La casa vuota

racconto di Cristina Alvisi  - (26 giugno 1996)


Da quando entrai in quella casa ancora spoglia e angusta ebbi una sensazione come d’inquietudine, un’angoscia profonda e infinita, un senso di solitudine e desolazione terribili, presenti lungo la liscia superficie di quei muri crepati, senza calore ne’ colore. Eppure sarebbe dovuto essere un giorno felice, la promessa di un futuro sereno o quanto meno sicuro sotto un certo punto di vista.
Lui mi guardò e sorrise, di un sorriso che esprimeva tutta la sua gioia presente e futura. Gli occhi gli brillavano, come piccoli fuochi, di una luce vivida tanto che pareva estendersi su tutto il viso. A quel sorriso sincero e vivo avrei dovuto rispondere altrettanto, ma quella gioia non albergava nel mio cuore e, per quanto cercassi di sforzarmi, non riuscii ad esprimere che la mia cupa sensazione d’infelicità. In realtà ebbi l’istinto di fuggire, di rimettere in discussione la mia vita e il mio destino mandando tutto a puttane. non lo feci ma solo perché la mia codardia (o razionalità) me lo impedì, con quel buonsenso che da sempre mi aveva limitato e privato di molte altre cose. Era un bene o un male ? chi lo poteva dire con certezza…? Dio solo sapeva quante volte avevo provato a rispondere a ciò e quante le volte che avevo cercato di scoprirlo, di comprendere quale fosse la strada più giusta per me, la verità e il senso delle cose.
Anche il quel momento, mentre il sorriso di lui mi si infilava nel cuore, come una lama inflitta a tradimento, come una carezza quando ti aspetti un pugno, cercai di presagire il mio futuro e di capire se in verità questo mi appartenesse, se lo desideravo e lo sentivo mio come forse avrei dovuto o come lui si aspettava. 
Ma io, me l’aspettavo?
I pensieri tornarono alla mia infanzia o almeno a quel poco di fanciullezza che ricordavo e che avevo vissuto accanto a mia madre e a mia sorella più piccola. Ai momenti consumati insieme, felici anche senza un papà con cui giocare la sera, e alle parole che mia madre sempre ci diceva, dentro a un sentimento di dispiacere e a un tempo di profondo senso di colpa, per giustificare quell’assenza segnata non da un destino avverso, ma da un animo abbietto, quasi una prerogativa a quella generazione.
Riaffiorarono in me i ricordi di quelle sere in cui cenavamo al lume di una candela poiché la bolletta non era stata pagata, ma cenare era già tanto e poi mamma era straordinaria anche in questo: lei sapeva rendere ogni situazione, ai nostri occhi bambini, come una sorta di gioco. Aveva la capacita e la forza di inventarsi le giornate e la vita stessa conservando una serenità e una dignità che fu per noi di aiuto e d’esempio.
Eppure rammentavo anche i momenti quando, di nascosto, piangeva dopo che l’uomo, mio padre, entrando ubriaco la notte, abusava d ilei come fosse un oggetto di sua proprietà, come un diritto dovutogli. non seppi mai con certezza quante volte ella avesse abortito, ma sicuramente troppe poiché ricordo quei momenti in cui, prendendoci per mano e raccontandoci favole lungo il tragitto, ci lasciava dalla zia Ebe salutandoci poi sull’uscio con un bacio e lo sguardo triste. Allora avevo creduto fossero altri i motivi, ma non era così; col tempo me ne resi conto e molte cose apparentemente insignificanti allora, negli anni le riscoprii e le rivissi, e diversamente da quei tempi ne venne fuori tutta la loro drammaticità.
Guardai ancora una volta quella casa di 60 metri quadrati e sfiorandomi il ventre gravido pensai al mio bambino. Pensai a lui, a me e a suo padre. Sembrò tutto sin troppo chiaro, ogni cosa parve eloquente come il fatto che avrei detto sì. Ma io non volevo dire sì, avrei voluto urlare no !
No, no, avrei voluto scappare, lasciarmi andare, fuggire da quel senso di prigionia che pareva prossima. era come se si fosse aperto davanti a me un nuovo mondo ed ebbi paura di quello che avevo visto e di ciò che mi aspettava.
Io non l’amavo… io l’odiavo come odiavo tutti gli uomini. Io non volevo quel bambino, non volevo il suo bambino concepito con la forza, senza amore. non volevo che la disperazione mi portasse ad una condizione peggiore ne’ volevo fare la fine di mia madre.
Mi sentii per un attimo impotente e prigioniera ancora una volta, manovrata dagli altri come un burattino, ma poi percepii dentro il montare e forse l’imminente esplodere della mia frustrazione, il risveglio di una vita in me che sino a quel momento non aveva ancora parlato ne’ vissuto. Cominciai a richiamare tutte le forze mie possibili, se realmente esistevano, a risvegliare quella voglia di ribellione soffocata negli anni per giungere alfine ad una risoluzione. 
Non si meritava niente e ancora meno… 
Perché allora avrei dovuto, diversamente, essere felice, perché io avrei dovuto renderlo felice? Per la gloria di cosa e di chi avrei dovuto sacrificare la mia esistenza, i miei vent’anni, bruciare le aspettative di un futuro? Incerto, senza dubbio, ma sicuramente migliore di quello che mi si presentava da quel momento in poi.
Mio figlio lo avrei cresciuto bene indipendentemente, forse meglio, e lui non avrebbe avuto alcun diritto di rivendicarlo. Per legge, certo, ma nel cuore, nell’anima non gli apparteneva.
L’inquietudine mi stava divorando ed il suo sguardo di compiacimento ed eterna soddisfazione mi stava annientando. Nuovamente mi guardò… ancora quel sorriso mi trafisse da parte a parte. Allungò la sua mano a stringere la mia che cercai all’istante d’allontanare, ma lui la strinse ancor più forte come se volesse assorbire ogni parte del mio essere per impossessarsene, e, sprofondando dentro al mio sguardo immobile e vuoto, disse:
- Che ne dici… allora , ti piace ?
Sfuggendo alla sua presa, feci scivolare la mano lungo il mio volto ad imprigionare una lacrima che tacita sanciva il reprimersi di tutta la mia ribellione acquietata innanzi alle inevitabili alternative, e chinando il capo, risposi:
- Sì.

 
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Data di pubblicazione 5/05/99

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