Non oggi

racconto di Cristina Alvisi - (15 Gennaio 1997)


Alle sei del mattino la sveglia suonò ed il trillo insistente e freddo come il metallo le lacerò le membrana dei timpani. Il braccio si protese a raggiungere quell’infernale marchingegno e con un colpo di mano zittì la sveglia. Indugiò sotto le coperte. Fuori il buio ancora predominava all’incerto chiarore che con discrezione andava a sbiadire l’oscurità del cielo, ed il freddo doveva essere notevole visto i vetri della finestra umidi.
Maria si stropicciò gli occhi, si girò sull’altro fianco quasi a voler indugiare il momento di alzarsi poi, come un serpente, sgusciò finalmente fuori dalla sua nicchia. Al buio sprofondò i piedi nelle fredde ciabatte come sonnambula strascicò sino alla cucina. La luce al neon, bianca e asettica, le si gettò in pieno viso e la risvegliò più di una doccia fredda. Buttò l’occhio sul secchiaio - ancora i piatti da lavare - e intontita, in quella babele di pentole, andò alla ricerca della macchinetta per il caffè. C’erano giorni che tutto questo le dava un senso di nausea, giorni come quelli in cui il quotidiano annullava la sua vita, annullava il sole, la gioia e tutto quello che di buono o cattivo poteva succedere.
Seduta, con i gomiti appoggiati sul tavolo, sorseggiò con profondo senso di distacco il caffè, fissando dinnanzi a sé il calendario appeso alla parete. Con la mente sfogliò i giorni, i mesi passati e quelli a venire. Gli anni si erano accumulati sulla sua pelle come strati di vernice, incollati come carta moschicida, e staccarseli di dosso era pressochè impossibile. Il libro della sua vita aveva ormai le pagine ingiallite e lacere, consunte dal tempo inesorabile e dall’eccessivo uso. Tutto dentro le pesava: il suo corpo, la sua esistenza, il tempo che passava veloce ma nel contempo con la lentezza e la pesantezza di un elefante. La sua mente era un contenitore di pene e sofferenze, di precarietà e tristezza. Da molti anni non c’era più posto per un sentimento diverso da quelli, per una gioia, un sorriso non visibile ma più profondo. Troppi guai, troppi dispiacere... troppa amarezza... ed ora, ad infliggere ulteriormente, dopo un anno e mezzo di cassa integrazione anche senza più un lavoro. Che altro le restava? Oltre la propria disperazione? Certo la liquidazione, per dodici anni lavorativi l’avrebbero risarcita con dieci forse dodici milioni, magari di più - con i decreti che cambiano dal giorno alla notte chi può mai saperlo - pensava. Ma che erano in fondo... pochi spiccioli in confronto, quando ogni mese doveva pagare 900 mila lire d’affitto, le bollette, la spesa... ed inoltre era sommersa di debiti, debiti che il marito le aveva lasciato prima di scappare con quella donna, probabilmente sua amante già da tempo. Se non trovava in fretta un altro lavoro non sarebbe riuscita a sopravvivere per molto, sino a quel momento era riuscita unicamente a sbarcare il lunario, come avrebbe potuto, diversamente, pensare di farcela? Sola al mondo, abbandonata dal marito e senza più speranze. La situazione non offriva favorevoli prospettive.
8.30. Il lavello era ancora traboccante di tegami e piatti sporchi, la tavola sommersa di panni da stirare. Guardandosi intorno, Maria provò un rigurgito d’ansia, la voglia disperata di strapparsi di dosso, come strato di pelle spesso e pesante, quel senso di esasperante sgomento e dissoluzione, di liberarsi di tutti i suoi travagli in qualche modo, perché in quello stato proprio non ce la faceva più.
Le mani ora le nascondevano il volto e le lacrime le scendevano copiose lungo quei piccoli solchi, grinze inflitte non dal tempo ma dalle eccessive penanze. Socchiuse gli occhi e abbandonò la testa sul tavolo. Ormai anche le lacrime si erano esaurite, dentro di lei non c’era rimasto più nulla se non il vuoto.
