| Era lì, davanti a me, con l’aria di chi volesse interrogarmi,
non sicuro e ancora colmo di dubbi, ma che altro avrei mai potuto dirgli
che non gli avessi già detto? Forse convincerlo del fatto che ormai
tutto era passato e seppellito definitivamente sarebbe servito a qualcosa?
Non lo credevo, glielo leggevo chiaro nei suoi occhi spalancati ed esagitati,
traspariva in quel suo modo di mordersi le labbra per contenere la rabbia
- che in realtà certamente avrebbe voluto rivelarsi - ed in quel
suo stare seduto, quasi precario, come se non gli riuscisse in alcun modo
di domare quella smania dentro di lui.
Il parco quella domenica mattina era desolato, del resto l’arrivo di ottobre aveva spazzato anche gli ultimi sprazzi di sole estivo ed il primo freddo autunnale aveva preso a spogliare gli alberi e a tingerli di fulvi e aurei colori. Michi, su quella panchina, mi guardava fisso. Da quando c’eravamo seduti lì non aveva smesso un solo momento di farlo ed indugiando dentro ai miei occhi forse gli tornavano alla memoria tante cose allora non chiare, momenti vissuti… e sentimenti. Ripensandoci era stato per me veramente penoso confessargli tutto, poiché così facendo avevo allo stesso tempo dovuto confessare a me stessa una realtà, ed una parte di me, inconfessabile più per paura che per vigliaccheria. In tutti quegli anni mi ero convinta - forse più imposta - che quello che mi stava succedendo fosse solamente una fase transitoria della mia adolescenza, un momento che, come era venuto, poi se ne sarebbe andato. Prigioniera nella mia stanza, prigioniera dei miei pensieri, mi sforzavo di riuscire a gestire da sola una condizione che sicuramente era difficile non solo da governare ma soprattutto da comprendere. Ed io cercavo disperatamente un qualcosa che contenesse quegli anticorpi per distruggere il mio male e facevo di tutto per ignorare e non prestare ascolto a quelle voci di dentro che mi parlavano, nel silenzio della notte. voci che non erano fatte di parole, ma che erano come pietre di una vera e propria flagellazione. Mi sentivo completamente posseduta da terribili mostri che sopravvivevano succhiandomi la linfa e seminando pensieri perversi e infelicità in me. Nemici che, nella mia allora innocenza, pensavo io sola d’avere e che tutti gli altri contrariamente vivessero felici e che i miei coetanei, i miei stessi amici e compagni di scuola, lo fossero veramente. Probabilmente lo erano anche. Tutto il resto del mondo mi pareva talmente pulito e ovvio, semplice e meraviglioso e lo trovavo ingiusto, molto ingiusto. Mi chiedevo: perché me, perché io ero stata scelta, perché proprio a me era accaduta una cosa talmente orribile? Certo sapevo, per sentito dire, che l’adolescenza era un periodo della vita per ognuno difficile, complesso, tremendo… ma non tremendo fino a quel punto! A chi potevo confidare i miei timori, a chi le mie angosce, reali o immaginarie? Ai miei genitori? Certo che no! Alle mie amiche? A nessuno potevo, e senza dubbio non era facile anche se avessi voluto. Avevo cominciato allora a imparare a convivere con quei sentimenti, dentro a tali inesplicabili emozioni nella speranza che un giorno, molto vicino, mi sarei liberata di questo inferno e tutti i dubbi, come erano venuti, sarebbero svaniti. Ma così non era stato. La mia vita aveva seguitato ad andare avanti anche contro il mio volere, benché avrei voluto tanto si fermasse, ed alcuni anni erano trascorsi da quando, sotto le coperte quasi tutte le notti piangevo e mi disperavo, e pregavo Dio che tutto questo finisse, che la mia vita finisse. Il pensiero del suicidio mi aveva sfiorato non poche volte in quelle notti disperate, studiando e pensando alle varie possibilità (sicure) di come avrei potuto compiere quel gesto estremo per sentirmi finalmente libera e leggera. Ma anche in quel caso la mia vigliaccheria aveva fatto sentire il suo peso ipotizzando l’eventualità di un fallimento, e le conseguenze e le motivazioni che sarei stata costretta a dichiarare avevano allora frenato anche quell’ultima possibilità che mi restava. Diciotto anni, presto diciannove e poi venti e nulla in realtà era cambiato dentro di me, soltanto allontanato con un processo di rimozione che non avrebbe retto a lungo, ma che ben presto, riemergendo, sarebbe esploso ancor più maturo e indubbio. Michi, prostrato e inerme su quella panchina, mi guardava con aria smarrita – il furore forse allontanato – e con la voglia incontenibile di abbracciarmi, di stringersi a me per recuperare in qualche modo quel tempo, per illudersi – ora era lui che lo faceva – che nulla era vero e che io sbagliavo. Ma “sbagliare” era una parola con la quale avevo già fatto i conti, una parola ormai logora per l’usura a cui io stessa l’avevo sottoposta. Avrei sinceramente desiderato smentire ogni cosa per lui, per non vederlo così afflitto, per non farlo sentire colpevole e responsabile di una cosa per cui colpe non aveva, ma in tal modo gli avrei inflitto una immeritata punizione, un male