderno bianco, all'inizio quel diario era stato un quaderno  perfettamente bianco.
Poi ogni anno, in un giorno qualsiasi, le pagine del quaderno, perfettamente bianco, prendevano un nome, divenivano un giorno che sarebbe sorto  - poi -  e sarebbe stato - poi - come gli altri -  poi - , ma diverso anche, sempre un po' diverso in qualcosa.

- come le onde, lo sono anche i giorni e tutto quello che si ripete, e si ripete, e si ripete -

Scritto in bella evidenza sul margine destro, quelle pagine avevano la data, completa, in bella grafia.
Ogni foglio un giorno. Un mese. E un numero, appunto.
64, oggi.

- Ossessione -

Così l'avevano chiamata. Una volta.

Era lì, nella sua cucina quasi buia, ogni tanto,
e ricordava lo sguardo perso di lei, a cercare il centro nervoso del tempo, per toccarlo proprio lì e paralizzarlo.
Chissà perchè.
Annalisa, si chiamava. Lei.
Era seduta vicino alla finestra, e i suoi occhi sempre e ovunque cercavano il centro del tempo, lo cercavano all'inizio di ogni onda, difficile trovarlo, perchè rapiti dal movimento continuo del mare lì si perdevano, sempre;
proprio in quel mare, come una rincorsa senza fine, mai smettevano di scrutare, spiare, cercare, e alla fine ci morivano. Proprio in quel mare. Lì dentro, morivano.
Vuoti, sembravano. A lui sembravano meravigliosi vuoti di cristallo, quando li fissava quegli occhi, gocce di quel mare che vedevano. - come solo loro potevano vedere -  E a forza di vederlo erano diventati acqua pura, certo, acqua pura e verde e trasparente. Per lui, accanto alla finestra, sempre persa in quel mare, lei era bellissima.

Ma l'avevano chiamata in un altro modo, gli altri; l'avevano chiamata - pazzia -

Non c'era un mare, per gli altri. Un mare senza fine in cui svuotare il proprio sguardo, e mischiarlo alle onde per spiarle dentro, dal basso, e cercarne l'inizio e con l'inizio il centro nervoso del tempo, e colpirlo lì e paralizzarlo. E poi vivere insieme per sempre.
Non era vero.
E dalla finestra non si vedeva il mare.
Gli altri non lo vedevano mai. Nemmeno lo sentivano portare dolcemente l'acqua sulla riva. Tutti i giorni.
- Ossessione -
- Pazzia -
- Tumore al cervello -

:- Quanti giorni le rimangono, dottore?
- pochi -
- Quanti?-
- pochi -
- Quanto pochi, dottore? -
- .... -
- Quanti? -
- qualcuno -

Alle 18.15 usciva, ogni sera. Quindi.
Scacchi.
La finestra era sempre lì, su quel mare.
Nessuno lo accompagnava con lo sguardo, ormai, da tempo, non più.
E lui usciva.

Cercava gli occhi di lei, persi lì dentro,
in quel mare,
e cercava - poi -  il centro del tempo per colpirlo e paralizzarlo.
L'inizio di ogni onda era lei, lo sapeva, trovare quel mare era ritrovarla, e poi sarebbe bastato bloccare tutto, -  ma non era facile, bisognava cogliere il tempo di sorpresa, e colpirlo, colpirlo, colpirlo -

Scacchi.

Le facce sconfitte dall'amarezza, come onde di quel mare s'infrangevano stanche alle prime luci della notte, ogni sera di ogni giorno.
Quello era il mare. Grigio. Lo trovava sempre come lei dalla finestra della cucina.

Per il tempo, poi, era diverso:

"oggi dopo 64 mosse si è bloccato, e ne ho visto il centro nervoso, palpitante, senza il mondo attorno, sola all'angolo della scacchiera ho visto lei, era bellissima come sempre, alla finestra.
Domani tenterò ancora di colpirlo.
Mi manchi ".

Ferma in un angolo della scacchiera la sua vita ogni volta rinasceva morendo, come le onde del mare.

Il suo mare.
 



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Ultimo aggiornamento: febbraio 2001
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