Avrebbe voluto restare cosi per sempre, immobile, immersa nei propri sogni, magari piacevoli… ma pure di quelli non ne aveva, non vi erano ricordi che valessero la pena d’essere richiamati, poiché una vita come la sua non lasciava speranze. Nulla v’era di buono e piacevole, ogni momento vissuto era da rimuovere, l’intera sua esistenza da annullare. I ricordi sono per coloro che possiedono qualcosa.
Si fregò gli occhi e con uno strofinaccio cancellò anche quegli ultimi segni di tale immane disperazione. Neppure quello sfogo era valso a recarle un po’ di sollievo, ma ci voleva ben altro oramai per sollevarla da quell’inferno nel quale era precipitata e questo lo sapeva, si rendeva conto che a quel punto tutte le sue forze l’avevano abbandonata, che non c’era rimasto più niente, neppure un briciolo di vana speranza. Si sentiva finita, succhiata di tutto sino al midollo e quello che vedeva, da quel momento in poi, era un buio tunnel, orrendo e minaccioso… in quell’istante le sembrò d’impazzire, impazzire di dolore e provò soltanto una gran voglia di farla finita per sempre. Sì, desiderava morire, ma come? Si guardò intorno con occhi lividi ed esagitati, come un pazzo in preda ad una crisi. La disperazione gliela si leggeva in faccia… e come poterla biasimare in fondo? Non era stata certo lei a decidere che la sua esistenza fosse un tale travaglio, che male poteva aver mai fatto – si domandava – per meritarsi un simile castigo?
Mille indicibili pensieri le si insinuarono nella mente, possibili scappatoie per liberarsi da tutto e potersi alfine sentirsi più leggera. Che sollievo – s’immaginava – quando ogni cosa sarebbe cessata ed il nulla, la fine, la pace l’avrebbe trascinata con se. Si alzò dalla sedia, ammucchiò la tazzina vuota al resto delle pentole sporche, poi aprì lo sportello della credenza, afferrò una scatola di metallo contenente medicinali e con lentezza di rassegnazione frugo tra quegli involucri e flaconi e ne tiro fuori una scatola di Tavor. Se la rigirò fra mani tremanti, sguardo fisso, viso terreo… sapeva quali ammorbanti pensieri la sua mente stesse congetturando. Aprì quella confezione e ne estrasse il contenuto già iniziato spargendolo sul tavolo. Non si ricordò in quale circostanza avesse mai fatto uso di tali medicinali, per quanto era facile ipotizzarlo, in un momento in cui il peso dei propri pensieri avevano reso le sue notti insonni.
Mise in fila quindici di quelle pasticche davanti a se, accanto ad un bicchiere colmo d’acqua, e stette li, immobile a lungo, ad osservare con occhio vitreo il tutto, ormai lontana, oltre l’abisso. Li stava tutta la sua vita ora, il suo destino, l’unica alternativa, l’ultimo espediente… racchiusa in quelle bianche pastiglie, come mentine per la gola, la risposta a tutti i  suoi problemi.
Sarebbe stato questione di un attimo, l’estremo sforzo e poi senza nemmeno rendersene conto… il grande salto, il sonno profondo, la pace eterna.
D’un tratto rumori lievi provennero oltre la stanza, la porta cigolante si aprì e due piccoli occhi ancora assonnati fecero capolino attraverso la scarmigliatura. Maria guardò quella presenza con espressione di sconfitta: aveva i piedi scalzi e le maniche del pigiama, solitamente rimboccate, gli erano scese sino a nascondergli le manine. Luca, suo figlio, tre anni e un mese, le andò incontro emettendo un profondo sbadiglio e, arrampicandosi sulle gambe, le sali in braccio.
- Ho fame, mamma –
- Ti sei svegliato presto… Adesso ti preparo qualcosa – gli rispose flebilmente in un afflato di indicibile tristezza, e lo baciò teneramente.
Luca buttò l’occhio sul tavolo.
- Che sono, ma’, caramelle?… posso mangiarne una? eh, ma’, posso?
- No tesoro, non sono caramelle. Sono per la mamma, medicine per la mamma – cosi dicendo si alzo barcollando raccolse le quindici pasticche che fece scivolare nella tasca del grembiule e preparò la colazione al piccolo Lucca.

 
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Data di pubblicazione 5/05/99

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