peggiore. A me stessa, nel contempo, l’avrei inflitto. La menzogna avrebbe portato alla deriva altre menzogne ed una insana convivenza che col tempo sarebbe degenerata in intolleranza e meschinità. Ormai ero pronta anche al peggio, ma non certo a questo! Quando due anni prima conobbi Michi, certo non pensai che un giorno tutto sarebbe precipitato in questo modo. In fondo mi era piaciuto all’istante, mi aveva veramente colpita, un po’ per quella tenerezza che spiccava come poteva farlo la bellezza di un volto e per quel suo modo di essere speciale nell’animo. Di sicuro gli volevo bene, molto, anche se non l’amavo, di questo oramai ero certa, ne avevo ben presto preso coscienza durante le nostre notti d’amore quando, distesa su quel letto, ad occhi chiusi, sentivo il suo corpo nudo sul mio, la sua bocca nella mia, le sue mani che mi toccavano e a me sembrava, contrariamente ad un atto sublime, di subire violenza, una notte dopo l’altra. Era una sensazione squallida e devastante. Da allora avevo capito e compreso tutto e forse era stato proprio grazie a Michi che ero riuscita finalmente ad arrivare a me stessa, ad una visione ora più’ matura e serena della mia realtà. Da quel momento dovevo solamente trovare il coraggio di confessarmi a lui e in qualche modo chiedergli perdono, perché dentro di me non albergava malvagità, questo no, solo un’anima diversa ma non priva di sentimenti, di emozioni, non incapace o insensibile all’amore. Anche dentro quel dubbio c’ero passata, ma non avevo voluto entrarvi in profondità. Avevo scavalcato l’ostacolo e poi girato intorno e ancora evitato sino a che, sull’orlo di una disperazione mortale, non vi ero caduta dentro, o meglio sprofondata. Mi era costato enorme fatica risalire dal fondo e prendere coscienza del fatto, perché quel liberarmi del dolore esorcizzandolo, implicava altre sofferenze che io stessa, in cambio della mia assoluzione, avrei così procurato ad altre persone e a Michi, e il solo pensiero di tutto ciò mi aveva posto di fronte ad una strada che pareva inevitabilmente senza via d’uscita. Passato l’incubo che mi aveva fatto vedere cose orrende la dove forse non esisteva nulla di simile, superato lo sgomento, ero riuscita a trovare la forza, il coraggio per sopravvivere ed accettare me stessa comunque sia, e in qualunque modo poi fosse andata. Ora rinfrancata, ora acquistata la serenità della mia instabilità, non mi restava che dichiararmi e accettare le conseguenze della mia omosessualità, una volta per tutte. Avevo aspettato anche sin troppo a lungo, nascondendomi sotto una maschera che aveva cominciato a divenire stretta, togliendomi il respiro e privandomi dell’identità. Non mi era più permesso temporeggiare: adesso, ora dovevo farlo... e alfine mi sarei sentita più libera. Michi aveva perso il senso di molte cose - certo che era stato un brusco risveglio, come uno schiaffo in pieno viso - e le parole in lui erano diventate come un qualcosa che non gli riusciva più di gestire, anche se vedevo e si intuiva lo sforzo che gli costava il tentativo di riuscire a farlo comunque. Capivo quanto poteva essere difficile accettare tutto questo, se lo era stato per me figuriamoci per gli altri, e forse un tradimento avrebbe provocato meno turbamento in lui e rassegnazione e speranza in certo qual modo, ma così si era trovato a dover lottare contro un nemico invincibile e nulla avrebbe potuto diversamente, se non rassegnarsi e accettare l’evidenza e magari non negando il suo sentimento nei miei confronti distruggendolo a priori, ma continuando a volermi bene comunque, anche se in modo differente. Avevo ormai detto tutto il possibile, avevo cercato di non infliggere alcun senso di colpa in lui, ma, guardandolo dentro al suo stato di smarrimento, ebbi l’impressione di aver fallito... anche se, il suo rimanere lì davanti a me contrariamente a quanto mi sarei aspettata, si era rivelato in qualche modo un segno positivo. Le nubi in alto viaggiavano lente, l’aria frizzante si era ora fatta più piacevole e il sole del tardo mattino aveva preso a scaldare le nostre gote arrossate per il fresco, quasi volesse infonderci un po’ di calore e di energia che sicuramente in quel momento mancava. Sotto quei raggi le foglie degli alberi riverberavano la loro luce gialla e malinconica e la desolazione di quel parco, la sua immobilità, la sua mancanza di rumori e suoni, di grida di bambini e abbaiare di cani, rendeva tutto quanto maggiormente triste e opprimente. Il campanile della chiesa circostante suonò il mezzogiorno e i fedeli, a messa finita, da quella chiesa ben presto sarebbero usciti, impettiti, orgogliosi e convinti di aver fatto il proprio dovere. Tutta quella sicurezza dentro io non l’avevo mai provata e, guardando negli occhi Michi, in quel preciso istante capii che probabilmente non l’avrei mai trovata. Ma l’importante era sopravvivere. |
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Data di pubblicazione 5/05/99
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